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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXIV domenica del tempo ordinario (anno C)
Nm 21,4b-9; Sal 77/78; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17
La XXIV domenica del tempo ordinario coincide, quest’anno, con la festa dell’esaltazione della santa croce. La liturgia della Parola ci aiuta a cogliere il senso autentico di questa ricorrenza. Anche se, in verità, è la croce del Cristo – più precisamente: il Cristo Crocifisso – il “senso” per eccellenza da tenere sempre presente. Ovverosia – stando all’etimo del termine “senso” – la direzione, o la prospettiva, nella quale siamo chiamati a vivere la nostra esistenza credente, il nostro «viaggio» attraverso il «deserto», per riecheggiare il brano del libro dei Numeri che oggi si ascolta come prima lettura. Un viaggio che spesso sembra risultare «insopportabile», affollato di guai, fatiche, difficoltà, sofferenze.
La croce del Cristo, in questo viaggio, spicca come una sorta di segnaletica, che non solo indica una meta apparentemente ancora lontana e comunque nascosta alla nostra vista, ma anche trasfigura ciò che possiamo già vedere mentre camminiamo: le nostre e le altrui inadeguatezze, le reciproche incomprensioni, le debolezze di cui tutti siamo impastati.
La croce, difatti, non è meramente l’altra faccia della luna, quella oscura e triste, che si sottrae alla luce del sole. Non è, voglio dire, esclusivamente e inappellabilmente un patibolo mortale, il contrario della risurrezione e – perciò – della gioia che la risurrezione produce. Nel vangelo di Giovanni, da cui è tratta anche l’odierna pagina evangelica, Gesù annuncia che quando egli sarà «innalzato da terra, attirerà tutti» a sé; e «diceva questo per profetizzare di quale morte doveva morire» (Gv 12,32-33). Gli esegeti hanno chiarito che essere innalzato da terra, in questo versetto giovanneo, significa per Gesù venir crocifisso, inchiodato sul palo, consegnato alla morte, non meno che essere preso in consegna dal Padre suo e quindi essere risuscitato. Sempre nel quarto vangelo, qualche capitolo prima, Gesù – alludendo alla sua comunione col Padre – aveva pure detto che, quando il Figlio dell’uomo sarebbe stato innalzato da terra, tutti avrebbero finalmente saputo che egli è un tutt’uno con Dio («Io Sono»), il cui “esserci” il Rabbi galileo incarna umanamente (Gv 8,28). La croce, in quest’ottica pasquale, pur non cessando di essere uno strumento di morte, è anche e soprattutto la suprema epifania divina. E il Crocifisso-che-risorge rappresenta la pienezza della rivelazione di Jhwh Adonai. Ecco perché la croce – quella del Cristo – ha a che fare con la vita nuova più che con la morte. E traduce i singhiozzi di chi piange in sussulti di gioia.
Nel vangelo secondo Luca c’è un’altra pagina che illustra un analogo scenario pasquale. All’invocazione rivoltagli da uno dei due concrocifissi con lui sul Golgota – «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» –, Gesù risponde con queste straordinarie parole: «Oggi con me sarai nel paradiso». La voce verbale è qui coniugata, nel greco dell’evangelista, al futuro. Ma dobbiamo considerare che in ebraico il verbo essere ha una marcata valenza dinamica ed esprime la proiezione incontro al futuro, anche quando è coniugato al presente: valeva, nel libro dell’Esodo, per il santo Tetragramma («Io sono chi ci sarò»: accanto a te, di fronte al faraone, in favore del mio popolo) e può valere anche in questo versetto lucano. Vale a dire che la risposta di Gesù al cosiddetto buon ladrone gli rivela che il loro condiviso supplizio e il dolore che stanno insieme patendo sono già partecipazione vittoriosa al regno di Dio. Giacché il paradiso non è chissà dove (e quando), bensì consiste nel rapporto col Cristo proprio lì dove egli stesso è venuto a stare con noi, nel bel mezzo del cammino, tra i disagi del viaggio insopportabile, nella foresta di croci che il nostro mondo non smette mai di essere.
Così il vangelo del Crocifisso riconosce piena dignità alle nostre personali vicende e rivendica un reale valore alle nostre personali croci, quelle di cui siamo invitati a farci carico per essere veri discepoli del Maestro di Nazaret («Chi non porta la propria croce e non viene appresso a me, non può essere mio discepolo», come abbiamo sentito nel vangelo lucano di domenica scorsa). Gesù, nella pagina evangelica che oggi ascoltiamo, rivolgendosi a Nicodemo, spiega che «nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo». Si tratta, in tal “senso”, di ritracciare la rotta del nostro peregrinare: entrare sempre più in profondità nel deserto e non fuoriuscirne, perlustrarlo in lungo e in largo senza restarne ai margini, patire la fame e la sete al fine di risvegliare in noi la nostalgia di Dio, che è l’orizzonte ultimo verso cui facciamo ritorno, mentre però lui stesso sta con noi e ci accompagna. Per arrivare al Signore, occorre accorgerci della sua presenza assieme a noi, del suo esserci – mai evidente, mai ovvio – con noi, per noi, come noi.
Gesù, Figlio dell’uomo, Messia di Dio, impersona dunque l’esserci divino. E la sua croce segnala la presenza del Signore dentro la nostra storia comune. Come san Paolo scriveva ai Filippesi – nel brano della seconda lettura di oggi –, egli si abbassa dal cielo del Padre suo fin dentro al mondo, rinunciando alle sue prerogative divine e assumendo la povera condizione umana, sobbarcandosi alla morte per seminare vita nuova nelle nostre esistenze e rilanciarle in avanti e in alto.
La croce del Cristo è, insomma, una specie di molla, che con sforzo spasmodico si comprime sino ad appiattirsi alla terra e, anzi, sino a sprofondarvi dentro, per poi tuttavia distendersi elasticamente e raddoppiare la propria misura, infondendo una spinta sovrumana a chi s’è stancato nel viaggio e a chi s’è arreso alla morte. San Paolo, nel secondo capitolo della lettera ai Filippesi, riferisce questo salvifico movimento al Crocifisso-Risorto. Non a caso, alcuni Padri della Chiesa, in particolare gli autori siriaci, hanno immaginato la croce alla stregua di un grimaldello che scardina le porte degli inferi, per liberare tutti coloro che vi giacciono prigionieri. Altri l’hanno paragonata a un farmaco micidiale non meno che formidabile, cioè a un veleno – “farmaco”, in greco, questo vuol dire innanzitutto – che, uccidendo la morte, ridà vita ai morti. Ascoltando la pagina evangelica, possiamo a nostra volta riconoscere che la croce del Cristo è la manifestazione dell’amore misericordioso di Dio, che si prende cura di noi, poiché non si rassegna a vederci sfiancati nel viaggio e smarriti.
Io penso che a ognuno di noi, ha la propria croce da portare per il cammino che svolgiamo tutti i giorni fino alla fine della nostra vita