In Quaresima riattingere l’amicizia di Gesù

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella III domenica di Quaresima (anno A)

Es 17,3-7; Sal 94/95; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

L’episodio dell’incontro tra Gesù e la samaritana al pozzo di Giacobbe è riportato solo nel Quarto Vangelo. Il racconto sembra inscenare un tipico fidanzamento ebraico: le ragazze – espletando un loro peculiare compito domestico – andavano quotidianamente ad attingere acqua al pozzo del villaggio, spesso oltre i margini del centro abitato, e lì finivano prima o poi per incontrare i giovani che desideravano proporsi loro come fidanzati. Era una ben collaudata dinamica sociale, codificata – se non persino ritualizzata – nella cultura popolare, anche se suscettibile di disparate varianti e pur sempre aperta a ogni possibile sviluppo, anche imprevisto, o drammatico. Come fu nel caso del primo incontro, sul bordo di un pozzo a Madian, tra Mosè e Sefora, la figlia di Ietro, che assieme alle sue sorelle portava il gregge del padre ad abbeverarsi: il focoso giovane, fuggito dall’Egitto, intervenne a difenderle dall’arroganza di un gruppo di pastori e quella fu per lui l’occasione buona per guadagnarsi il diritto di chiedere poi la mano di Sefora. Ma anche nel Protovangelo di Giacomo l’annunciazione a Maria di Nazaret è narrata sulla falsariga dei racconti ebraici di fidanzamento: Maria, come ogni ragazza del villaggio, espleta il compito di andare ad attingere l’acqua al pozzo (e ancora oggi, a Nazaret, c’è un luogo che per tradizione è denominato il “pozzo di Maria”), ma un giorno sente dietro a lei una voce che la saluta con le stesse parole con cui Gabriele la saluta tra le mura della sua casa secondo l’evangelista Luca. La ragazza scappa verso casa, forse perché non vuole incontrare altri pretendenti, sapendosi già promessa a Giuseppe. Fatto sta che, giunta a casa, un angelo le appare con le sembianze di un giovane, ribadendole il saluto già datole presso il pozzo e spiegandole che sarebbe diventata la madre del Messia: l’annunciazione è, in quello scritto apocrifo, presentata e interpretata come il fidanzamento tra Dio e la vergine di Nazaret.

Nel quarto capitolo del Vangelo di Giovanni, Gesù si trova a sua volta sul ciglio di un pozzo, secondo antica tradizione scavato dal patriarca Giacobbe, poco fuori dalla città di Sicar, nel bel mezzo della Samaria. Non ha intenzioni romantiche: s’è seduto lì in quanto «affaticato per il viaggio». E, d’altronde, sopraggiunge non una ragazza ma una persona più matura, che nel greco del testo evangelico è presentata insistentemente come una «donna» (gynḗ). Il loro dialogo non si sviluppa nella prospettiva di un fidanzamento, benché nel racconto si possano scorgere alcuni indizi che segnalano come da parte della donna prima e poi da parte dei discepoli quel frangente avrebbe potuto assumere le parvenze di un ammiccamento sentimentale. Infatti la donna – che pur era stata sposata più volte e che stava in quel momento convivendo con un compagno – si dichiara nubile (quasi a voler cogliere l’occasione per risistemare la propria vita sotto il profilo affettivo). I discepoli, dal loro canto, giunti a colloquio inoltrato, «si meravigliavano che parlasse con una donna», in quanto tale – donna, non ragazza – presumibilmente già impegnata con qualche uomo: ragione, questa, per la quale intrattenersi in solitudine con lei poteva risultare sconveniente, al di là delle convenienze e delle convenzioni.

Gesù, dialogando con la donna, si dimostra al corrente dei suoi trascorsi e proprio per questo disposto a intrattenere con lei una relazione di tutt’altra qualità, diversa da quelle che avevano intristito e fors’anche immiserito la vita di quella samaritana. Quello di Gesù è un contegno profetico, analogo all’atteggiamento che Dio aveva un tempo richiesto a Osea, la cui controversa vicenda coniugale doveva diventare metafora del rapporto d’amore del Signore verso il popolo infedele. Del resto, i particolari narrativi che ho appena evidenziato vogliono orientare i lettori e gli uditori del brano evangelico a cogliere proprio l’indole relazionale della missione messianica di Gesù, che si presenta appunto come il Cristo: «Sono io, che parlo con te».

