![]()
Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Pasqua (anno A)
At 2,42-47; Sal 117/118; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31
La cosiddetta “ottava di Pasqua” – che oggi celebriamo – non è semplicemente l’ottavo giorno dopo la Pasqua di risurrezione, bensì la Pasqua stessa, intesa e celebrata come ottavo giorno. Non mi sto esercitando in uno scioglilingua. Sto affermando che l’ottava di Pasqua significa la compiutezza e – anzi – la sovreccedenza della Pasqua. La quale si afferma, nel vissuto credente dei battezzati, come il regime feriale della loro esistenza: ormai ogni giorno, a partire dal battesimo, è per i discepoli del Crocifisso-Risorto il giorno della Pasqua.
La Pasqua di risurrezione, infatti, seppur sia accaduta – storicamente – in un ben preciso giorno della nostra storia comune di esseri umani, circa duemila anni fa, non resta confinata dentro i limiti cronologici di un accadimento. Come tale essa è accaduta, certamente. Ma non è per ciò stesso “caduta”, non è ritagliata e incollata in un puntino del tempo storico, cronologicamente lontano da noi. La Pasqua del Crocifisso-Risorto è – più esattamente – un evento, cioè un fatto che continua ad avvenire, a venire dentro il nostro tempo, a sopraggiungere e a raggiungerci, coinvolgendoci in essa.
L’evangelista Giovanni ce lo fa intuire efficacemente, raccontandoci le manifestazioni del Crocifisso-Risorto agli apostoli rintanati da qualche parte a Gerusalemme dopo il dramma del Golgota, nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (nell’originale greco: «quello dopo il sabato»), ossia in quella che per noi è la domenica stessa della risurrezione. E poi, di nuovo, «otto giorni dopo», nella successiva domenica. In realtà, secondo l’interpretazione del quarto evangelista, l’ora pasquale scocca già nel grido di Gesù morente in croce: «È compiuto». La Pasqua del Crocifisso-Risorto – passaggio alla vita nuova attraverso la morte – avviene quando egli è «innalzato da terra» (Gv 8,28 e 12,32), cioè al contempo inchiodato sul palo del supplizio e risuscitato dal Padre. Però poi, come tutti gli altri evangelisti, Giovanni narra lo svolgimento del kairós pasquale dentro il chrónos storico, che ospita il kairós e lo assimila ai suoi ritmi, dalla crocifissione all’ascensione.
A partire da quell’ora suprema – qualitativamente “altra” rispetto a ogni altra ora temporale, tesa a tracimare i limiti di ogni ora temporale – la Pasqua rimane un tempo kairologico che s’intreccia permanentemente con il progressivo e transeunte tempo cronologico: l’ora pasquale tocca ogni ora temporale e s’innesta in ogni momento della storia. Per questo motivo, il giorno stesso della Pasqua, che è pure l’ottavo giorno – cioè il giorno che oltrepassa la settimana, esprimendo una sovrabbondanza salvifica che non si lascia schematizzare dentro la sequenza dei sette giorni –, diventa «ogni giorno», come si legge nel brano degli Atti degli apostoli che è proclamato quale prima lettura: «Ogni giorno [tutti i credenti] erano perseveranti insieme nel tempio, spezzando il pane nelle case […] lodando Dio, mentre il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». Peraltro vivendo, in tal modo, il tempo pasquale come un tempo condiviso, comunionale, comunitario, «stando insieme e avendo ogni cosa in comune».
Si potrebbe obiettare che nell’odierna pagina giovannea sono le apparizioni del Crocifisso-Risorto a garantire qualità kairologica al tempo pasquale, tra la risurrezione e l’ascensione di Gesù. Ora, tuttavia, le apparizioni sono cessate: i mistici e le mistiche possono sì sperimentare la grazia delle visioni, ma le apparizioni del Signore – strettamente intese – sono tutte “accadute” in quel tempo pasquale “contenuto” in quel lontano tempo storico. Sarebbe un’osservazione corretta, se non fosse che nel quarto vangelo non si parla di apparizioni del Crocifisso-Risorto. Si annunciano, piuttosto, il suo Avvento e la sua Presenza: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli […] venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!” […]. Otto giorni dopo […] venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”». Così, appunto, si rivela la sovreccedenza del kairós pasquale, che si prolunga in una Parusía sempre in corso, vale a dire in una ripresenzializzazione continua della Pasqua. Il tempo ha una valenza pasquale (kairologica) se registra la venuta e la presenza del Signore. E questa grazia pasquale non è esclusiva prerogativa dei primi discepoli, vissuti al “tempo” del Crocifisso-Risorto, ma resta alla portata di tutti i discepoli e le discepole che si lasciano raggiungere dal Signore Gesù, cantando (col cuore più che con le labbra) il Maranathà: canto liturgico che nell’aramaico dei primi discepoli significava «è venuto il Signore, viene ancora e verrà di nuovo».
