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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXVII domenica del tempo ordinario (anno A)
Is 5,1-7; Sal 79/80; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43
Che peccato, quando fallisce una vendemmia! Si perde il lavoro di un anno intero, si spreca la fatica di chi vi ha lavorato con la speranza di ricavarne un buon vino. E di festeggiare con quel vino. Al posto della gioia resta il dispiacere.
Quale amarezza prova Dio, quando i suoi interventi provvidenziali – tesi a realizzare la salvezza del suo popolo – sembrano risultare vani, allorché non vengono corrisposti da coloro ai quali erano stati offerti! Inimmaginabile la sua delusione, quasi inenarrabile. Eppure l’odierna liturgia della Parola ce la racconta, con due parabole contenute nella prima lettura e nella pagina evangelica.
In entrambe le parabole la storia della salvezza è sintetizzata nella vicenda di un uomo che si prende cura della sua vigna, lavorando in essa e per essa con grande impegno. «Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva innestato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino», dove il mosto avrebbe dovuto essere versato per la giusta fermentazione: così nella parabola riportata nei rotoli di Isaia. Praticamente identico l’abbrivo della parabola raccontata da Gesù nel vangelo secondo Matteo: «C’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre», per posizionarvi un guardiano incaricato di vigilare affinché gli animali selvatici non vi entrassero o qualche incendio non la bruciasse.
Quanti accorgimenti, quante cure, quanta preoccupazione… E quanto amore! Tant’è che la parabola riferita da Isaia è definita come il «cantico d’amore» di Dio «per la sua vigna». La storia di quelle vigne è una storia d’amore. Giacché storia d’amore è la storia della salvezza. Ma ogni amore è travagliato dalle sue pene, se resta incompreso e non corrisposto. Anche l’amore di Dio per il suo popolo prediletto. Il profeta conclude la sua parabola con questa annotazione triste: «Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi». Il popolo eletto, ossia la vigna di Dio, «la sua piantagione preferita», di cui Isaia parla, purtroppo non fa tesoro di tutte quelle cure e vanifica la fatica del Signore. La vigna infruttuosa è un fallimento e una sconfitta. Il fallimento del popolo, che non accetta di fare esperienza della salvezza. E, come scrisse qualche anno fa Sergio Quinzio, la sconfitta di Dio.
Quando la sconfitta è cocente, persino Dio può rischiare di rassegnarvisi. Isaia ne riporta gli interrogativi, gravidi di apprensione: «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia». Questa terribile conclusione della parabola di Isaia avrà, probabilmente, influito sull’interpretazione che, della parabola narrata poi da Gesù, Matteo dà l’impressione di proporre nella pagina evangelica.
Certo, nella parabola di Gesù, per come viene riportata dall’evangelista, non è più l’intero popolo d’Israele a rifiutare le cure del Signore nei suoi confronti. Sono piuttosto i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, ai quali non a caso è destinata la parabola, ad avere la responsabilità negativa di aver usurpato i diritti di Dio, sostituendosi a lui nella guida del popolo. Secondo il racconto di Gesù, il proprietario della vigna «la diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero». Qui c’è tutta la storia della salvezza, che viene vanificata da chi avrebbe dovuto custodire il popolo per conto di Dio, al fine di riconsegnarglielo sano e salvo al momento opportuno. I capi del popolo, invece, pretendono di disporre del popolo stesso come di una loro proprietà, non accettando i richiami loro inviati dal Signore tramite i profeti e – infine – tramite il Figlio, l’erede di Dio, che Gesù dichiara implicitamente di impersonare. Il rifiuto che scribi e farisei, notabili e dottori della Legge, gli oppongono è giustappunto il rifiuto che i contadini della parabola oppongono ai servitori del padrone della vigna e al figlio suo.
A considerare attentamente i sottintesi della parabola, ci si rende conto che Gesù in essa non si limita a riassumere la storia della salvezza – e i suoi sviluppi nel solco del profetismo e del messianismo –, ma ne prospetta anche l’esito supremo, palesando la sua consapevolezza riguardo alla persecuzione mortale che lo attende. Percependo la valenza profetica di questa parabola e rintracciandovi pure l’eco isaiana, nel ricordo della dolorosa passione del suo Maestro l’evangelista Matteo conclude la sua pagina con una sentenza di condanna, che di fatto appiattisce il giudizio di Gesù al giustizialismo – frettolosamente impietoso, oltre che inconsciamente autocritico – dei suoi interlocutori. Gesù, infatti, dopo aver raccontato la parabola dei contadini assassini, aveva interpellato i suoi uditori con questa domanda: «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». I capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo gli avevano risposto: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E l’evangelista, consequenzialmente, appone questa chiosa finale: «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Ma concentrarci troppo, o esclusivamente, su questa chiosa conclusiva, ci fa correre il pericolo di non cogliere l’autentica intenzione – tenacemente salvifica – che sostiene tutto l’insegnamento di Gesù.
Il quale, ai suoi interlocutori, ciecamente giustizialisti, aveva semmai replicato con una citazione biblica per loro sibillina: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?». In queste parole sta la chiave di lettura della parabola narrata da Gesù, che non era giustizialista, a differenza di coloro cui si rivolgeva. Sebbene i contadini malvagi della parabola meritassero davvero una punizione, egli non è per la loro condanna: non è venuto per castigare, ma per redimere. Il suo intento, nel raccontare la parabola, è di avvertire i suoi interlocutori che – nonostante essi, con il loro modo di comportarsi nei suoi riguardi, assomiglino proprio a quei contadini – Dio non si rassegna affatto al loro fallimento e non accetta di esserne sconfitto a sua volta. Fa di tutto per sottrarre il suo popolo alla rovina definitiva. Per questo invia in Israele il suo Messia, il suo servitore fedele, colui che accetta – come il servo di Jhwh di cui si legge negli ultimi rotoli di Isaia – di sobbarcarsi alla sofferenza e persino alla morte, pur di guadagnare la salvezza per tutti. Per questo, insomma, manda il suo Figlio amatissimo, rivelatore del suo amore indefettibile.
Oggi, noi dobbiamo ricordare con estrema serietà le parole di Gesù sulla pietra scartata divenuta testata d’angolo, per non cadere nell’abbaglio di disprezzare l’antico Israele e di presumerci – in quanto Chiesa – suoi sostituti nella storia della salvezza. Come Paolo di Tarso scriveva nella sua lettera ai Romani e come ci ha ricordato il concilio Vaticano II nella dichiarazione Nostra aetate, «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili»: l’alleanza sancita da Jhwh Adonai con i patriarchi d’Israele non è mai stata interrotta da parte di Dio. Piuttosto occorre che anche noi ci lasciamo interpellare dai richiami del Signore, per deciderci a corrispondere operosamente e lealmente ai suoi doni e alle sue grazie.
In verità, talvolta la nostra infedeltà al Signore è, per tanti versi, uguale a quella dell’antico Israele. Anche per noi, cristiani di questo nostro tempo, spesso vale il rimprovero che risuona nel brano di Isaia: «Dio si aspettava giustizia ed ecco invece spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco invece grida di oppressi». È necessario che tutti, senza distinzione, ci convertiamo alla giustizia e alla rettitudine che Dio si aspettava già dall’antico Israele. E se non riusciamo a essere costanti nella conversione, allora facciamo nostra la preghiera con cui il salmista, nell’Antico Testamento, chiedeva a Dio stesso di “convertirsi” verso il suo popolo: «Oh Dio onnipotente, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Signore, Dio onnipotente, fa’ che anche noi ritorniamo a te, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi».
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