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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella I domenica d’Avvento (anno A)
Is 2,1-5; Sal 121/122; Rm 13,11-14a; Mt 24,37-44
Inizia il tempo liturgico d’Avvento, durante il quale ci prepariamo – anche quest’anno – a celebrare bene il Natale. L’odierna liturgia della Parola dà l’impressione di comportarsi come una lampada fluorescente: dapprima sembra restare fioca, tremolante in un controverso chiaroscuro, ma poi va progressivamente aumentando d’intensità, fino a esprimere la massima luminosità. Così l’intero orizzonte s’illumina di senso e si slarga in una prospettiva profonda e vasta, lungo la quale siamo invitati a incamminarci incontro a Gesù, luce che a Betlemme s’accende per il mondo.
Tuttavia si può correre il rischio di non scorgere quella luce nuova che sopraggiunge dall’alto. Nel prologo del quarto vangelo risuona, a tal proposito, un avvertimento che è pure una costatazione: venne la luce nel mondo, ma non da tutti è stata accolta. E nella pagina di Matteo, che oggi ascoltiamo, quella luce, impersonata nella figura messianica del Figlio dell’uomo, sembra lasciare nell’ombra tanti che non si accorgono della sua venuta. A fare da schermo nei suoi confronti non è un qualche scudo materiale. È, invece, un fattore la cui consistenza è tutt’al più esistenziale: la quotidianità, nel cui tran tran le persone spesso trascorrono tutti i loro giorni. Ma è proprio dei nostri giorni che il Cristo Veniente vuole fare il suo giorno. Chiede di essere coinvolto nella nostra quotidianità, venendo a liberarla dal suo grigiore – per usare un termine del filosofo Peter Sloterdijk – e a infonderle più vivaci colori col suo lume, non più smorzato dalla cappa delle nostre stereotipate attività. Di questo evento, che incalza silenziosamente alla stregua di una foresta che va crescendo, dobbiamo renderci conto durante l’Avvento.
Occorre “aggiornare” la nostra esistenza. Vero è che di giorno le tenebre della notte si diradano. Il giorno non è la notte. Eppure, talvolta, può essere da noi vissuto come se fosse notte, con gli occhi chiusi, quasi dormendo, lasciandoci spiazzare dagli imprevisti. Come quando i ladri ci entrano in casa, ormai non più solo di notte – come pur leggiamo nella pagina evangelica – ma anche alla luce del sole, mentre siamo momentaneamente usciti per far la spesa, o mentre siamo appisolati sul divano in salotto. O come quando incorriamo in un brutto imprevisto, quale che esso sia. Il giorno, in casi come questi, diventa più buio della notte.
Difatti – ci avverte tra le righe il brano evangelico – la luce naturale, di cui il giorno è di per sé dotato, risulta spesso alquanto radente. Si effonde rasoterra e di conseguenza si limita a rischiarare la vista di chi guarda verso il basso. Cosicché finiamo per vedere solamente ciò a cui ci siamo abituati: i nostri bisogni immediati, le nostre feriali faccende, la marcatura stretta delle nostre relazioni vissute con istintiva ripetitività, persino le più profonde e nobili, quelle affettive. Ci sfugge l’irrompere della novità. Come fu per gli uomini e le donne al tempo di Noè, prima che si scatenasse il diluvio: «mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito… e non si accorsero di nulla». Ma pure come può essere per gli uomini e le donne del tempo che precede la parusia, cioè l’avvento insistente del Figlio dell’uomo: «Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata». Né quelli di prima né quelli di dopo – fa notare Gesù – si accorgono di cosa veramente va accadendo. Anzi, di chi finalmente sta venendo.
Il tono apocalittico del monito di Gesù incute timore, perché prospetta delle incognite sconcertanti: chi sarà portato via e chi resterà? E converrà esser portato via oppure restare? Ma l’intenzione del discorso, che il Maestro fa ai suoi discepoli, non è di spaventarli. Semmai di scuoterli, per destarli, per far loro sbarrare gli occhi. Non con terrore, bensì con attenzione. Non con angoscia, ma con speranza. Senza dimettersi dalle fatiche d’ogni giorno, senza distrarsi dalle sacrosante preoccupazioni quotidiane, senza privarsi delle gioie più sane e più belle. Ma pure concentrandosi sull’altro versante del reale, quello che rimane invisibile e nondimeno urge nel rivelarsi, chiedendo riconoscimento e accoglienza: ciò che sembra esulare dai nostri diretti interessi, quel che pare non convenirci ma nemmeno minacciarci da vicino, che rimane al di fuori del nostro controllo, che non rientra nel nostro tornaconto, che non può essere da noi manovrato e men che meno manomesso. Ma che, in verità, sta prendendo di mira proprio noi, assieme agli altri. O, più serenamente e seriamente, che ci sta interpellando, così esigendo una nostra risposta e, al contempo, mettendoci in condizione di dargliela proprio perché ci interpella.
Il tempo d’Avvento rilancia appunto l’appello ad assumerci la responsabilità di ciò che accade nella nostra storia comune. Si tratta di smascherare e neutralizzare ciò che frena il compiersi della giustizia giusta, il raggiungimento della vera pace, il ripudio dell’«arte della guerra» profetizzato da Isaia nella prima lettura. E, altresì, di avvistare una buona volta – per fargli spazio nella nostra vita – colui che viene a condividere la pena di chi subisce ingiustizia, la sofferenza di chi patisce violenza, il disagio di chi resta esposto alla follia di coloro che pretendono di poter disporre arbitrariamente di tutto e di tutti.
Purtroppo è facile non accorgerci di ciò che invece appare evidente a chi ci sta vicino, se distogliamo l’attenzione dalle necessità del nostro prossimo (al di là delle distanze geografiche, che nell’epoca dell’infosfera in ogni caso si abbreviano). Anche noi, incurvandoci su noi stessi, corriamo il pericolo di non percepire i segni dei tempi che altri, spalla a spalla con noi, con sguardo vigile, riescono a scrutare. Non possiamo e non dobbiamo concederci il lusso effimero dell’autoreferenzialità. Dobbiamo piuttosto trascenderci, aprendoci agli altri che vivono e patiscono vicino a noi, non meno che all’Altro, quel «Signore Gesù Cristo» che permanentemente torna in mezzo a noi e per noi.
Le voci verbali sparse in tutti i brani biblici oggi proclamati e ascoltati segnino l’agenda del nostro tempo d’Avvento: svegliarsi e vegliare, cercare di capire, tenersi pronti, rivestirsi di luce per camminare nella luce, andare con gioia incontro al Signore.
Il nostro Si, totale al Signore e lui stesso, Santo Pccolo Bambino , preparera’ i nostri cuori ad accoglierlo