Forse gli scienziati che si occupano di meccanica quantistica e di relatività generale, in particolare quelli che ragionano sulla “teoria delle stringhe”, potrebbero capire meglio di tutti quel che vuol dire l’incastro tra kairós e chrónos. E l’attualità della Pasqua che ne consegue. Del resto, nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi narrativi che aiutano a comprenderlo, anche se non si è fisici come Albert Einstein o Edward Witten. Un indizio emblematico spicca su tutti e dice il modo straordinario in cui avviene-la-Presenza del Crocifisso-Risorto, capace di scavalcare i condizionamenti insiti nella condizione fisica spazio-temporale: «a porte chiuse».
Ma gli altri indizi non sono meno importanti. Anzi, dal punto di vista teologico, lo sono ancor più. Per esempio, il reiterato saluto del Signore ai suoi discepoli: «Pace a voi!». Non è soltanto un augurio. È un dono, un lascito. E un appello, che i discepoli devono riecheggiare a loro volta, facendolo risuonare sempre nel mondo, in ogni stagione della storia, per avvertire ogni uomo e ogni donna sulla terra che la guerra – con tutto ciò che essa comporta e produce: la paura, la sofferenza, la distruzione, la morte – perdura a oltranza se non prendiamo in consegna il lascito di Gesù, se non trattiamo il suo dono come un nostro impellente e ineludibile compito. E i cristiani hanno, a tal riguardo, una responsabilità maggiore: perché per loro il dono della pace coincide con la grazia dello Spirito Santo («Ricevete lo Spirito Santo»), finalizzata a portare il perdono, a far trionfare la misericordia, pena la smentita dell’evento pasquale. La pace, il perdono dei peccati (degli errori: hamartíai), la custodia e la trasmissione dello Spirito Santo, sono la missione pasquale dei cristiani nella storia, in favore del mondo. Da qui deriva, per loro, l’esito, o l’effetto, della Pasqua stessa: la trasfigurazione del timore in gioia. Dico “trasfigurazione” perché il timore resta, nell’esperienza credente, una dimensione costitutiva che dev’essere costantemente tradotta in gioia: il timore di fare la stessa fine dolorosa del Maestro e la gioia di sapere che facendo quella fine si ricomincia con lui e come lui la vita vera. Non si spiegherebbe altrimenti l’inciso dell’autore degli Atti degli apostoli, nella prima lettura: «Un senso di timore – phóbos, come nella pagina evangelica – era in tutti»).
Per gli apostoli la gioia scaturisce dal «vedere – horáō – il Signore». Si tratta di vedere in virtù di uno sguardo contemplativo, che riesce a decifrare l’assenza come una semplice apparenza e di discernere in essa l’invisibile Presenza. Ecco perché in gioco c’è qualcosa che pesa molto di più di quelle che noi siamo abituati a ricordare come le apparizioni del Risorto: nell’apparenza dell’assenza, egli nondimeno si rende presente e si fa vedere. È questa la straordinaria esperienza che gli apostoli fanno, passando – Pietro e gli altri, e Tommaso dopo di loro – dal vedere al credere. Ma ancor più straordinaria è l’esperienza che fanno – da allora in avanti – tutti gli altri discepoli del Risorto, allorché riescono a sperimentare l’atto di fede come un autentico vedere. Il tempo pasquale è il tempo dell’esperienza credente, il kairós in cui credere è vedere davvero, vedere il vero. In tal modo dobbiamo interpretare la promessa di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». E non meno grande dev’essere la nostra gioia, se vale per noi ciò che ascoltiamo nella seconda lettura: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».
Buon pomeriggio, Massimo, posso inviare a Tuttavia il seguente commento?Le formule che ci parlano di Dio, come le leggi della fisica e le formule matematiche, invece di allontanarci da Dio, ci parlano di Lui. E per questo non serve essere scienziati: basta un po’ di meraviglia. Ogni formula è una finestra sull’ordine invisibile dell’universo, una parola del Logos pronunciata nella lingua della materia. Se penso ad Albert Einstein ( E=mc2 ) che scoprì che la materia e l’energia sono due aspetti della stessa realtà e che una piccola quantità di massa contiene una potenza immensa e può generare un’enorme energia, che la materia è luce “rallentata”, e la luce è materia “liberata”, allora immagino che questa formula può essere un’icona dell’Incarnazione e della Risurrezione in cui il Verbo (luce divina) si fa carne (materia) che nella Pasqua la carne ritorna luce. Questo conferma che la fisica che vede unità è la conoscenza teorica dei fisici. E’ la stessa logica che unisce il cosmo alla fede.
