Il cammino quaresimale come riscoperta dell’obbedienza filiale in Cristo Gesù

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella I domenica di Quaresima (anno A)

Gen 2,7-9 e 3,1-7; Sal 50/51; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11

La Quaresima è il tempo liturgico durante il quale i cristiani vivono l’impegno di prepararsi a ben celebrare la grande Pasqua annuale. I brani biblici proclamati nella prima domenica di questo tempo liturgico aiutano a comprenderne il senso più radicale: in Quaresima occorre recuperare il rapporto filiale col Dio rivelatosi in Cristo Gesù, incrinato dal peccato. Ovverosia interrotto dalla disobbedienza nei confronti di colui che in Cristo Gesù torna a farsi conoscere come Padre.

La relazione filiale con questo Dio-Padre è presentata – specialmente negli scritti neotestamentari – come “obbedienza”. Un termine, questo, che dev’essere inteso a partire dal suo etimo. Obbedienza, sia in greco sia in latino, ha a che fare con l’ascolto: akoúein in greco, audire in latino. Nella lingua degli antichi cittadini di Roma audire si può comporre con due diversi prefissi: ab e ob. Abaudire significa ascoltare qualcuno che parla dall’alto della sua autorità, ricevendone delle indicazioni sul da farsi e quindi venendo a sapere come devono andare le cose. Obaudire significa ascoltare qualcuno che parla con autorevolezza, invitando il suo interlocutore a un confronto faccia a faccia, spalla a spalla: così chi ascolta apprende da chi parla come davvero stanno le cose, aderendo perciò consapevolmente alla sua visione della realtà. Nella Bibbia è il figlio che ascolta il proprio padre, riconoscendogli autorità e autorevolezza: in questo duplice senso egli obbedisce. Si pensi alla parabola evangelica dei due figli, l’uno apparentemente obbediente ma in realtà indolente, e l’altro in prima battuta mostratosi disobbediente ma poi dimostratosi obbediente. La disobbedienza del primo e l’obbedienza del secondo sono l’esito di un confronto col padre che parla loro con una autorevole autorità, mettendo cioè in conto di ricevere un rifiuto ma pure puntando a convincere intimamente chi dei due sarebbe stato disposto a riflettere seriamente sul senso profondo delle sue richieste: farlo da subito partecipe dell’onore della sua signoria e delle proprietà di famiglia e al contempo renderlo responsabile dell’onere di un tale retaggio.

Anche nel nostro odierno gergo familiare ci capita di dire, talvolta, che un bambino è obbediente quando “ascolta” i suoi genitori. Se “non li ascolta”, invece, è considerato disobbediente. Disobbedire vuol dire uscir fuori dall’obbedienza e, biblicamente, dalla relazione filiale. Fuoriuscire dall’obbedienza filiale equivale a fraintendere il Padre come fosse un padrone. A tal proposito Paolo, nel brano della lettera ai Romani, che funge oggi da seconda lettura, equipara il peccato di Adamo alla parakoḗ, termine greco che significa appunto “udir male”, fraintendere, in definitiva disobbedire, contrapponendolo all’obbedienza del Cristo, alla sua hypakoḗ. L’obbedienza del Cristo è proprio la sua attitudine filiale nei confronti di Dio Padre.

