“La deificazione dell’uomo nella spiritualità cristiana orientale”: il cammino verso la vita divina

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“La divinizzazione/deificazione” dell’uomo nella spiritualità cristiana orientale è stata al centro del quarto incontro del ciclo di approfondimento guidato da don Domenico Veglio, svoltosi venerdì 14 agosto, alle ore 21, nel suggestivo “Chiostro di San Benedetto”, presso l’Abbazia di San Martino delle Scale, alla vigilia della solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.

Don Domenico Veglio

Quello che segue è il resoconto della serata e non pretende di ripercorrere integralmente la riflessione proposta da don Veglio. L’obiettivo è raccogliere alcuni dei passaggi più significativi dell’incontro e restituire il senso di una riflessione che ha toccato uno dei temi più profondi della spiritualità cristiana: il rapporto tra l’uomo e Dio e la possibilità, per l’essere umano, di partecipare alla vita divina.

Nel clima raccolto della vigilia di Ferragosto, il Chiostro di San Benedetto ha accolto la comunità per un momento di preghiera e ascolto. Al centro della serata una parola che può apparire complessa e che, proprio per questo, necessita di essere compresa nel suo significato autentico: “deificazione”.

Che cosa significa deificazione?

Nel corso dell’incontro è stato chiarito innanzitutto che parlare di deificazione non significa affermare che l’uomo possa diventare Dio per natura. La deificazione indica piuttosto la possibilità per l’essere umano di partecipare alla vita divina, entrando in una relazione sempre più profonda con Dio e lasciandosi trasformare dalla sua grazia, purificandosi dal peccato e unendosi a Dio in Cristo.

La riflessione è partita dalla creazione dell’uomo a immagine di Dio, per soffermarsi poi sulla vocazione dell’essere umano a recuperare quella bellezza originaria che il peccato ha deturpato. L’uomo, secondo la prospettiva proposta, è chiamato a conformarsi all’archetipo divino e a ritrovare progressivamente in sé l’immagine alla quale è stato creato. In questo passaggio è stato richiamato anche il pensiero del teologo benedettino tedesco Anselm Stolz, vissuto tra il 1900 e il 1942, riferimento nell’ambito della patristica cristiana. Don Veglio ha ricordato la sua riflessione sull’uomo come “immagine dell’Immagine”: l’Immagine perfetta di Dio è infatti il Figlio.

Da qui emerge un punto essenziale: il progetto di Dio è rendere l’uomo partecipe della sua natura divina. Il Figlio è tale per natura, mentre l’uomo lo diventa per grazia, per dono e per adozione.

La deificazione, quindi, non annulla l’identità personale. L’uomo non diventa Dio per essenza e non si perde in una sorta di fusione panteistica con il divino. Rimane creatura, conservando la propria unicità, ma viene chiamato a partecipare alla vita di Dio e a lasciarsi trasformare interiormente. È attraverso Gesù Cristo che questo cammino diventa possibile. La divinizzazione dell’uomo passa infatti attraverso Cristo, nel quale la distanza tra la natura divina e quella umana viene attraversata.

La vita sacramentale come cammino di trasformazione

Un altro momento della riflessione ha riguardato la vita sacramentale, presentata come parte concreta del percorso attraverso il quale l’uomo può crescere nella comunione con Dio e conformarsi progressivamente a Cristo.

Il recupero dell’immagine divina non viene quindi inteso come un processo automatico. Coinvolge la vita della persona, le sue scelte e il modo in cui essa vive la propria fede.

I sacramenti, nella vita della Chiesa, diventano così uno degli strumenti attraverso i quali approfondire la relazione con Dio. La fede non rimane confinata alle parole o ai gesti esteriori, ma può diventare esperienza e trasformazione interiore.

Conoscere Dio attraverso l’esperienza

Un ulteriore tema affrontato durante la serata è stato quello della conoscenza di Dio, che nella prospettiva proposta da don Veglio non può essere ridotta a una conoscenza erudita o esclusivamente intellettuale.

