Dal problema eco-logico a quello ego-logico

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La ricerca di un giusto rapporto con la natura e del modo più idoneo di abitare questo pianeta è uno dei temi che, da sempre, ha accompagnato l’esistenza umana. Benché buona parte della realtà sia ormai prodotta o comunque manipolata dall’uomo, tuttavia non possiamo definire artificiale tutto l’esistente. L’uomo non è artefice di se stesso, mentre è certamente parte integrante di una natura che, benché si faccia di tutto per ignorarlo, continua ad essere governata da leggi ben precise. Eppure, si continua a vivere, in una sorta di delirio di onnipotenza, con l’illusione che non possa esserci alcun limite ad un’azione, per lo più, è dettata da logiche utilitaristiche e edonistiche. L’ossessione del profitto ha fatto sì che si perdesse progressivamente il rapporto autentico con una natura, non a caso percepita come mera risorsa.

Eppure, vi era un tempo in cui i cicli della natura erano i punti di riferimento fondamentali per l’uomo che, non a caso, li investiva di sacralità.  Le stagioni, le albe e i tramonti, le fasi lunari, ogni fenomeno della natura serviva a scandire i tempi e a guidare le azioni di una vita vissuta in armonia con l’intero pianeta. Una visione questa che si è smarrita in una società egoica che non riesce più a vivere il tempo, ma solo a subirlo, che non riesce più ad abitare lo spazio, ma solo a consumarlo.

I disastri ambientali, le emergenze climatiche, le pandemie e in generale tutti i fenomeni devastanti che stanno accadono sotto i nostri occhi, non sono altro che i segni di una natura che si ribella, che grida all’uomo che non può più permettersi di ignorare le sue leggi, senza mettere a rischio la sua stessa sopravvivenza. Si tratta di veri e propri campanelli di allarme che dovrebbero svegliare l’umanità e riportarla a una vita in armonia con la natura. Purtroppo, dobbiamo dire che, se non fosse per questi eventi estremi, molto probabilmente non ci accorgeremmo nemmeno di tutto il male che stiamo facendo all’ambiente e soprattutto del fatto lo stiamo facendo a noi stessi.

Ma cosa può avere provocato tutto questo decadimento umano e ambientale? Ormai è evidente che alla radice del problema ecologico ci sia il problema egoico di una società focalizzata principalmente su falsi bisogni e su un apparente benessere. C’è la società dei consumi, il cui motore principale è un mercato divinizzato che non conosce limiti inviolabili. C’è lo strapotere di un capitalismo assoluto, libero da ogni vincolo. C’è l’inadeguatezza di una politica che ha perso la sua vocazione originaria per asservirsi ai diktat dell’economia finanziaria.

In questo quadro, tutte le soluzioni avanzate per risolvere il problema ecologico non possono che essere illusorie. Se, infatti a dominare è pur sempre il mercato, allora a nulla servirà scrivere trattati internazionali per raggiungere una presunta neutralità climatica e contrastare il riscaldamento globale. A che serve andare alla ricerca di energie alternative e sostenibili, quando poi per sostenere la tecnologia moderna abbiamo bisogno di terre rare e metalli i cui processi di estrazione e raffinazione hanno impatti devastanti per l’ambiente e per l’uomo stesso? E’ di questi giorni l’ultima tragedia avvenuta in Congo, dove almeno 70 persone sono morte per il crollo in una miniera di rame e cobalto.

Piuttosto che usare la nostra intelligenza per la salvaguardia dell’ambiente, siamo arrivati a ipotizzare città intelligenti dove la qualità della vita sarebbe del tutto rimessa all’intelligenza artificiale e al controllo capillare da parte di questa su ogni aspetto della nostra vita. A fronte di un benessere aleatorio, dunque, la certezza della perdita della nostra privacy e delle nostre libertà.

Eppure, il “Patto verde europeo” continua a portare avanti il suo piano d’azione per la transizione ecologica, molto spesso, attraverso l’imposizione di ingenti oneri economici sui cittadini europei, come sta avvenendo con l’obbligo della riqualificazione “green” di immobili a zero emissioni, pena l’impossibilità nel prossimo futuro di venderli o affittarli.