È così già all’inizio dell’avventura umana, come racconta il brano tratto dal libro della Genesi che costituisce la prima lettura. Nel giardino dell’Eden, il serpente – simbolo del tentatore – induce la donna a presumere di poter conoscere il “perché” del creato a prescindere dal suo rapporto col Creatore: alla donna, che ben ricorda che «del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”», il diavolo replica: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Così l’impostura s’insinua al posto della verità, che viene fatalmente fraintesa: l’avvertimento preoccupato del Creatore viene interpretato male, passando per una dispotica minaccia. Trovare una motivazione della creazione, indovinarne il senso, conoscerne lo scopo, senza passare attraverso il rapporto con chi l’ha creata, è uno sbaglio madornale, un errore mortale. Invece di partecipare, secondo la giusta proporzione tra Creatore e creature, alla conoscenza del mondo, la donna e l’uomo, «che era con lei», giungono brutalmente ad accorgersi della loro sproporzione rispetto al Creatore e ne rimangono mortificati. Disobbedire alla generosa avvertenza del Creatore, fraintenderla come un comando meschino, non è un guadagno in sapienza. Mangiando del frutto dell’albero che sta al centro dell’Eden e di conseguenza «aprendo gli occhi», essi fanno un’esperienza lacerante: si rendono conto che non si può assomigliare al Creatore decidendo di non stare più in rapporto con lui e di interrompere l’ascolto nei suoi confronti, giacché solo i figli assomigliano al loro padre. Si ritrovano «nudi», spogliati della loro somiglianza con Dio, rassegnati a rinunciare alla loro dimensione soprannaturale (potremmo dire così, con un termine tecnico della teologia), isolati esclusivamente nella loro dimensione naturale, rivestiti di «foglie di fico». Il loro più bel vestito era stata, prima del loro peccato, la loro obbedienza. La loro vera saggezza era stata la relazione filiale con Dio.

La pagina evangelica riferisce le tentazioni diaboliche che Gesù affronta e supera nei quaranta giorni trascorsi nel deserto, mentre si prepara interiormente alla sua missione messianica e al dramma pasquale, allorché l’albero della sua croce si sarebbe rivelato come il centro rigeneratore e vivificatore del mondo e della storia. Anche le tentazioni nel deserto riguardano la relazione filiale tra Gesù e Dio Padre. Ciò risalta in particolare nelle prime due tentazioni: «Se tu sei Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane… Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù…». Il tentatore propone a Gesù di abbracciare un paradosso: proprio in quanto figlio, distogliti dal tuo rapporto filiale con Dio; dimostra d’esser figlio rifiutando d’esserlo, emancipandoti dal padre; sii figlio presumendo di poter disporre dell’eredità del padre a prescindere da lui, senza più stare in rapporto con lui; rinuncia a esser figlio mettendoti al posto del padre. Gesù risponde facendo valere ciò che «sta scritto»: il dialogo paterno-filiale consegnato nelle Scritture sancisce la verità delle cose, esprime la realtà così com’è e dev’essere. Riconducendosi a ciò che «sta scritto», Gesù afferma inoltre la sua identità personale: è lui la Parola, è lui il dirsi divino del Padre, che il satana vuole subdolamente indurre a smentirsi. Ma Gesù non si smentisce. Appena il tentatore si appella a sua volta alle Scritture, azzardandosi a manipolare il dirsi di Dio e così intromettendosi abusivamente – quale spirito maligno – nel dialogo tra il Figlio e il Padre, Gesù controbatte che «sta scritto anche…»: l’unica interpretazione giusta della Parola è la Parola stessa. Alla Parola strumentalizzata si contrappone la Parola riecheggiata, la Parola che ribadisce se stessa, la Parola che risuona come autentico colloquio paterno-filiale, in cui il Padre parla con sincerità e il Figlio ascolta senza fraintenderlo.

Nella terza tentazione il diavolo getta la maschera: non si rivolge più al Figlio, dimostratosi obbediente; non si appella più alla Parola, dato che non riesce a proferirla nella sua divina verità. Si propone spudoratamente come l’alternativa a Dio, pretendendo l’adorazione di Gesù. Il quale, tuttavia, torna a invocare la verità della Parola: «Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai, a lui solo renderai culto». Vale a dire: a lui solo riconsegnerai «tutte queste cose», la realtà intera, il mondo e la sua storia, poiché solo a lui appartengono veramente. A quel punto, nel deserto, cioè nel bel mezzo della nostra comune condizione umana, nel crogiuolo delle prove, «gli angeli gli si avvicinarono e lo servivano»: il guadagno dell’obbedienza filiale è la partecipazione alla signoria di Dio, è il possesso sereno e sicuro della sua eredità.

La Quaresima sia il tempo in cui torniamo a scoprire e a sperimentare l’importanza dell’obbedienza alla volontà del Signore nelle nostre personali vicende e la bellezza della vocazione a riconoscerci e a rimanere figli nel Figlio.

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