Ecco, viene: rallegriamoci e gioiamo

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella III domenica d’Avvento (anno A)

Is 35,1-6.8.10; Sal 145/146; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

La terza domenica d’Avvento è sempre denominata con un termine latino: Gaudete! Vuol dire: «Gioite!». E, nei paramenti liturgici, il viola severo si stempera in dolci sfumature rosacee. Nel complesso tutto ciò rappresenta un invito a rallegrarci, perché il Natale s’avvicina sempre più. E – liturgicamente simboleggiata dal Natale – anche l’insistente e paziente visita del Signore. Il quale non smette di venire a cercarci e a trovarci. Perciò si rafforza la speranza di incontrarlo nella nostra vita, di vederlo impercettibilmente all’opera per noi, condividendo le nostre fatiche e le nostre sofferenze, prendendosi cura delle nostre debolezze – specialmente quelle che rimangono nascoste alla vista altrui, le debolezze spirituali e morali –, confermando nel fondo della nostra coscienza credente i nostri migliori propositi, chiarendo il senso delle nostre più amare preoccupazioni, aiutandoci a rialzarci dopo le nostre cadute, incoraggiandoci a non arrenderci ai nostri errori e ai nostri fallimenti, spingendoci a offrire noi stessi in favore degli altri.

È lo stesso invito a fugare la paura e a recuperare la fiducia in un “prossimo” futuro migliore che già Isaia rivolgeva agli israeliti, come si legge nella prima lettura: «Dite agli smarriti di cuore: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge il riscatto […]. Egli viene a salvarvi”». Persino la terra arida, la steppa e il deserto – tutti sinonimi di uno stato d’animo triste e mortificato – erano invitati dal profeta a rallegrarsi e a giubilare, giacché senza neppure accorgersene una vita nuova li stava facendo fiorire come non mai.

Il tempo del riscatto operato da Dio per coloro che confidano in lui, tuttavia, coincide col tempo della loro riscossa. Vale a dire con l’assunzione di responsabilità cui sono pure richiamati: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti». Bando, dunque, alle «lamentele» vicendevoli, che fiaccano gli animi, rompono la comunione e si risolvono in un inutile scaricabarile reciproco, come l’apostolo Giacomo avverte nella seconda lettura.

L’invito a gioire, inoltre, lascia ormai intravvedere la seconda parte dell’Avvento. Difatti, i testi biblici che compongono la liturgia della Parola, dismettono i toni apocalittici che sinora hanno prospettato la parusia, ossia l’ultima e suprema venuta del Cristo. E si concentrano sui personaggi che storicamente – secondo le narrazioni evangeliche – sono stati coinvolti nella nascita del Bimbo di Betlemme e nella sua vicenda messianica. Il primo di questi è Giovanni il Battista, cioè proprio colui che aveva gioito – aveva esultato – nel grembo di sua madre Elisabetta, quando Maria di Nazareth, a sua volta incinta, s’era recata da lei per darle il suo sostegno negli ultimi mesi di quella gravidanza inaspettata e prodigiosa.

Il Battista – nella pagina evangelica – è però chiamato in causa quasi alla vigilia della sua morte. Si trova nelle carceri di Erode e lì ripensa al suo impegno e alla sua predicazione per preparare la venuta del Messia. E proprio il messianismo è la questione che continua a stare al centro della sua riflessione. Le sue intuizioni riguardo a Gesù, da lui additato – secondo il quarto vangelo – come l’agnello di Dio che viene a prendere su di sé il peccato di tutti, erano state giuste? Si sarebbero rivelate corrette? Sa che Gesù va compiendo gesti profetici, come quelli preconizzati da Isaia: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto». E manda alcuni dei suoi amici a chiedergli spiegazioni: «Sei tu colui che deve venire (ho erchómenos, nel greco di Matteo: cioè il Veniente, il Messia venturo) o dobbiamo aspettare un altro?». Intrecciati nell’interrogativo, covano insieme il dubbio e la speranza, tremolante il primo e forte la seconda. Giovanni si rende certamente conto che il messianismo impersonato da Gesù non può essere politico o militare. E sa intimamente che si tratta di un messianismo spirituale ed etico, che dovrà sovvertire l’ordine sociale a partire dal cuore delle persone. Ma basteranno la sapienza, la purezza, la mitezza, a trasformare il mondo, senza l’ausilio della spada e senza gli stratagemmi dei politicanti? Nell’epoca e nel posto in cui vivono lui e Gesù, moltissimi la pensano diversamente, nel sinedrio di Gerusalemme non meno che nel pretorio di Pilato. L’impero augusteo impone, anche in Palestina, una pace armata che nulla ha che fare con la pace disarmata del Maestro di Nazareth.

La risposta che Gesù dà ai discepoli del Battista riecheggia le antiche profezie: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il vangelo». I segni messianici profetizzati da Isaia, nei salmi e nei rotoli antichi, si avverano in lui e con lui, a conferma di un messianismo che si prende cura dei deboli, che sta al servizio dei poveri, che si accompagna con gli ultimi.

Poi Gesù pronuncia tre elogi nei confronti del Battista. Il primo è ancora implicito: «Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Lo si può attribuire senz’altro a Giovanni. Il quale, infatti, è uomo di tutt’altra pasta rispetto agli ipocriti notabili che, quando incontrano il Rabbi galileo, alzano il sopracciglio e lo tacciano di blasfemia. Il secondo elogio suona più esplicito: il Battista è un grande profeta, della medesima levatura di Elia. Anzi, è più che un profeta. È, esattamente, il precursore che prepara la via al Messia. Al posto dello scandalo egli custodisce nel suo cuore un coraggio straordinario, che lo induce a rendere una testimonianza radicale, votata al martirio. Poiché è proprio lungo la via della testimonianza martiriale che Giovanni sta precedendo il Cristo, nonostante il Battista sia consapevole che il Messia che salirà al Golgota viene comunque «prima» di lui. Il terzo elogio, che getta luce sulla figura del Battista, lo dichiara il più grande fra i nati di donna, anche se il più piccolo nel Regno di Dio – cioè Gesù stesso – è pur sempre il più grande, financo più del grande Giovanni.

Giovanni il Battista ci aiuti ad avvistare Gesù il Cristo, che viene di nuovo e sempre incontro a noi. Accogliamolo, facendo nostra l’invocazione con cui abbiamo pregato assieme al salmista: «Vieni, Signore, a salvarci».

1 reply on “Ecco, viene: rallegriamoci e gioiamo”

  • Grazie caro don Massimo di presentarci oggi il “messia veniente” colui che ci risolleva delle fatiche di una spiritualità arida ed a volte abitudinaria. Un Messia sempre vivo e vivente ancora oggi che da linva alla nostra esistenza, con ottimismo e realismo nell’affrontare la vita nelle fatiche che si presentano. Ancora oggi vi è bisogno di far vedere i ciechi, di fare sentire i sordi, di far parlare i muti,….di far rivivere i morti. Appartenere a Cristo oggi significa appunto vedere, sentire, parlare, camminare e risorgere per migliorarsi e con Lui annunciando al mondo “la vera vita” . Bella realistica e profonda riflessione. Grazie !!!

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