La famiglia di Nazareth: la pietas al di là del patriarcato

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella festa della Santa Famiglia (anno A)

Sir 3,2-6.12-14; Sal 127/128; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

Questa prima domenica del tempo liturgico di Natale è dedicata alla famiglia di Gesù bambino. La vediamo dapprima raccolta nella stanza più povera di una casa di Betlemme, poi continuamente in cammino tra le contrade di Palestina e l’Egitto, infine stabilitasi a Nazareth.

Le sue vicissitudini, per come sono narrate dall’evangelista Matteo, ruotano sì attorno a colui che è nato nella stalla, rimanendo adagiato in una mangiatoia, ma hanno Giuseppe per protagonista. Nel senso letterale del termine: è proprio il falegname emigrato in Galilea che, sempre, agisce per primo. E, difatti, egli si assume la tutela del figlio di Maria sua sposa, si prende cura del bimbo e della madre, si sente responsabile della loro sicurezza, si ferma a pensare sul da farsi e quindi si mette all’opera.

Il suo impegno in favore di Gesù e Maria dimostra che la verità della paternità consiste nella gratuità. Poiché, pur non essendo il padre naturale del figlio di Maria, se ne fa totalmente carico, per amore verso la giovanissima moglie e in obbedienza a ciò che in fondo alla sua coscienza retta sente di dover fare. Nel suo caso non si tratta semplicemente di ottemperare a quello che Kant avrebbe molti secoli dopo chiamato “imperativo categorico”. Le decisioni e le azioni di Giuseppe tracimano la “ragione pratica”, in quanto – per lui, diversamente dal filosofo tedesco – non sortiscono solamente da un radicale input etico, bensì pure da un discernimento costitutivamente interlocutorio, elaborato cioè non semplicemente rimuginando tra sé e sé ma stando in dialogo con Dio.

Purtroppo l’indole teonoma della storia di Giuseppe e della famiglia ch’egli accudisce – non perché presuma che Gesù e Maria gli “appartengano”, ma perché accetta umilmente e coraggiosamente di diventarne il custode – è spesso, ai nostri giorni, fraintesa come il retaggio di un antico e ormai anacronistico regime eteronomo. Come se corrispondere alla volontà di Dio, per chi crede, equivalga a sottostare acriticamente alle arbitrarie e dispotiche direttive di qualcun altro. Romano Guardini, confrontandosi col punto di vista kantiano, ha spiegato che in realtà il Dio rivelatosi in Cristo Gesù non è il “grande altro” contro cui le filosofie moderne ci hanno messo in guardia. Semmai, Dio è Dio: non coincide con l’essere umano ma nemmeno gli si contrappone, sta in alto – trascende cioè l’essere umano – e nondimeno gli si semina dentro, approssimandoglisi a tal punto da entrare nella condizione umana, per condividerne tutti i condizionamenti, quali che essi siano. Questo vuol dire l’annuncio lieto del Natale: il Verbo di Dio si fa carne, Dio si esprime umanamente.

