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Tutto è bene quel che finisce bene

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di Giuseppe Savagnone 

 

Buone notizie! Vogliamo rassicurare tutti coloro che si battono strenuamente contro l’omofobia, raccontando la conclusione della vicenda Barilla, di cui avevamo parlato qualche settimana fa.

Tutto a posto. Leggo e riporto la notizia dal «Corriere della Sera» del 5 novembre scorso, in un articolo a firma di Francesco Alberti: «Se tra qualche mese, al posto del rassicurante e politicamente corretto Mulino Bianco, vi ritroverete uno spot, diciamo così, più “creativo”, meno in linea con le tradizioni, non vi stupite: vuol dire che la Barilla, dopo la gaffe di fine settembre del suo presidente Guido (“Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale”) non solo si è rimessa in carreggiata, ma, facendo tesoro di una lezione piuttosto amara (in termini di immagine, ma pure sotto l’aspetto economico), ha saputo compiere un bel balzo avanti». 

Come? Varando un progetto mondiale (come lo è il mercato della Barilla) che punta su «diversità e inclusione».

 

Per aiutare a capire il senso di questa formula, l’articolo precisa che uno dei due consulenti esterni prescelti per promuovere il progetto è lo statunitense David Mixner, leader mondiale delle comunità LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender), di cui, sempre nell’articolo in questione, si riporta la dichiarazione con cui dice di apprezzare molto «la volontà del presidente e dell’azienda di ascoltare e imparare dai leader delle comunità LGBT». Segue un elenco di iniziative e di obiettivi del progetto, tra i quali il far rientrare la Barilla in una speciale classifica che premia le aziende statunitensi più «gay friendly».

Per la verità, qualche dubbio – pur nella legittima euforia che questo bollettino trionfale di vittoria suscita in tutte le persone amanti del progresso – potrebbe affiorare.

Per esempio, come mai – se la linea del Mulino Bianco che privilegiava le famiglie tradizionali  era tanto «rassicurante e politicamente corretta» – su di essa si è scatenato un pandemonio, dando luogo a un boicottaggio a livello mondiale dei prodotti Barilla e costringendo il presidente dell’azienda non solo a fare una pubblica ritrattazione, ma addirittura a invertire bruscamente direzione? Non sono i conformisti, i seguaci del politically correct, di solito, ad essere in maggioranza e a soffocare le voci degli anticonformisti, costringendoli a «rimettersi in carreggiata»?

E, a proposito di quest’ultima espressione usata nell’articolo, la «creatività», di cui esso parla, può  mai derivare dalla paura delle conseguenze a cui si andrebbe incontro, «in termini di immagine, ma pure sotto l’aspetto economico», se si restasse fuori della carreggiata?

Anche il pronto pentimento e il perfetto allineamento di Guido Barilla, dopo la “gaffe” – «Non vedo l’ora di incontrare i gruppi che rappresentano nel modo migliore l’evoluzione della famiglia» – non ricordano maledettamente le dichiarazioni dei “dissidenti” sovietici, dopo l’energica “cura” (ben più pesante, certo, di quella a cui è stato soggetto l’impresario italiano) volta a far loro riconoscere pubblicamente  i propri gravi errori ideologici, reintegrandoli, per il bene di tutti, nella “ortodossia” del regime?

Riconosco che si tratta di dubbi molesti, di paragoni inopportuni. Nel civile mondo capitalistico noi viviamo, per fortuna, in un clima di libertà, dove  non ci sono né campi di concentramento, né propaganda di regime. Le ideologie sono morte, ognuno è libero di pensare e dire quello che vuole.

Purché, certo, non si ostini a rimanere prigioniero di concezioni superate, che pretendevano di subordinare l’assoluta autonomia degli individui a fantasticherie come l’idea di “bene comune” o di “responsabilità verso gli altri”, arrivando addirittura a contestare la tesi ormai indiscussa che ognuno è libero di fare del suo corpo e della vita quello che gli pare, senza renderne conto a nessuno.

Perché, se resta aggrappato a questi pregiudizi, non deve lamentarsi del linciaggio morale e materiale a cui può essere sottoposto. Salvo a «rimettersi in carreggiata» e a «compiere un bel balzo avanti», scoprendo anche lui i vantaggi della «creatività».

 

P.S.:

Due cose. La prima è che questo articolo, come dovrebbe essere chiaro, è ironico. Lo dico perché, in altre occasioni, non sono riuscito a farmi capire, causando sorpresa e dolore in chi sposava le mie convinzioni. La seconda è che la mia critica a un clima culturale che ritengo soffocante non mi impedisce affatto di sentirmi solidale con l’angoscia e la solitudine dei singoli che vivono l’esperienza dell’omosessualità.

Quello che rivendico, nel rispetto delle persone, è il diritto di discutere una ideologia sempre più dominante, come risulta, fra l’altro, dal fatto che essa viene adottata senza perplessità dal più diffuso e autorevole quotidiano italiano.

 

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