Lungo il cammino quaresimale esser visti dal Signore per riuscire a vederlo

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella IV domenica di Quaresima (anno A)

1Sam 16,1-4.6-7.10-13; Sal 22/23; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

Nella domenica cosiddetta Laetare, allorché si prospetta sempre più vicina la Pasqua di risurrezione, la liturgia della Parola aiuta a comprendere che nel tempo quaresimale siamo chiamati a fare l’esperienza dell’incontro fiducioso e del confronto sincero col Signore Gesù.

È un’esperienza di conversione radicale e, in quanto tale, salvifica: l’incontro e il confronto col Signore cambiano l’esistenza a chi ha la grazia di sperimentarli, gli ridanno la vita. Come accade, nell’episodio narrato dall’evangelista Giovanni, al cieco nato guarito dal Maestro di Nazareth. Quel cieco è innanzitutto visto da Gesù: la salvezza, prima ancora che nel vedere Dio presente nella sua vita, si realizza per lui nell’esser visto, nell’esser puntato dallo sguardo del Signore. È ciò che capita allo storpio prostrato nei pressi della piscina di Betzatà, sempre secondo la testimonianza del Quarto Vangelo. È quanto succede, nel Vangelo di Luca, anche al pubblicano Zaccheo, che Gesù – entrando a Gerico – avvista appollaiato tra i rami di un sicomoro. Ed è quel che si verifica in tanti altri frangenti, per tante altre persone, per le folle intere, alla cui vista – i Vangeli lo attestano concordemente – Gesù si commuoveva, intervenendo in loro soccorso e prendendosi cura di loro.

Anche il cieco nato è accudito da Gesù. Il quale si prende cura di lui compiendo un atto rigenerativo, anzi un vero e proprio gesto creativo, che fa tornare in mente la creazione dell’‘adam impastato di terra, di cui si legge nel secondo capitolo della Genesi. L’intervento terapeutico di Gesù guarisce il cieco anche spiritualmente. Il Maestro non soltanto gli dà la vista, ma fa sì che egli sia visto dagli altri come non era mai stato visto prima: ne rinnova l’aspetto, ne trasfigura l’immagine. A tal punto che chi lo conosceva da tempo quasi non lo riconosce più: egli – incontrato da Gesù, interpellato da lui, da lui sanato – è trasformato, convertito appunto. I passanti stentano a ricordarsi della sua miserevole condizione, anche se ravvisano una qualche somiglianza con il disgraziato che stava a chiedere l’elemosina all’angolo della piazza. Il fatto è che ora egli è entrato in rapporto con Gesù e, quindi, partecipa di ciò che Gesù – «luce del mondo – porta e comunica. Quel cieco sanato partecipa della luce del Cristo. Egli ormai assomiglia più a colui che lo ha guarito, che non all’uomo sofferente che era stato fin dalla nascita.

Gli assomiglia tanto da spingersi, forse senza rendersene pienamente conto, a testimoniare la presenza di Dio nella propria vita con la stessa impronunciabile espressione che sulle labbra di Gesù i dottori della Legge, gli scribi e i farisei spesso bollavano come una bestemmia: «Sono io (Io sono)». C’è, insomma, una sorta di transfert fra il cieco e Gesù, e viceversa. Il cieco diventa vivente testimonianza dell’Esserci salvifico di Dio. E Gesù, per parte sua, si lascia assimilare alla riprovazione di cui quel cieco era stato – e restava – innocente bersaglio, essendo da molti sospettato d’esser peccatore incallito e, anzi, d’esser persino nato «tutto nei peccati». Anche Gesù, per il fatto d’averlo incontrato, di essersi soffermato a dialogare con lui, di essersi preso cura di lui, è reputato peccatore, pur contro tutte le evidenze («Allora alcuni farisei dicevano [riferendosi a Gesù]: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Altri invece replicavano: “Come può un peccatore compiere segni di questo genere?”»).

Si dischiude qui una rivelazione fondamentale: la salvezza impersonata da Gesù non è motivata dal peccato, ma dall’amore. Il cieco nato non ha peccato, spiega Gesù ai suoi discepoli. E nemmeno i suoi genitori, prima di concepirlo o nel concepirlo. La salvezza avviene per lui – come guarigione dalla cecità congenita, in forma di illuminazione –, affinché egli sia per grazia associato alla missione messianica del Cristo. Cioè, come Gesù afferma, «affinché in lui siano manifestate le opere di Dio». L’Esserci divino si contagia, tramite Gesù, al cieco sanato. Il quale, dunque, può ripetere: «Io sono (Sono io)», insopportabile bestemmia per i farisei. E ciò è possibile in virtù dell’incontro e del colloquio, della relazione, che Gesù instaura con lui, abilitandolo a una risposta credente: «“Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. Quello rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Lo hai visto: è colui che parla con te”. Ed egli disse: “Credo, Signore!”».

Non accorgersi della presenza di Gesù e non accoglierla equivale a restare ciechi, duri di cuore e tardi di mente. Significa rimanere prigionieri del peccato vero, che non è una tara fisica o una menomazione corporale, bensì una gretta opzione egocentrica e una sbagliata postura autoreferenziale. «Esso è un cattivo orientamento dello sguardo», come scrisse Simone Weil in una pagina di Attesa di Dio. Il peccato sta nel chiudersi al rapporto con Gesù, nel presumere di meritare la salvezza per diritto di nascita e non per grazia di Dio, nel covare la sicumera d’esser giusti da sé stessi.

Anche la nostra quaresima sia il tempo in cui ci lasciamo illuminare nell’incontro col Signore, per effondere a nostra volta la «luce del mondo». Si tratta di vedere tutta quanta la realtà attorno a noi con gli occhi di Dio, per accorgerci di ciò che il Signore vede e vuole che vediamo, alla stessa stregua del profeta Samuele che – nella prima lettura – finalmente scorge nel giovane Davide, il più piccolo e il più debole di tutti i suoi fratelli, il prescelto. E si tratta altresì di prendere sul serio l’appello che Paolo lancia nella seconda lettura: «Non partecipate alle opere delle tenebre», giacché «ora siete luce nel Signore». «Comportatevi perciò come figli della luce», il cui frutto «consiste in ogni bontà, giustizia e verità». Tutte «opere di Dio» affidate alla responsabilità di chi crede in lui: sono le ineludibili esigenze evangeliche, che riscattano il mondo e la storia dal buio di ogni violenza, ingiustizia, menzogna. 

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