Conoscere Dio significa soprattutto fare esperienza di Lui e incontrarlo nella propria vita. Anche lo studio delle Sacre Scritture, quindi, non viene inteso come semplice acquisizione di nozioni, ma come un cammino capace di condurre la persona a un incontro reale con Dio. Immergersi nella Parola significa lasciarsi interrogare da essa e permettere che entri nella propria esistenza.

È proprio attraverso questo percorso che l’uomo può prendere coscienza anche della distanza che lo separa da Dio. Di fronte alla grandezza del divino, emerge la consapevolezza della propria fragilità e del proprio limite, di quel “nulla” che l’uomo sperimenta quando riconosce di non poter colmare da solo l’abisso che lo separa dal Creatore. Ma quell’abisso, nella riflessione proposta, non rappresenta una condanna. Se l’uomo si apre a Dio, è Dio stesso a poter riempire quel vuoto con la sua presenza e con la sua grazia. Da questa apertura può iniziare un cammino di trasformazione: l’uomo può crescere, lasciarsi plasmare interiormente e diventare sempre più simile al Figlio di Dio.

È in questo percorso che si comprende anche il significato della divinizzazione. Non diventare Dio per natura, ma partecipare alla sua vita attraverso la grazia, conformandosi progressivamente a Cristo. La conoscenza di Dio diventa così esperienza, l’esperienza diventa trasformazione e la trasformazione conduce l’uomo verso quella somiglianza con il Figlio nella quale si manifesta il cammino della deificazione.

Il riferimento evangelico a chi rimane in Cristo e “porta frutto” richiama proprio questa dimensione. La relazione con Dio non lascia l’uomo fermo nella condizione in cui si trova, ma lo accompagna verso una trasformazione progressiva.

L’Incarnazione, il ponte tra uomo e Dio

La riflessione ha quindi toccato il mistero dell’Incarnazione di Cristo, considerato centrale per comprendere la possibilità stessa della partecipazione dell’uomo alla vita divina.

Tra la natura umana e quella divina esiste una distanza che l’uomo, da solo, non potrebbe colmare. È Dio stesso a farsi vicino all’uomo attraverso Cristo. Nell’Incarnazione, Dio si comunica all’umanità e l’uomo viene reso partecipe della vita divina. In questo quadro, la deificazione non appare come un traguardo riservato a pochi, ma come una chiamata che riguarda ogni persona. È un cammino che passa dalla grazia, dalla fede, dalla vita sacramentale e dalla relazione con Cristo.

La collocazione dell’incontro alla vigilia della solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria ha dato alla serata un ulteriore elemento di significato. La figura di Maria, assunta nella gloria, si è collegata naturalmente al tema affrontato: la destinazione ultima dell’uomo e la sua chiamata alla comunione con Dio. Anche il luogo ha contribuito a creare un’atmosfera particolare. Nel Chiostro di San Benedetto, il silenzio della sera, il canto delle cicale e una leggera brezza hanno accompagnato le parole di don Veglio. Un contesto che ha favorito l’ascolto e ha lasciato spazio alla riflessione personale. Quello del 14 agosto è stato dunque un incontro che ha cercato di avvicinare i presenti a un concetto centrale della spiritualità cristiana orientale, spesso difficile da comprendere nella sua profondità.

La deificazione dell’uomo può essere sintetizzata come la chiamata dell’essere umano a partecipare alla vita divina attraverso Cristo e nella grazia, senza cessare di essere creatura. Un percorso che coinvolge la fede, i sacramenti, la relazione personale con Dio e la trasformazione interiore.

Al termine della serata resta una domanda che va oltre la definizione teologica del termine “deificazione”. È la domanda che nasce quando una riflessione sulla fede riesce a uscire dalle formule e a toccare la vita concreta: quanto siamo disposti a lasciare spazio a Dio nella nostra esistenza e a lasciarci trasformare dall’incontro con Lui?

Nel silenzio della vigilia di Ferragosto, quella domanda ha trovato nel Chiostro di San Benedetto il luogo e il tempo per essere ascoltata. Tra le parole ascoltate e il silenzio del chiostro, la riflessione proposta da don Veglio ha riportato l’attenzione sull’uomo, sulla sua origine e sulla possibilità di un cammino interiore capace di condurlo verso una comunione più profonda con Dio.

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