Epifania del Signore Gesù: riuscire a sognare per tornare a pensare

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola d’Epifania (anno A)

Is 60,1-6; Sal 71/72; Ef 3,2-6; Mt 2,1-12

Sembra un bollettino meteorologico, quello del profeta Isaia nella prima lettura. C’è brutto tempo, un inverno boreale che si allarga ovunque, «la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli». Nondimeno si prepara una bella schiarita, «perché viene la luce». La luce sarà impersonata dal messia di Dio, la sua «gloria» – cioè la sua manifestazione –, che verrà a illuminare e a riorientare il cammino di molti.

Non di tutti, purtroppo. Poiché c’è un maltempo interiore spesso duro a smaltirsi. Persino quando il sole splende, su qualcuno continua a sostare una nuvola carica di pioggia. È il caso di Erode, al tempo della nascita di Gesù. Erode è un meteoropatico cronico. Non appena i Magi – secondo il racconto di Matteo nella pagina evangelica – gli dicono di aver visto sorgere la stella di «colui che è nato», egli «si turba»: il suo animo è scosso dal turbine del sospetto, agitato da una tempesta di preoccupazioni. Teme di essere spodestato dal «re» di cui gli parlano i Magi, questi ultimi presumendo ingenuamente che il neonato che cercano appartenga alla dinastia erodiana: è il motivo per cui, in prima battuta, quei pellegrini venuti da oriente vanno a cercarlo al palazzo reale.

Erode, quindi, vuole conoscere «con esattezza il tempo (chrónos) in cui era apparsa la stella», senza minimamente chiedersi se la regalità di quel messia nato a Betlemme non dovesse invece essere intesa in un senso per nulla politico e men che meno militare. Non coglie il kairós dentro il chrónos. E al pari di lui non ci riescono neppure i suoi teologi e i suoi esegeti, fermi al significato meramente letterale delle antiche profezie e incapaci di indovinare la verità personale del «condottiero» inviato a fare da «pastore», di cui era stato scritto nei rotoli sacri.

Le perturbazioni della mente e del cuore sono contagiose. Si estendono tutt’attorno a chi le cova dentro di sé. E così accade anche alla corte di Gerusalemme, dove tutti sono presi dalla paura che si stia avvicinando qualche guerra civile o chissà cos’altro, un cambio di regime, una rivoluzione che avrebbe sconvolto gli equilibri sociali, magari disperdendo i superbi e rovesciando i potenti ma innalzando gli umili, cacciando i ricchi a mani vuote e ricolmando di beni gli affamati, come pure Maria di Nazareth aveva pensato e cantato portando in grembo Gesù.

Effettivamente riesce difficile capire la missione di quel bimbo. Non si riesce a evitare di fraintenderla, finché non lo si vede: piccolo, povero, fasciato di pezze e non di pizzi, adagiato in una mangiatoia o nell’angolo di una stanza modestissima. Finché, cioè, non lo si incontra così com’è. E non si prova lo stupore tipico di chi aveva supposto tutt’altro. Finché, insomma, non si riceve la grazia dell’Epifania: eccomi, sono io, mi manifesto a voi così, non come mi avevate immaginato. Fu certamente questa l’esperienza dei Magi, equipaggiati di tutto punto per omaggiare un principe d’alto lignaggio, con monili d’oro, con le spezie più rare e con i profumi più raffinati, ma inginocchiatisi infine davanti a un bambino del popolo. A un paîs, si legge nel greco della pagina evangelica, vale a dire a uno che da grande avrebbe scelto di operare come un garzone e non come un padrone, «venuto non per essere servito, ma per servire» avrebbe spiegato il Rabbi galileo.

L’Epifania migliora il meteo e cambia gli scenari. E la stella, che ne è il simbolo, segna la svolta dal turbamento di Erode e dei suoi cortigiani alla «gioia grandissima» dei Magi, dall’incubo di quelli al sogno di questi. Nell’animo sboccia la primavera. L’Epifania è, difatti, dischiusura interiore. Si tratta di incontrare il Signore dentro il cuore, per esserne serenati. E di contemplarlo con gli occhi dell’intelligenza credente, per farsene illuminare. Fu così per i Magi, che interiorizzarono la scena presepiale dentro cui erano approdati dopo una lunga ricerca. E fu così per Paolo, come testimonia lui stesso nella seconda lettura, scrivendo agli Efesini: «Per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero», nello spirito (en pneúmati) e in virtù dello Spirito (en Pneúmati).

