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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXXIV domenica del tempo ordinario (anno C)
Solennità di Cristo Re: 2Sam 5,1-3; Sal 121/122; Col 1,12-20; Lc 23,35-43
L’anno liturgico culmina nella solennità di Cristo Re. I brani biblici proclamati e ascoltati oggi ne annunciano la signoria in prospettiva messianica: Gesù è re perché è il Cristo, l’unto di Dio, il messia. Per questo motivo è rievocata, nella prima lettura, la figura di Davide, che viene unto re d’Israele a Ebron. Davide è “figura” del Cristo, ne preannuncia l’avvento. Difatti è annoverato nella lunga sequela di nomi che costituiscono la genealogia di Gesù. E il bimbo nato a Betlemme, in Giudea, sotto la paterna tutela del falegname Giuseppe, a sua volta si ritrova innestato nel medesimo albero genealogico, anche lui – così – connesso alla storia messianica che si radica in Jesse, padre di Davide. La cui regalità viene presentata come un servizio pastorale prima ancora che come l’esercizio di una regia potestà. D’altronde, Davide – da ragazzo – era stato un pastore nel senso stretto del termine: accudiva le greggi di suo padre. E il mandato assegnatogli da Dio fu proprio quello di «pascere il popolo d’Israele». Una missione di guida, da svolgere con l’accortezza e la determinatezza del pastore che non vuole perdere neppure una pecora, deciso a proteggere il gregge a ogni costo. Ma anche con la generosità di un giovane che all’occorrenza s’intenerisce e si preoccupa della pecora stanca, caricandosela sulle spalle pur di non abbandonarla alla mercè dei lupi. Sappiamo che, nella realtà storica, Davide svolse comunquela sua missione regale con le modalità di una leadership politica e militare alquanto spregiudicata, talvolta persino rapace. Egli fu l’eletto, l’unto, che da pastore del popolo di Dio si trasformò in un re di questa terra.
La regalità del Cristo è in continuità profetica e simbolica con quella del casato di Davide. Ma pure se ne differenzia, ponendosi in netta discontinuità rispetto ad essa. Gesù rivisita il senso della regalità e reinterpreta la messianicità al di là della sua valenza politica e militare. Si immedesima, invece, con la pecora da tosare e con l’agnello portato al macello, non con chi decide le sorti del gregge. Ai suoi discepoli – alcuni dei quali avevano probabilmente simpatizzato per il partito degli zeloti, attendendo una rivoluzione armata che riscattasse il regno d’Israele dall’egemonia degli stranieri invasori – dà un monito inequivocabile: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi non sia così. Piuttosto chi tra voi è il più grande diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve» (Lc 22,25-26). Il suo messianismo non è politico né tanto meno militare, anche se sarà frainteso come una scalata al potere. Sin dalla sua nascita: Erode il Grande temette che Gesù fosse nato per defenestrarlo e scatenò la sua furia nella strage degli innocenti, come racconta l’evangelista Matteo. E fino al processo in cui venne condannato: il procuratore romano gli chiese se fosse davvero lui il re dei giudei che attentava alla stabilità dell’impero, come si legge nel vangelo di Giovanni.
L’equivoco si prolunga fino alla morte, sul Golgota: ormai Gesù è inchiodato al patibolo, ben lungi dal sedersi sopra un trono. Ha calcata in testa una corona di spine, non d’oro o d’argento. Nessuno può avere più dubbi: agli occhi dei suoi avversari e dei suoi carnefici egli non è – non può essere – l’eletto, il messia, il re. Non lo è, perché Dio lo ha abbandonato al suo fallimentare destino. Non può esserlo perché non è riuscito a salvare se stesso. Sì, s’è preso cura degli altri, specialmente degli ultimi e dei deboli, dei poveri e degli emarginati, di quelli che erano pubblicamente considerati impuri, azzardando persino la pretesa di perdonare i peccatori impenitenti. Ma ha sbagliato i conti. Non si può bandire una crociata vittoriosa, scegliendo come colonnelli dei pescatori che al massimo sanno manovrare un remo, non certo brandire la spada. O arruolando ciechi, sordomuti, storpi, pubblicani e prostitute. I segni messianici profetizzati in Isaia (35,4-6) corrispondono alla sua azione, ma nessuno ormai li ricorda e li riconosce.
