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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella domenica di Pentecoste (anno A)
Messa della vigilia: Gen 11,1-9 (o Es 19,3-20; Ez 37,1-14; Gl 3,1-5); Sal 32/33; Rm 8,22-27; Gv 7,37-39
Messa del giorno: At 2,1-11; Sal 103/104; 1Cor 12, 3-7.12-13; Gv 20,19-23
Il senso della Pentecoste, che ogni anno celebriamo dopo cinquanta giorni dalla Pasqua, è custodito ed espresso nell’odierna liturgia della Parola, ascoltata e scrutata nel suo complesso (includendo, dunque, i brani biblici della messa della vigilia oltre quelli della messa del giorno).
Le due pagine evangeliche, entrambe tratte dal Vangelo di Giovanni, ci aiutano a capire – innanzitutto – che la Pentecoste è strettamente collegata con la Pasqua. Nel primo brano evangelico, quello della vigilia di Pentecoste, è rievocata la partecipazione di Gesù alla festa ebraica delle Capanne. Al culmine di quella festa – allorché i sacerdoti versavano sull’altare del Tempio l’acqua attinta dalla Piscina di Siloe per invocare il dono della pioggia in vista di un buon raccolto e per ricordare l’acqua sgorgata nel deserto per l’antico Israele durante il suo esodo – Gesù si presenta come la sorgente dell’acqua vera, quella che disseta per sempre, prefigurando implicitamente ciò che gli sarebbe accaduto nella crocifissione sul Golgota: dalla ferita infertagli dal soldato sotto il petto sarebbe sgorgato un fiotto di sangue frammisto ad acqua (Gv 19,34), proprio come Gesù, nel settimo giorno della festa delle Capanne, dice riferendosi a se stesso in terza persona: «Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». Col senno di poi, l’evangelista appone alla frase di Gesù questa postilla: «Questo egli disse riguardo allo Spirito (Pneûma) che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato».
La gloria di Gesù, nel linguaggio evangelico, non è il trionfo che gli imperatori romani festeggiavano sontuosamente dopo aver sconfitto in battaglia i loro nemici. È, piuttosto, il momento in cui Dio si rivela compiutamente nella vicenda del Crocifisso Risuscitato. La glorificazione di Gesù è la sua risurrezione, che lo fa ergere vittorioso sulla morte spirituale degli esseri umani annichiliti dal loro stesso peccato, cioè dal loro essersi separati dalla fonte della vita, dal Dio Vivente. Perciò il secondo brano giovanneo, quello proclamato nella messa del giorno, ci riconduce al giorno stesso della risurrezione, il giorno di Pasqua. Stando alla testimonianza dell’evangelista Giovanni, è alla sera di quel giorno pasquale che il Risorto, manifestandosi in mezzo ai suoi discepoli, «soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”».
Questo ci fa comprendere che la Pasqua non resta un accadimento fissato nel calendario di duemila anni fa circa: è, invece, un evento che perdura, coinvolgendo assieme al Risorto anche i suoi discepoli, in virtù dell’effusione spirituale (pneumatica) che essi ricevono. I discepoli, così, sono resi partecipi della Pasqua. Unti dello stesso Spirito del Cristo, sono associati alla sua missione messianica. E la Pasqua si prolunga nella Pentecoste. La quale non è soltanto e semplicemente un’importantissima solennità liturgica che ogni anno si reitera puntualmente. È anche e soprattutto la spinta propulsiva di cui vive la Chiesa lungo la storia. È la grazia che la fa emergere nella storia come un «evento dello Spirito» (così, per esempio, Giuseppe Dossetti, definì il concilio Vaticano II). Ma è pure il suo respiro quotidiano, cadenzato dalla celebrazione dei sacramenti, tutti caratterizzati dall’epiclesi, ossia dall’invocazione dello Spirito Santo che viene a operare nel battesimo e nella cresima (Pentecoste personale di ogni cristiano) non meno che nel memoriale eucaristico (Pentecoste comunitaria) e in tutti gli altri segni efficaci della presenza salvifica del Signore per noi e tramite di noi.
Difatti, nella prima Pentecoste, narrata anche da Luca negli Atti degli apostoli (la seconda lettura nella messa del giorno), lo Spirito Santo interviene «come un vento che si abbatte impetuoso», facendo divampare un incendio incontenibile. A Pentecoste lo Spirito Santo proietta in ogni direzione le faville destinate a generare ovunque nuovi focolai, trasformando i discepoli e le discepole in tizzoni ardenti, in portatori di quel fuoco spirituale (pneumatico), in trasmettitori di quel soffio vitale, in annunciatori della Parola riecheggiata nelle loro parole. La Pentecoste, descritta in questi termini, è un evento plurale, in forza del quale lo Spirito Santo s’innesta nei discepoli e nelle discepole del Risorto, diventando «una persona in molte persone» (è questa la definizione che Heribert Mühlen ha dato della Chiesa, sorta dalla Pentecoste). La Chiesa, intesa come «una mystica persona» (sempre secondo questo teologo tedesco), la comunione ecclesiale pertanto, è l’antidoto alla dispersione babelica di cui parla il brano genesiaco nella messa della vigilia.
La Pentecoste è la cura che Dio offre per guarire la ferita apertasi a Babele. Quando non si dialoga più con Dio, allora insorge pure il diverbio tra gli esseri umani. Lo Spirito Santo, donatoci a Pentecoste, «viene in soccorso alla nostra debolezza»: «Non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» in nostro favore, come Paolo spiega nel brano della sua lettera ai Romani che funge da seconda lettura nella messa della vigilia. Lo Spirito Santo è il traduttore simultaneo che ci riabilita al colloquio familiare con Dio e tra di noi, facendoci sperimentare la comunione. E affidandocene tutte le possibili declinazioni: la corretta e veritiera comunicazione, l’incontro e il confronto, la collaborazione e la cooperazione. Assecondando l’intima azione dello Spirito Santo, possiamo smascherare l’impostura, ridimensionare la velleità, neutralizzare la confusione, trasformare il diverbio in dialogo.
Non a caso la missione spirituale (pneumatica) dei discepoli del Cristo è – nella pagina evangelica della messa del giorno di Pentecoste – quella del perdono: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Non si tratta di una prerogativa censoria e sanzionatoria, bensì dell’impegno a esercitare ad oltranza la creatività pastorale. Vale a dire che la nostra missione di cristiani è far di tutto, sempre e comunque, per contagiare la misericordia di Dio nel mondo. Ne va della salvezza del mondo stesso, voluta da Dio. E ne va, quindi, della nostra salvezza, che consiste nel partecipare – con Cristo, per Cristo e in Cristo – alla redenzione del mondo.
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