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Un infarto fulminante, l’11 giugno 1967 poneva fine alla intensa esistenza terrena del cardinale Ernesto Ruffini primate della Chiesa di Sicilia. Ruffini che era nato il 19 gennaio 1888 a San Benedetto Po in provincia di Mantova, oltre ad essere uno dei più eminenti ed autorevoli esponenti della Chiesa Cattolica, era stato e continuava ad essere uno dei più alti riferimenti della vicenda politica e sociale siciliana. A raccontare la vita di questo augusto prelato – ma anche fine intellettuale particolarmente sensibile alle sorti della Chiesa – a cominciare dal suo rischiosissimo impegno[1] spiegato, nella Roma degli anni dell’occupazione tedesca, per salvare dalle razzie naziste molti ebrei, si potrebbero riempire le pagine di diversi volumi, ma in questo breve profilo ci occuperemo in modo sintetico di alcuni aspetti controversi del suo magistero palermitano. Ricorderemo, anche se a volo d’uccello, il suo ruolo influente negli oltre vent’anni, che lo videro arcivescovo di Palermo. La città che accolse il suo nuovo pastore era, infatti, profondamente ferita dagli effetti della guerra, molta parte del suo centro storico era stata ridotta in macerie dai bombardamenti, taluni perfino gratuiti[2], che nel corso di tre anni di conflitto, l’avevano vista come facile obiettivo. Ben 74.966 vani erano stati distrutti, mentre la metà dei 285.000 vani esistenti erano stati colpiti e resi pressoché inagibili.[3]. Numeri e percentuali che rendevano chiaro il quadro drammatico di una città in ginocchio, con un tasso di povertà altissimo, inoltre dominata da una tanto antica che feroce criminalità organizzata che alimentava il mercato nero. Una città abitata da un popolo attraversato da gravissime tensioni politiche, facile preda di pericolose illusioni utopistiche. Di tutto questo e dell’immane compito che l’aspettava il nuovo arcivescovo fu consapevole fin dall’inizio e, accettando la nomina, se ne caricò, con umiltà e pazienza, il pesante fardello. “Verrò con il proposito di esservi padre”[4], è questo il messaggio che il presule fece infatti pervenire ai palermitani sui quali riverserà, proprio come un genitore amorevole, il suo affetto facendosi guida responsabile. E sarà proprio il lato sociale del suo magistero, nel senso più ampio del termine – cioè inclusivo della parte politica – che, al di là delle finezze teologiche ed ecclesiologiche[5], delle quali avrebbe dato ampia prova soprattutto nel corso del Concilio Vaticano II, che qualificherà la sua presenza nella storia della città e dell’isola tutta. Era, dunque, conseguenza naturale di questa scelta di campo che l’arcivescovo venisse coinvolto, come soggetto attivo, nella aspra lotta politica del tempo che vedeva contrapposta la Democrazia cristiana, la cui fonte ispirativa si riconduceva alla dottrina sociale della Chiesa, e il suo avversario quel Partito comunista italiano, che traeva orientamento e finalità nel marxismo-leninismo che, come ricaduta, promuoveva una concezione materialistica della storia e l’avversione nei confronti di culti o religioni, considerati oppio dei popoli. Un avversario che non si faceva scrupolo di sostenere l’idea che la religione fosse bandita dallo spazio pubblico e confinata, nella migliore delle ipotesi, nel chiuso del privato. Proprio questo coinvolgimento rischiò, però, di far perdere al vescovo quella neutralità necessaria ad un pastore che guarda alle sue pecore con l’occhio benevolo e che, soprattutto, si preoccupa di non lasciarne indietro nessuna. Certamente l’arcivescovo ebbe chiaro questo pericolo e avvertì le difficoltà che lo scendere in campo avrebbe comportato ma si rendeva conto che la gravità del momento storico lo spingeva responsabilmente a correre questo rischio. Ruffini, il pastore che voleva essere padre affettuoso, scelse dunque di bere quel calice amaro dello scendere in campo, del lasciarsi coinvolgere nella lotta politica e, nel solco della Chiesa pacelliana, appoggiò in modo aperto il progetto democratico-cristiano richiamandosi così addosso critiche feroci a cominciare da quella di