Una società senza eredi

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Fino a non molto tempo fa, ogni qualvolta si parlava del disagio giovanile, uno dei temi più dibattuti era quello del conflitto generazionale. L’adolescenza, in particolare, veniva considerata come quel passaggio critico in cui il modello genitoriale veniva messo in discussione. Una fase delicata, quella della contestazione del padre e dell’adulto in generale, che tuttavia era considerata necessaria nel processo di differenziazione e affermazione dell’identità individuale. Oggi raramente si sente parlare di adolescenza in questi termini. È come se ad un certo punto ci fossimo rassegnati a vedere il disagio come un dato strutturale e permanente dei giovani di oggi. Viviamo cioè una sorta di cronicizzazione di un malessere in cui non si sa quando ci si entra, né tanto meno quando sia possibile uscirne. In uno stato generalizzato di apatia, si tende a vivere rassegnati, come se non ci fosse più alcuna spinta motivazionale alla ribellione, né strumenti per una seria messa in discussione dell’esistente.

Se è vero che la società odierna è una società senza padri, allora possiamo comprendere come l’impossibilità del conflitto non sia altro che conseguenza dall’assenza di uno dei suoi attori principali. Cosa può fare il figlio davanti ad un padre che non c’è? Può vivere l’assenza come un tempo di attesa, come Telemaco, che, guardando il mare, spera nel ritorno di Ulisse. Oppure può invece dimenticarsi del padre, cioè rimuoverlo. Da un lato l’erede giusto che attende il ritorno del padre, dall’altro il figlio che non attende nulla perché non si riconosce più come erede, che non si definisce più come figlio di padre, ma se mai come figlio del proprio tempo. Mentre l’uno si apre alla speranza del futuro, l’altro cede alla rimozione del passato. Ci troviamo così di fronte ad un figlio parricida, privo di modelli di riferimento, che crede di essere senza storia o che comunque questa non abbia niente da insegnargli.  

La cd Cancel Culture non è altro che espressione culturale di questo processo di cancellazione dei padri e di rimozione del passato. Non c’è alcuna eredità da ricevere, perché tutto ciò che viene dal passato non ha nessun valore e non ha niente da insegnarci. Vengono cancellati tutti i punti di riferimento culturali, ignorati i grandi maestri del passato, i “classici” divengono i grandi assenti dei percorsi formativi e la parola “tradizione” sembra non rientri più nel nostro vocabolario. Insomma, essa vorrebbe segnare per l’umanità una sorta di punto zero della cultura da cui è possibile ripartire solo e soltanto a partire da un’opera di sistematica rimozione di tutto ciò che rappresenta la nostra identità culturale. Si tratta di un vero e proprio paradosso della società del multiculturalismo che, in teoria dovrebbe promuovere la coesistenza delle diverse culture, tradizioni e identità etniche, ma che, di fatto, finisce con il fare a meno di ogni identità. Come se il rispetto delle diversità dovesse passare dalla rimozione forzata delle identità culturali. A ben vedere, così facendo, si finisce con il fare torto all’idea stessa della convivenza tra culture, tradendo usi e costumi profondamente radicati.

Una delle chiavi di lettura per comprendere le possibili cause di quello che si presenta come un vero e proprio processo di demolizione culturale, ci viene offerta dalla psicanalisi. Per Lacan, in particolare, padre è colui che rappresenta la legge che sa porre un limite al desiderio del figlio e che dunque è in grado si preservarlo così dal pericolo del godimento illimitato. Già questa definizione basterebbe a spiegare perché, nella società dei consumi e del profitto, l’esistenza stessa del padre rappresenti una vera minaccia. Così come rappresenta una minaccia la comunità in sé, dal momento che ogni forma di appartenenza e dunque di identità, si pongono come il più grande ostacolo per la società di individui destinati a vivere come meri come atomi consumistici che perseguono il piacere incondizionato.