Ma, a partire dall’intimo di ciascuno, l’Epifania vuole diventare dischiusura condivisa, affinché tutta la storia e il mondo intero ne possano risultare rischiarati. In realtà, siamo ancora in attesa di un “chiarimento” universale, con buona pace dell’illuminismo moderno, che ha prodotto un proficuo aggiornamento, ma non ha illuminato. Kant, nell’ultima sua pubblicazione (Il conflitto delle facoltà, 1798), scriveva che nell’epoca della maggiore età dell’uomo, invertendosi il rapporto tra fede e ragione, quest’ultima non si accontenta più di «reggere lo strascico dietro la sua graziosa signora», ma la precede «illuminandole i passi con la sua fiaccola». Tuttavia, con questo lume tra le mani, in alcuni tornanti della nostra tarda modernità, ci è capitato di non vedere più. E, peggio ancora, di perdere di vista Dio. Lo attesta drammaticamente il folle di cui Nietzsche ha scritto nell’aforisma 125 della Gaia scienza. Quel pazzo, «accesa una lanterna», va gridando «Cerco Dio! Cerco Dio!»; ai «molti uomini non credenti in Dio» che trova in piazza, egli rinfaccia il loro comune misfatto: «Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso!». E dopo aver predicato la morte di Dio, quel disperato «tace e getta a terra la sua lanterna, che va in pezzi spegnendosi». Non ha altra alternativa che registrare l’avanzare del buio: «Non seguita a venire notte, sempre più notte?». Con questo interrogativo – che si conficca nella mente con l’urgenza tipica delle domande radicali – i contemporanei si sono affacciati sul XX secolo e lo hanno attraversato per intero, a tentoni, fra le brutture dei totalitarismi e delle ideologie che li ispiravano. Esso denuncia il fallimento di un’epoca che avrebbe dovuto essere tutta di luce. Dopo Nietzsche sembra essere calato il crepuscolo: nessuna fonte di luce, ormai, né da parte della fede né da parte della ragione.

Per un verso la lanterna della ragione è rovinata a terra e s’è spenta frantumandosi in mille schegge di rapace tornacontismo, di calcolo utilitaristico, di prevaricante imperialismo, di impietoso efficientismo, di opprimente tecnocrazia, di diritti prevaricanti non meno che prevaricati, di ingiusta (pertanto falsa) giustizia: della serie chiodo scaccia chiodo, «come dice il proverbio», aggiungeva già Aristotele criticando la spregiudicatezza dei tiranni nel quinto libro della Politica. Proverbio che Erasmo da Rotterdam, nei suoi Adagi, reputava «senza dubbio appropriato quando si pone rimedio a un vizio con un altro vizio, a un male con un male, a un inganno con un inganno, alla forza con la forza, all’audacia con l’audacia o alla maldicenza con la maldicenza».

Per altro verso la fede è ridotta al «lumicino» – per citare una suggestiva novella di Pirandello, teorico della cosiddetta lanterninosofia –, inadeguato a far piena luce, incapace di illuminare di senso «il bujo angoscioso della rovinata esistenza», bisognoso d’essere «riparato» dal «gelido soffio degli ultimi disinganni», insufficiente a vedere nella notte. Buono però per essere visti, per essere avvistati, pur nella notte: «“Non importa: Dio mi vede!”, si esortava in cuor suo. E n’era proprio sicuro, di questo, il signor Aurelio, che Dio lo vedeva per quel suo lanternino» (Il vecchio Dio, 1902). Come a dire che la fede resta comunque capace di produrre almeno un effuso lucore, riesce a fendere le tenebre, anche se non le dirada. Ritaglia una specie di zona franca, una sorta di mandorla tremolante entro cui essa stessa si colloca per proteggersi dall’incombere nero della notte. Non può essa, luce esigua e gentile, abolire la grande, immensa oscurità. Essa non si tira fuori dalla notte, vi rimane immersa, anzi assediata. Eppure non se ne lascia fagocitare. Si segnala dentro di essa: comunica a chi veramente guarda che, nella notte, essa c’è. Il lanternino, perciò, dà a chi lo regge la speranza di esser visto. E di muovere con calma il primo passo, come pregava John Henry Newman guardando il faro del porto di Palermo.

Così, inopinatamente, «vince la luce», ha scritto Benedetto XVI al n. 37 della sua enciclica Spe salvi. E vince tutte le volte che innesca in noi una nuova maniera di concepire l’esistenza e di comprendere il mondo, di decidere il da farsi, di impostare le relazioni tra di noi e col Signore: una metánoia, la conversione. Come fu per i Magi, i quali – sapendo finalmente come stavano davvero le cose – «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese». Noi pure dobbiamo imboccare strade nuove. La nostra stella è il vangelo di Gesù. E i messaggeri (gli angeli) di Dio, che dobbiamo lasciare entrare nei nostri sogni, sono concretissimi: i piccoli, i deboli, i poveri. Impossibile non accorgersi di loro. Doveroso lasciarsi impensierire da loro, farsi da loro provocare a pensare nuovamente. E ad agire di conseguenza.

1 reply on “Epifania del Signore Gesù: riuscire a sognare per tornare a pensare”

  • Sì, è vero tutto ciò, ma occorre una nuova prassi che affronti il mondo presente. Altrimenti, incombe la tentazione di restare nei nostri frustri clichés, a mascherare la nostra indolenza e la nostra ipocrisia. Buon anno.

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