essere venuto meno al suo magistero divenendo uomo di parte. Un vescovo politico, dunque! Bisogna a questo punto intendersi sul significato da dare al termine politica. Fu lo stesso presule a dare quella che, a nostro modo di vedere, consideriamo più che esauriente spiegazione. Scrisse infatti Ruffini “ci si accusa di ingerirci indebitamente nella politica, ma se la politica oggi occupa, si può dire tutti i settori delle attività umane e non di rado offende i canoni più elementari della Religione; se di essa si servono i nemici più accaniti della Chiesa, per mascherare le loro armi e per giustificare, mediante una malintesa democrazia, i loro sacrileghi attentati, come si può restare estranei e indifferenti?…se non ce ne preoccupassimo mancheremmo infatti ad un impegno assunto con la nostra divina vocazione e ci renderemmo colpevoli di tradimento, più ancora dei generali che in tempo di guerra lasciassero indifesi i confini della Patria”[6]. Non, dunque, il fare politica per quello che lui stesso identificava come strumento di lotta “per l’acquisizione di posizione di potere”, ma fare politica come “dovere di coscienza”, strumento per la difesa della Chiesa e dei principi che ispiravano la vita cristiana. Potremmo, in questo senso, dire che l’arcivescovo pensava alla politica allo stesso modo di papa Pio XI, e cioè come” il campo della più vasta carità cristiana”[7], un campo, la “vigna del Signore” della quale, richiamiamo Benedetto XVI, voleva “farsi operaio”. Il suo essere politico assumeva pertanto un significato che si poteva identificare nella difesa dell’idea cristiana della società e dello Stato smascherando gli errori-orrori per salvare gli erranti verso i quali, si mostrava disponibile ad allargare paternamente le braccia, al momento del ravvedimento. Ruffini inoltre manifestò sempre un forte legame con la Sicilia, divenuta sua patria d’elezione. E, questo lo indusse a respingere come offensiva l’equazione Sicilia=Mafia al punto da essere perfino frainteso, dando la stura ad una ingiusta narrazione che lo ascrisse addirittura fra coloro che negavano l’esistenza del devastante fenomeno criminale. Narrazioni che un’onesta attenzione al suo impegno sociale disvelava come pura maldicenza ordita da chi in effetti lo considerò non solo un suo irriducibile avversario ma, addirittura, un suo nemico. L’amore per la Sicilia non si fermò però alla parola ma si tradusse in opere concrete. Numerosissimi furono infatti i suoi interventi di natura sociale i cui effetti positivi si riversarono sulla vita cittadina. Fra le sue tante realizzazioni ricordiamo il “Villaggio dell’ospitalità” per dare un tetto a numerose famiglie o la “Casa della gioia” dove venivano accolti i bambini che avevano bisogno di assistenza particolare. Proprio ricordando queste opere mi sembra opportuno concludere questo breve ricordo con le parole di Francesco Conigliaro «A mio sommesso parere – scrive infatti nel suo libro -, Ruffini è stato il più grande arcivescovo palermitano del secolo XX. Certamente il più santo, il più onesto, il più intelligente ed il più colto».[8]
- A. Riccardi, L’inverno più lungo – 1943/44: Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma, Laterza, 2008, p. 83; E. Gambino, Il pastore sulla breccia, Ernesto card. Ruffini, Roma, 1967; A. Hoffmann, L’albero di carrubo. Essere ebrei di Sicilia (1848-2020), Palermo, 2025
[2] N. Musumeci, La Sicilia bombardata. La popolazione dell’Isola nella Seconda guerra mondiale (1940-1943), Rubbettino, 2023
[3] P. Colombini, I Censimenti e le indagini statistiche promossi dagli Alleati nell’Italia liberata 1944-45, in “Storia Urbana” 5, pag.196.
[4] N. Barraco, Una Chiesa nella ferita della città, in Palermo l’identità cercata, a cura di P. Hamel, 2007, pag.227
[5] A. Romano, Ernesto Ruffini. Cardinale arcivescovo di Palermo (1946-1967), 2002
[6] N. Barraco, op. cit. pag.230
[7] Osservatore Romano, 23 dicembre 1927E
[8] Francesco Conigliaro, Sed contra. Ruffini dice che la mafia esiste. Pagine sul Cardinale Ernesto Ruffini Arcivescovo di Palermo, Palermo 2020
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