Corrispondere alla volontà di Dio, in tale prospettiva, non vuol dire dunque rassegnarsi a un indebito servaggio. D’altronde il racconto evangelico di Matteo mostra che la volontà di Dio desidera in ogni caso il bene della famiglia guidata da Giuseppe. Il quale svolge il suo ruolo con lucida consapevolezza vocazionale, concentrandosi nel ponderare razionalmente i tanti problemi che vanno sorgendo per trovarne la soluzione più ragionevole possibile, non senza restare aperto all’ispirazione che può venirgli dall’Alto. E grazie a questa sua disponibilità credente egli può avvertire la presenza di Dio nel proprio cuore, lì dove essa emerge con l’apparire dell’angelo kat’ónar, «come in sogno», nello spazio sacro dell’estasi. Sognare diventa, per Giuseppe, una costante. Anzi un metodo per ragionare correttamente, integrando l’esercizio di ragione dentro l’atto di fede. E così l’atto di fede stesso matura quale atto umano compiuto e completo. Giacché credere è sognare con gli occhi ben aperti sulla realtà. La qual cosa giova a Giuseppe e alla sua famiglia. Non si sottraggono alle fatiche, non dribblano i guai, li affrontano pazientemente, sperimentano la migrazione in terra straniera, vivono lo stato dei rifugiati politici, apprendono con pena della strage dei bambini ordinata da Erode, sono scossi dal terrore di fare una brutta fine. Ma indovinano tutte le mosse giuste: vanno in Egitto e poi ritornano in Giudea. Lasciano il sud ed emigrano al nord. Sempre insieme: Gesù e Maria con Giuseppe. Il quale ribadisce il suo silenzioso assenso alla vocazione ricevuta e ripete tante volte la medesima scelta che aveva già fatto prima del Natale, alzandosi e prendendo con sé il bambino e sua madre (ed è significativo che il verbo greco eghéirō adoperato con insistenza da Matteo significhi risorgere, oltre che alzarsi: Paolo lo userà in riferimento alla risurrezione del Cristo, ma qui dice la resilienza di Giuseppe e della sua famiglia).

Così descritta da Matteo, la santa famiglia risulta imperniata sulla figura molto sui generis di Giuseppe. Che non è il vero padre del bambino nato a Betlemme, ma lo ha in custodia. Non ha un figlio suo, ma è padre sul serio, preoccupandosi e occupandosi in tutto e per tutto di Gesù. Potrebbe sembrare strano sottolineare questa sua mansione paterna oggi che la figura del padre è subito collegata al patriarcato e ai cortocircuiti relazionali che questo ha comportato in ambito familiare e sociale. Tuttavia la figura del padre, impersonata da Giuseppe di Nazareth, non dà assolutamente adito a nessun tipo di patriarcato.

E i brani biblici che formano, assieme alla pagina evangelica, l’odierna liturgia della Parola – se letti e ascoltati con attenzione e senza pregiudizio – rimarcano piuttosto quella che gli antichi chiamavano pietas familiare. Nella prima lettura il Siracide la insegna con espressioni che hanno il timbro della tenerezza e non suonano per nulla autoritarie: «Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore. L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa».

Anche Paolo, nella seconda lettura, scrivendo ai Colossesi, chiama esplicitamente in causa la tenerezza quale stile connotativo della condotta familiare: «Fratelli, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità». Carità è, nell’originale greco, agápē: significa “amore vicendevole”. E non a caso Paolo ripete questo temine rivolgendosi ai mariti e indicando loro come devono porsi in rapporto con le loro mogli: «Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza». Ricambiate, cioè, il loro amore, per come l’amore femminile può e dev’essere, alieno da ogni violenza: lo sia, nel segno della reciprocità, anche l’amore maschile. Le espressioni paoline rivolte alle mogli potrebbero far pensare che egli cada in contraddizione quando le esorta a stare «sottomesse ai mariti». Ma subito dopo l’Apostolo aggiunge: «come conviene nel Signore». La voce verbale che compare a questo punto è aníēmi, che significa anche “mandare all’insù”, innalzarsi: come a dire, che se ci si deve sottomettere, lo si deve fare alla maniera di Cristo Gesù, che si sottomise al Padre suo per essere infine da lui esaltato, come Paolo chiarisce nel secondo capitolo della lettera ai Filippesi e come l’autore della prima lettera di Pietro afferma nel terzo capitolo di quell’antico documento neotestamentario che si può reputare la prima lettera enciclica del cristianesimo.

Bisogna comunque ammetterlo: non sempre, lungo la storia del cristianesimo, questo carattere agapico della realtà familiare è stato vissuto e rispettato. È una debolezza che dev’essere riconosciuta per essere superata. L’esempio di Giuseppe può aiutarci a riuscirvi.

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