“Il Verbo si fece carne, e la luce splende nelle tenebre.” (Gv 1,14)
Anche Paul Dirac volendo unire la teoria della relatività (Einstein) con quella della meccanica quantistica (Schrödinger) scoprì una formula che descrive l’elettrone in modo perfettamente simmetrico. Da questa equazione nacque l’idea dell’antimateria, cioè di una realtà speculare alla nostra e così intese unìre relatività e meccanica quantistica, scoprendo che ogni particella ha un “gemello” di antimateria e che Il mondo è costruito su simmetrie: luce e ombra, positivo e negativo, essere e riflesso. Dirac diceva: “Le leggi fondamentali della natura devono essere matematicamente ” belle” e la sua equazione mostra che il mondo ha un ordine nascosto, una bellezza che non si inventa ma si scopre. È come la traccia della Sapienza divina nella struttura del reale.
“Hai disposto tutto con misura, calcolo e peso.” (Sap 11,20)
Anche l’equazione diErwin Schrödinger che fornisce un modo per calcolare la funzione d’onda di un sistema e il modo in cui essa cambia dinamicamente nel tempo, concettualmente, è la controparte quantistica della seconda legge di Newton nella meccanica classica. Questa equazione è il cuore della meccanica quantistca. Essa dice che una particella non ha una posizione o uno stato “fissi”: essa vive come insieme di possibilità, che si manifestano solo quando la osserviamo. Il mondo è fatto di relazione, non di oggetti isolati. E’ come se Dio non “osservasse” il mondo per controllarlo, ma per farlo essere.
Allo stesso modo, la fede è l’atto con cui l’uomo rende presente Dio nella propria vita. La realtà è viva solo quando è amata e guardata. “Tu sei per me Dio che vede.” (Gen 16,13).
Il Prof. Luigi Fantappiè anche lui matematico e fisico, con una sua formula propone che alla variazione dell’entropia- intesa come grado di dispersione di un sistema- si accompagna, opponendosi, una variazione ” sintropica” ordinata da un fine futuro. Se l’entropia spinge tutto verso il caos e la morte termica,la sintropia attira tutto verso la vita, l’armonia e il futuro. È come una “gravità inversa” del Bene. La sintropia viene ad essere così la forma matematica della Speranza, è la legge dell’Amore che ci attira dal futuro, non ci spinge dal passato. Il futuro (Dio) ci chiama continuamente a compiere ciò che siamo.
Cristo è il “Punto Omega” verso cui tutto converge.
“Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine.” (Ap 21,6)
I Proff. Salvatore e Giuseppe Arcidiacono, allievi di Fantappiè, con una loro formula hanno mostrato che la vita è equilibrio costante tra forza che tende a disperdere (entropia) e una forza che ricompone e rinnova (sintropia). Se il mondo esiste, è perché queste forze si bilanciano perfettamente. È la danza tra la Croce e la Risurrezione ed Il male non è l’ultima parola, ma il punto di passaggio verso il bene che lo trasforma.
L’universo vive perché Dio mantiene viva la tensione tra giustizia e misericordia.
“Tutto concorre al bene per quelli che amano Dio.” (Rm 8,28)
Nella relatività e nella fisica quantistica, il tempo non è una linea retta: si curva, rallenta, o scompare in certe condizioni.
Per la teologia, il tempo è lo spazio del dialogo tra Dio e l’uomo.
Quando Gesù dice: “Il tempo è compiuto” (Mc 1,15) e poi: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30),
il tempo smette di scorrere ed entra nell’eternità.
E’, come dice don Massimo Naro, il Kairòs che entra nel Krònos.
L’uomo vive ancora nel tempo, ma la sua anima può abitare l’eterno.
Ogni atto d’amore, ogni gesto di gratuità, è un frammento di tempo redento. Il tempo, come l’universo, è curvato dall’amore.
Le formule della fisica e le leggi della matematica non tolgono mistero al mondo: lo svelano con precisione e quando un’uomo di scienza scrive una formula scopre un ordine profondo, ed egli non conquista Dio: Lo riconosce.
E allora anche la scienza diventa Preghiera, perché cerca con umiltà la Bellezza che da sempre la precede.