Ma vi è di più. Ripudiare il passato, significa negare il futuro. Salvaguardare il nostro patrimonio culturale, infatti, non vuol dire precludersi la possibilità di una sua rielaborazione, ma garantirne anzi la possibilità. Non si tratta, infatti, di promuovere un’assunzione pedissequa e acritica del passato, ma se mai di mettere in salvo i nostri punti di riferimento culturali ed esistenziali, assicurando così quel filo di continuità tra le generazioni attraverso cui l’umanità può ancora trovare il senso più vero della sua storia. Una continuità il cui valore, dunque, è ben oltre la mera condivisione delle idee, perché ha a che fare con la possibilità stessa di rimanere connessi con un patrimonio culturale di cui, volenti o nolenti, siamo eredi. Significa cioè assicurare alle nuove generazioni quella eredità da cui non è possibile prescindere, senza determinare una perdita incolmabile. Nessuna società, infatti, può essere in grado di pensare criticamente il suo presente, né di prefigurarsi il suo futuro, prescindendo dal patrimonio ereditato e da una assunzione consapevole e critica della sua stessa cultura. Pensare di poter fare a meno dell’idea di civiltà, significa precludersi la stessa possibilità dell’elaborazione del pensiero futuro.

Ecco perché possiamo dire che una società senza padri è inevitabilmente una società senza figli. Ecco perché la cancellazione non può essere considerata un autentico processo culturale, ma, anzi, l’avvio di un processo di deculturazione di una società individualistica e narcisistica che si illude di potere bastare a se stessa e di potersi auto-creare in un eterno presente che fa a meno del passato. Tutto l’impianto valoriale della nostra civiltà deve essere rimosso per dare spazio a un principio di libertà assoluto e a un edonismo del qui ed ora. Bisogna avere in odio l’Occidente, rimuovere e cancellare tutto ciò che ne definisce l’identità culturale: il Cristianesimo con il suo il centralismo della persona umana, ogni forma di comunità e di appartenenza, a partire dalla famiglia e ogni espressione di identità, a partire da quella di genere. Insomma, una vera e propria rivoluzione antropologica che tutto mette in discussione. In questo egocentrismo del presente in cui le idee sono state soppiantate dai processi tecnologici, a pagarne le spese sono soprattutto i giovani che, in nome di una presunta e illusoria idea di libertà, vengono privati dei modelli culturali di riferimento, degli insegnamenti del passato e della speranza del futuro.

Una delle conseguenze più drammatiche di questo processo consiste in una progressiva demolizione dell’attitudine al pensiero critico. Un tempo, prima di intraprendere un mestiere, bisognava essere preparati, ricevere una formazione che era parte integrante di una trasmissione generazionale. Esistevano scuole di pensiero e appartenere a una di esse era considerato un privilegio, un segno distintivo che garantiva il livello di preparazione. In politica, ad esempio, presentarsi come eredi di una tradizione era ben più importante dell’essere considerati “nuovi”. Oggi la politica è solo una questione di numeri e il politico di professione troppo spesso sostituito è stato rimpiazzato da un politicante che si autolegittima in virtù di una presunta “verginità politica” che nulla dice in più del semplice fatto che egli sia alla sua prima esperienza politica. E questo sarebbe il valore aggiunto.

Se questo è lo stato delle cose, allora forse è giunto il momento di tornare a educare le nuove generazioni ad essere “eredi”, attraverso il recupero di una una storia che è fatta di grandi pensatori, di maestri, di una sapienza antica che ha segnato l’Occidente e che, ancora oggi, dovremmo considerare il nostro bagaglio culturale. Ma per fare ciò dobbiamo rinunciare a una cultura dell’individualismo scisso da ogni riferimento storico e culturale. Dobbiamo cioè abbandonare l’idea che la trasmissione generazionale equivalga ad indottrinamento e che l’educazione si risolva nel condizionamento o in una distorsione di personalità. Recuperare il passato vorrà dire, pertanto, uscire dal qui ed ora come unica dimensione temporale e tornare ad essere adulti autorevoli e responsabili di quella trasmissione del patrimonio ereditato che è preludio di una sua futura elaborazione. Vorrà dire soprattutto dimostrare che le filosofie e i pensieri non sono esauriti e che non è vero che all’uomo contemporaneo non rimanga altro che affidarsi al predominio della tecnica e di un’economia privi di cornice storica e culturale.