Non è lui il re, non può essere lui il messia, soprattutto perché non ha curato il proprio tornaconto: è venuto per servire, non per essere servito; non ha ucciso alcun nemico, s’è lasciato uccidere. S’è comportato da «suicida», per dirla alla maniera di Nietzsche, che in uno degli aforismi raccolti in Umano, troppo umano lo associò a Socrate: «In entrambi i casi si volle morire; in entrambi i casi ci si fece piantare dalla mano dell’ingiustizia umana la spada nel petto».
Nell’odierna pagina evangelica queste osservazioni assumono un tono sarcastico: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto», gli gridano da sotto la croce i capi del popolo. E i soldati lo deridono: «Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso». E anche uno dei due concrocifissi assieme a lui, disperato, lo incalza: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». Sì, perché in quest’ottica non vale a niente salvare gli altri se non ci si salva per primi. La salvezza è sinonimo di signoria. Chi detiene la signoria, chi signoreggia, chi domina, si salva per primo e solo dopo – al limite – si degna di salvare gli altri. Risulta assurdo quel che Gesù stesso aveva insegnato: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà. Ma chi la perderà, l’avrà salvata» (cf. Mt 16,25). Eppure è in questo paradossale capovolgimento delle cose che consiste la signoria del Cristo, la sua regalità, il suo autentico messianismo. Un paradosso difficile da capire, ancor più difficile da accettare. Romano Guardini, negli anni terribili del nazismo, lo ha spiegato con efficacia in un suo saggio teologico – Il Salvatore nel mito, nella rivelazione e nella politica –, contrapponendo la mitezza del Cristo alla protervia di Adolf Hitler.
Nella nostra pagina evangelica solamente l’altro concrocifisso, quello che la pietà popolare ricorda come il “buon ladrone”, dà l’impressione di capire come stanno le cose, rivolgendo a Gesù agonizzante la sua invocazione: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Dico che “dà l’impressione” di capire, perché probabilmente anche a lui sfugge il senso ultimo del regno a cui si riferisce, sperando – contro ogni speranza – in una rivincita futura, chissà come, dove e quando. La risposta di Gesù ha il timbro della suprema rivelazione: «In verità io ti dico: oggi con me sarai in paradiso». Quell’«oggi» non è da venire. In quanto «oggi», è già in corso. Include ciò che ancora l’interlocutore di Gesù non riesce a vedere. Ma non si getta alle spalle il disagio che sta sperimentando, mentre condivide col Cristo il supplizio, il dolore fisico, la sofferenza morale, l’angoscia esistenziale, la paura della morte. Nel bel mezzo di quella misera condizione egli è “con” il Cristo, non importa se a destra o a sinistra, in ogni caso nel posto per cui i figli di Zebedeo, discepoli della prima ora, una volta avevano chiesto di essere preferiti dal Maestro, pensando però non alla croce ma a qualcosa di molto più comodo e prestigioso (cf. Mt 20,20-23) e preparandosi a cantare Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat.
Il paradiso, il regno, il trono, è lì, in quell’ultimo respiro che il buon ladrone si appresta a esalare. Non da solo tuttavia, bensì in compagnia del Cristo. Quell’«oggi» si prolunga fino ad oggi, allorché – al pari di quel pover’uomo di duemila anni fa – soltanto coloro che sono costretti a stare sui tanti Golgota sparsi nel mondo celebrano veramente la signoria del Cristo, questa sua regalità.
Don Naro, sempre molto chiaro, e leggerLa è molto edificante.