Tutti provvedimenti discutibili che comunque sembrano volere eludere il problema di fondo e cioè che occorre ripartire da una seria analisi del funzionamento della società, delle sue leggi economiche e dei comportamenti umani. Non sembra, infatti, che si voglia tener conto del fatto che ambiente umano e ambiente naturale si degradano insieme e che, se la terra è ferita, ciò accade soprattutto perché a prevalere è sempre il ”dio denaro”, la logica del profitto e della speculazione finanziaria, che nel pianeta vede solo una fonte di risorse da estrarre illimitatamente e incondizionatamente. Una visione spietata che giunge persino a prefigurarsi lo sfruttamento delle risorse di altri pianeti, una volta esaurite quelle della terra.

Si tratta di sistema profondamente ingiusto che accetta che siano gli ultimi e i più poveri a pagare il prezzo del benessere di pochi. Stiamo parlando di quel capitalismo additato da Marx come causa dell’alienazione e della mercificazione dell’essere umano. Ma non solo. Il discorso, infatti, oggi si potrebbe estendere anche al mondo animale e in generale a tutto l’ambiente. Per il capitale, infatti, ogni cosa può essere trasformata in merce e il mondo animale non meno di quello umano: pensiamo agli allevamenti intensivi o alle galline allevate in batteria.

Parlare seriamente di sostenibilità oggi dovrebbe pertanto voler dire denunciare innanzitutto il fallimento di un sistema non più sostenibile, che continua imperterrito a puntare sulla crescita infinita, in un ecosistema che è pur sempre limitato e finito.

Il problema ecologico è dunque innanzitutto un problema etico che chiama in causa la responsabilità di ogni persona che abita la casa comune. Ambiente umano e ambiente naturale non sono due realtà distinte e separate, ma l’uno agisce sull’altro. Se l’ambiente umano si degrada, inevitabilmente si degrada anche l’ambiente naturale. A nulla serve proiettarci verso una transizione ecologica se prima l’uomo non torna a percepirsi come custode e amministratore responsabile, piuttosto che come padrone e mero consumatore.

Occorre pertanto sfatare il mito di uno scientismo capace di soddisfare e risolvere tutti i problemi dell’uomo e ripartire dall’etica. Inutili gli atteggiamenti fideistici nei confronti di una presunta tecnica salvifica, né tanto meno servono posizioni drastiche e colpevolizzanti che arrivano persino a concepire strategie di depopolamento!

Quello che serve è una vera conversione del cuore dell’uomo. Infatti, la società dei consumi trova la sua arma vincente proprio nel decadimento morale e culturale. Più l’uomo vive insoddisfatto e in disarmonia, più sente il bisogno di possedere oggetti e consumare risorse. Solo un essere umano consapevole e pacificato potrà tornare a vivere in armonia con se stesso e con gli altri e concepire la natura che lo circonda come un fine e non più solo come mezzo.

L’educazione qui torna ad essere centrale. Si tratta, infatti, di educare a nuovi stili di vita che siano compatibili con la salvaguardia dell’ambiente. Contro l’imperativo dell’efficientismo e della produttività, un buon inizio potrebbe essere quello di tornare a vivere quel “sabato” che, nella tradizione biblica, rappresenta il tempo del riposo e della contemplazione. In altre parole, tornare ad essere uomini e donne estatici e non solo pragmatici. Ritrovare un tempo per la meraviglia e la contemplazione delle bellezze della natura. Avere cura dell’ambiente significherà allora aver ritrovato il tempo della pausa, del silenzio e dell’ascolto. Solo attraverso nuovi stili di vita più sobri, potremo tornare ad essere capaci di opporci alla mercificazione dell’essere umano e alla devastazione dell’ambiente. Less is more: per una volta si potrebbe usare questo slogan per far passare il messaggio che è giunto il momento che l’essere umano ritrovi se stesso, tornando all’essenziale e alla capacità di godere delle piccole-grandi cose di una vita vissuta in armonia.

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