4 replies on “Una società senza eredi”

  • Sabrina, concordo con il tuo pensiero. La speranza sono i nostri giovani, solo loro! Il nostro compito è quello di rispondere alle loro domande e alla loro curiosità sul passato familiare. Sono famelici di riferimenti familiari e storici, più di quanto non lo fossero i nostri figli che spesso rinnegano il nostro vissuto. Sto scoprendo da nonna, con sorpresa, tutto questo; la Storia Familiare diventa così per loro la STORIA. Un bisnonno, una trisavola, uno zio sacerdote e tanti ancora diventano i loro riferimenti per conoscere la Storia partendo dal basso, non solo dai libri talvolta mendaci. Mia nipote in un tema in classe:”Scrivete di una vita eroica”, ha scritto del bisnonno, mio padre ufficiale dell’Aeronautica che fece la guerra in Libia e fu fatto prigionero dagli Alleati, tornando malato di dissenteria e con la scabbia. Ecco la chiave per creare in loro fiducia nell’umanità, parlare e nutrirli della nostra identità familiare, anche con la storia di una “scaccia” che ti chiedono di preparare per loro! Io spero tanto in questa gioventù nata dal 2000 in poi! Un caro saluto, Ninni.

  • Complimenti Sabrina, analisi perfetta e puntuale di una situazione che dura da anni. All’interno della famiglia e della scuola si è perso il concetto di formazione ed educazione. Non ci si può formare un pensiero critico senza prima conoscere il passato. Oggi tutto è messo in discussione a prescindere senza prima conoscerlo. Gli alunni a scuola ti chiedono a cosa mi serve prima di studiare perché è passato il concetto che la scuola deve insegnare un mestiere. Non è così la scuola deve servire alla formazione culturale dell’individuo. Se non hai cultura non sei in grado di scegliere la tua strada.

  • Cara Sabrina affronti il tema molto complesso che è il disagio giovanile. In primo luogo il mondo non è più come era nella mia adolescenza cioè negli anni 60 -70 , c’era una generazione che aveva vissuto la guerra e il dopoguerra con determinati valori e una generazione di giovani che coltivava ideali e utopie totalmente nuove e diverse , aspirazioni rivoluzionarie e un profondo desiderio di cambiare il mondo .. il gap generazionale era enorme ed era difficile almeno per me trovare un terreno di dialogo comune , e’ stato il periodo dei movimenti studenteschi, il 68 ,gli hippies, la controcultura , anche se i risultati sono stati più o meno insoddisfacenti era una generazione che aveva preso la parola e il mondo ne è stato profondamente influenzato. C’era tanto tempo e tanto spazio per il confronto la critica e la ricerca di nuovi modelli culturali ed esistenziali. Oggi siamo tutti più omologati , le ideologie e gli ideali rivoluzionari sono tramontati , siamo tutti sopratutto i giovani , nativi digitali, vittime della ingerenza della tecnologia, tutti sempre connessi ma non in sintonia con i tempi della natura . Lo spirito critico nasce anche dall’ascolto , dalla contemplazione dalla riflessione , dal silenzio. Certamente occorre comprendere il rapporto indissolubile che che lega i figli ai padri e ai nostri progenitori, le costellazioni familiari ci influenzano profondamente ma per comprendere questo e tanto altro occorre secondo me educare le nuove generazioni e anche le vecchie generazioni alla conoscenza di se stessi e alla evoluzione della coscienza , solo così padri e figli possono costruire un mondo più consapevole

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