Gesù è la luce vera, che viene a diradare le tenebre della storia

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella seconda domenica del tempo di Natale (anno A)

Sir 24,1-2.8-12; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

La liturgia della Parola ripropone la pagina evangelica che ci aveva fatto ascoltare nella messa del giorno di Natale, il Prologo giovanneo. È un testo denso di spunti per la nostra meditazione e pertanto possiamo sempre farvi nuove sottolineature.

Esso ci aiuta innanzitutto a ripensare il Natale a partire dal simbolo della luce, già molto caro ai pensatori della Grecia classica. I quali avevano elaborato una vera e propria metafisica della luce, facendo coincidere con essa l’essere in quanto tale. L’essere, che sta a fondamento di tutto e di cui nel mondo tutto e tutti partecipano, si può immaginare essenzialmente come luce. Filosofi quali Platone e Plotino consideravano la luce essenziale come un principio che presiede all’ordinamento del cosmo. Anche alcuni Padri della Chiesa antica e alcuni teologi medievali avrebbero poi insegnato qualcosa del genere, da Agostino d’Ippona ad Anselmo d’Aosta e a Bonaventura da Bagnoregio, nel solco di quello che gli studiosi chiamano il “platonismo cristiano”. Persino la dogmatica ecclesiale si è sempre servita dell’immagine della luce, ricavandola dalla cultura ellenistica oltre che dal messaggio biblico. Si pensi alla dottrina trinitaria definita nel simbolo niceno-costantinopolitano, in cui è professata la fede cristiana nell’unico Dio e, insieme, nella tripersonalità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, senza che il concetto di “persona” venga esplicitamente impiegato: la relazione tra il Padre e il Figlio viene semmai affermata anche mediante l’immagine della luce («luce da luce»).

Nel pensiero cristiano, tuttavia, proprio a partire dal Prologo del quarto vangelo, la luce è sinonimo della vita. Difatti, nelle Scritture, Dio non si dice – alla maniera greca – come un concetto metafisico, bensì come Qualcuno che si pone in rapporto col mondo stesso e con gli esseri umani nel mondo. Il Dio annunciato dapprima nei rotoli d’Israele e poi negli scritti neotestamentari è sì la pienezza dell’essere, ma anche e soprattutto il darsi totalmente di quest’essere. L’essere, che è Dio, non è statico, non è immobile (come, invece, il Motore supremo di cui aveva parlato a suo tempo Aristotele). Estende il crogiuolo di relazioni interpersonali che lo costituisce eternamente come agape – vale a dire come comunione intessuta nel segno della reciprocità – al di là di sé, suscitando all’esistenza il creato e le creature, a cui rivolge la sua potente Parola e con cui – nel caso dell’essere umano, fatto a sua immagine e somiglianza – arriva a dialogare. Il Dio biblico, insomma, è non semplicemente l’essente ma il vivente, come si legge in tante pagine delle Scritture. È l’essere che decide di esserci pur senza smettere di essere. Questo vuol dire il tetragramma, con cui – in Es 3,14-15 – Dio confida a Mosè il suo nome, dicendogli chi è davvero. Al futuro condottiero d’Israele, che gli domanda chi dovrà dire lo abbia mandato a liberare il popolo prigioniero in Egitto, il Signore risponde con un’espressione che si potrebbe tradurre, dall’ebraico, così: «Non preoccuparti, io sono chi ci sarà, con te e con loro». Non per niente l’autore dell’Apocalisse, l’ultimo libro del Nuovo Testamento, nel primo capitolo, traduce in greco il tetragramma con due diverse perifrasi che si integrano a vicenda: Dio è, ai suoi occhi, «Colui che è, che era e che viene» ed è pure, in Cristo Gesù, «il primo e l’ultimo e il vivente». Dio è anche il veniente e il vivente, oltre che l’essente. Come essente «era prima», intuisce il Battista citato nel Prologo. Ma l’essente – il vivente per eccellenza – viene per noi.

Dunque, la vita, in cui consiste l’essere di Dio, si contagia al di là di Dio. E viene come «la luce degli uomini», leggiamo nel Prologo, scavalcando gli steccati della trascendenza metafisica e traducendosi in intervento storico-salvifico. In tal modo si pone in rapporto con ciò che non è Dio, col suo contrario più stridente. Se è luce, Dio accetta di confrontarsi con le tenebre, irrompendo in esse e diradandole. Ma pure correndo il rischio di farsi rifiutare da esse. La sua sapienza – di cui parla nella prima lettura il Siracide – deve fare i conti con l’ottusità del mondo, che non in ogni caso ne ha accolto la «luce vera», quella che davvero illumina.

A Natale la luce dismette definitivamente e compiutamente ogni aura metafisica e si fa evento: avvento di Dio nel mondo e per il mondo, in mezzo agli uomini e per gli uomini. I tratti tipici della Sapienza elogiata dal Siracide traspaiono in quelli del Bimbo nato a Betlemme. È lui, personalmente, la «luce vera», cui dobbiamo rendere testimonianza, imitando il Battista e facendocene illuminare noi stessi.

Però, per accorgerci della singolare presenza di Dio in quel Bambino, per vedere che egli impersona l’esserci divino, bisogna guardarlo con gli occhi semplici dei pastori, gli «occhi del cuore» scrive Paolo nella lettera agli Efesini che ascoltiamo come seconda lettura. E inoltre con l’intelligenza contemplativa dei Magi, che coniugano il loro sapere millenario con la speranza d’Israele. La semplicità più umile e il sapere più raffinato, se maturano in meraviglia credente, ci mettono in grado di riconoscere la luce e di lasciarcene illuminare, per riuscire a «comprendere a quale speranza» siamo vocati, oggi come ieri e domani. È la speranza sapiente e paziente, che sa di dover custodire e coltivare il mondo per come è voluto da Dio: luminoso, vitale, pacifico. Non oscurato dalla morte che gli esseri umani si impongono a vicenda, non guastato dai soprusi dei potenti verso i deboli, non violentato dalle guerre.

Utopia, potremmo pensare. No. Si tratta piuttosto del “di più” di Dio che si rivela e si dona a noi allorché egli imbocca l’unica strada che la metafisica sembrava avergli precluso: la finitezza, la piccolezza, la fragilità. Per questo – continuiamo a leggere nel Prologo – «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia», che traduce comunemente l’originale greco ancora più icastico nell’opporre una grazia a un’altra grazia: chárin antì cháritos, reso nella Vulgata latina con gratiam pro gratia, per precisare che non si tratta semplicemente di una grazia nuova al posto di una precedente grazia, ma di una grazia che fu già elargita per preparare una più abbondante grazia. È condensata in quest’annuncio l’inesauribile dialettica tra la promessa e il compimento, ambedue prerogative divine, che perciò non possono che sovreccedersi a vicenda, continuamente superandosi l’un con l’altra, il compimento mostrandosi ogni volta come semplice anticipazione, penultima e prodromica rispetto a una promessa sempre in vigore, in vista di un ulteriore compimento più grande. Il Verbo che si dice con i vagiti del Bimbo nato in una stalla e non in un palazzo, povero, adagiato dentro una mangiatoia e non assiso su un trono, incarna questa speranza del “di più” divino, celato in uno spiazzante “di meno” umano. Riecheggia, quindi, anche in noi. Prestiamogli ascolto.

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