Nella pagina giovannea, per l’esattezza, si trova scritto: Egṓ eimi, «Io sono». Gesù, una volta di più, pronuncia l’impronunciabile Nome di Dio, il Tetragramma ebraico risuonato presso il roveto ardente. Egli s’identifica con Yhwh. Incontrarlo e accoglierlo come il Messia veniente, equivale a rivivere l’estasi di Mosè. Il pozzo di Sicar è un nuovo roveto ardente. Il segno che lo palesa, però, non è stavolta un fuoco che brucia pur senza incenerire, bensì l’acqua che non smette di zampillare. Bere dell’acqua offerta da Gesù vuol dire non solo dissetarsi ma anche associarsi a lui, lasciarsene ricolmare fino all’orlo, così da diventare – come lui, con lui, in lui – una sorgente anche per gli altri.

Si realizza in questo modo l’avvento di Dio, la sua visita messianica. Così l’Essere sceglie di Esserci senza smettere di Essere. In Gesù, Dio avviene: viene a incontrarci, tracimando se stesso, traboccando su di noi, rivolgendosi a noi, parlando con noi, ponendosi cioè in rapporto con noi, entrando in relazione con noi e in tale relazione suscitandoci all’esistenza, coinvolgendoci nell’Essere. L’Esserci divino si compie nell’incontro con noi, ogni qualvolta accettiamo l’invito di Gesù alla samaritana: «Credimi, donna». È Gesù l’Esserci divino, è lui il crocevia in cui Dio e gli esseri umani si ritrovano, come quando un padre ritrova i suoi figli. Gesù è il roveto ardente. È lui il pozzo di Sicar. Ed è il vero tempio, dove contemplare e sentire, incontrare e accogliere, riconoscere e sperimentare – in una sola parola: adorare, proskyneîn – la presenza di Dio Padre, «in spirito e verità». La qual cosa significa che il ci dell’Esserci divino è Dio stesso, non un luogo geografico, non uno spazio fisico, non una costruzione – per quanto sacra – eretta con mani d’uomo.

Il ci dell’Esserci divino in Cristo Gesù, tuttavia, include anche la storia degli uomini, la loro esistenza, le loro vite. Il ci dell’Esserci divino in Cristo Gesù trascende la trascendenza di Dio, e, al contempo, si disloca in seno al mondo, reclama ospitalità. Il ci dell’Esserci divino in Cristo Gesù è Gesù stesso che si mette in rapporto con noi, che ci parla stando a tu per tu con noi, offrendoci – con disponibilità fiduciosa, senza riserve, senza infingimenti – una relazione d’amore. Egli viene a prendere contatto personale con ognuno di noi. Viene a stringere amicizia con tutti, nessuno escluso. Nel ci dell’Esserci divino tramite Cristo Gesù siamo innestati anche noi, se riusciamo a fidarci di lui, a confidare in lui, ad affidarci a lui. Se, in cambio della nostra acqua per lui, da lui riceviamo la sua acqua, vale a dire lo Spirito di Dio, come nel prosieguo del Vangelo di Giovanni si legge: «Gesù, ritto in piedi, gridò: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (Gv 7,37-39).

Lo Spirito Santo – che d’altronde i cristiani ricevono già al momento del loro battesimo, l’«ora» pasquale che scocca per ogni persona redenta – garantisce il travaso dell’agápē, cioè del reciproco trasporto d’amore che unisce il Padre e il Figlio, «nei nostri cuori», come Paolo spiega nella seconda lettura. Il tempo quaresimale deve tornare utile, per noi, al fine di riattingere l’amicizia con Gesù e, così, tornare ad avvertire l’abbraccio serenante del Padre.

2 replies on “In Quaresima riattingere l’amicizia di Gesù”

  • Credimi donna ( anche Chiesa) che l’adorazione -ad os- di Dio va fatta nello Spirito ( Santo) e nella Verità ( che sono Io).
    Grazie don Massimo.

  • Bere dell’acqua offerta da Gesù vuol dire non solo dissetarsi ma anche associarsi a lui, lasciarsene ricolmare fino all’orlo, così da diventare – come lui, con lui, in lui – una sorgente anche per gli altri.

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