![]()
Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXXII domenica del tempo ordinario (anno A)
Sap 6,12-16; Sal 62/63; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13
L’anno liturgico sta per concludersi. E la liturgia domenicale torna a proporre brani biblici che orientano la meditazione verso il senso del compimento. Non quello temporale, sancito da una scadenza segnata sul calendario. Piuttosto quello escatologico: cioè il compimento del senso. Non sembri un gioco di parole. Non sto semplicemente capovolgendo una frase a effetto. Il compimento escatologico consiste nella pienezza di significato che finalmente viene a illuminare di senso una qualche stagione della vita e, anzi, tutta quanta l’esistenza di una persona. E, a più vasto raggio, l’intera storia umana in cui una singola vicenda si innesta inevitabilmente, instaurando e mantenendo connessioni con le altrui vicende personali e con gli accadimenti collettivi. Quello che nel più antico linguaggio cristiano veniva già chiamato l’éschaton, il compimento ultimo, è proprio la pienezza di senso che emerge quando tutto – nella vita di un individuo non meno che nella storia comune degli uomini – è stato assunto, attraversato, sperimentato, patito, vissuto, compreso. L’éschaton, il compimento, inteso in questo senso biblico, non è la fine di tutto ciò, ma semmai il fine. Il compimento escatologico non si getta alle spalle l’inizio, ma lo recupera e lo riscatta dal rischio di risultare effimero e transeunte. Lo valorizza per sempre, svelandone lo scopo che gli diede adito.
Se questo vale davvero, vale in virtù del fatto che il compimento escatologico non è solamente un criterio generale nel quale la storia s’incardina. Vale, cioè, per il fatto che il compimento escatologico è una persona, con un suo volto e un suo nome: Cristo Gesù. Non sempre e comunque un fattore neutro (la parola éschaton, nell’antica lingua greca, non è né maschile né femminile), bensì un’avventura personale, quella del Crocifisso-Risorto. Il quale non per niente – in Ap 1,17-18 – si presenta affermando appunto: «Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente». Cristo Gesù impersona l’éschaton. Cristo Gesù è l’éschatos in persona, colui che viene a realizzare compiutamente e definitivamente il «regno dei cieli», vale a dire l’avvento di Dio per tutti e in tutto (giacché anche l’espressione «regno dei cieli» ha un senso personale e rimanda a Dio stesso che accoglie nel suo abbraccio tutto e tutti).
L’odierna pagina evangelica, con la parabola delle dieci vergini, prospetta questo orizzonte escatologico, enfatizzandone la proiezione futura ma al contempo annunciandone la permanente urgenza: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini […]. Vegliate dunque». Attenzione, però. Il regno dei cieli, nel suo sopraggiungere, ossia nel suo compiersi, non è sbrigativamente paragonato alle dieci vergini, ma a ciò che succede a quelle dieci vergini. Le quali attendono, in un modo o nell’altro, l’arrivo dello sposo per la festa di nozze. Ecco: il regno dei cieli, nella sua compiutezza, è lo sposo, protagonista della festa di nozze. Le vergini sono chiamate ad accogliere il regno (lo sposo che festeggia le sue nozze), a lasciarsene coinvolgere, a rendersene partecipi. In qualche misura, inoltre, a prepararne il compiersi. Perché esse sono le damigelle che dovranno animare la festa di nozze, con le loro danze, ciascuna reggendo in mano la propria «lampada», facendo così luce tutt’attorno.
Nella parabola, il Maestro di Nazareth rievoca il modo tradizionale, per quell’antico contesto, di celebrare una festa di nozze: verso sera, esplicata già tutta la parte rituale, in uno scenario conviviale allietato da balli e canti. Le dieci vergini sono un elemento centrale di tale scenario. Dovranno accompagnare lo sposo, fargli da corteo nuziale, incaricandosi di un compito ben preciso: illuminargli i passi, tramite le loro piccole lucerne in terracotta. Così piccole da poter essere agevolmente maneggiate, col manico inanellato a un dito della mano, durante le loro danze. Ma pure tanto piccole da poter ospitare solo una molto esigua quantità di olio, appena sufficiente per alimentarne la fiamma durante il tempo di un ballo. Per questo le cinque vergini sagge – di cui Gesù parla –, all’arrivo dello sposo, non vorranno condividere con le altre cinque vergini stolte – per non aver pensato in tempo utile a munirsi di olio sufficiente – la loro riserva d’olio, custodita in alcuni «piccoli vasi» (potremmo immaginarli come delle piccole ricariche d’olio, analoghe alle ricariche elettriche dei dispositivi digitali portatili di cui oggi facciamo uso). Le cinque vergini sagge, che si sono adeguatamente equipaggiate nell’attendere lo sposo, rifiutandosi di condividere l’olio con quelle stolte, non si dimostrano scorbutiche o ingenerose, ma realiste: in una piccolissima lucerna può entrare solo pochissimo olio, destinato a consumarsi subito, ragion per cui non conviene a nessuno, men che meno alla buona riuscita della festa, dimezzare le scorte d’olio.
È un ragionamento logico. Tuttavia qualche particolare narrativo pare incoerente rispetto alla maniera in cui realmente si svolgevano quelle feste. Consideriamo, per esempio, quanto irrealistico potesse essere andare a comprare nelle botteghe giuste dell’olio a notte fonda, come incredibilmente le vergini sagge consigliano alle vergini stolte e come effettivamente queste – stando al racconto – riescono a fare, benché ormai fuori tempo massimo e pertanto rimanendo escluse dalla festa. Come ogni parabola di Gesù, anche questa è difficile – almeno per noi, oggi – da capire immediatamente. Bisogna indovinarne la chiave di lettura. Reputo di poterla trovare nel collegamento fra tre parole: la «mezzanotte», la «veglia», l’«olio». Cosa possono veramente significare?
Lo sposo tardava ad arrivare, «ma a mezzanotte si alzò un grido: eccolo!». L’espressione greca qui usata dall’evangelista Matteo è mésēs dè nyktòs. Può certamente indicare un orario ben preciso, la mezzanotte. Ma può anche significare “nel mezzo della notte”, lì dove la notte è la condizione che si finisce per sperimentare allorché il protagonista della festa dà l’impressione di tardare e persino di non voler più venire. La notte è il tempo in cui si soffre l’assenza, in cui non si riesce a vedere la presenza. Spesso non si limita a durare solo qualche ora. Talvolta con le sue tenebre invade tutto l’arco della giornata. Fuori di metafora: opacizza ogni altro momento della vita, induce a sentirsi soli e abbandonati, a considerare improbabile ogni nuova luce al di là del buio. Nella parabola tutte le dieci vergini sono colpite dalla pesantezza che questa condizione produce. Tutte si assopiscono. Nessuna di loro, né tra le sagge né tra le stolte, riesce a stare sveglia. La virtù delle sagge rispetto alle stolte non è di resistere al sonno, alla stanchezza, alla prova. Anche loro, infatti, chiudono gli occhi. La loro virtù è invece di resistere nella prova, nella stanchezza, nel sonno. La veglia, alla quale Gesù impegna i suoi uditori al termine della parabola, consiste nel fare dell’attesa la propria opzione fondamentale: non smettere di sperare durante la lunga notte, mentre si resta immersi nel buio e si può finanche cedere alla stanchezza. La veglia, al limite, equivale ad avvertire con dolorosa lucidità il peso e la tensione dell’attesa, ma senza arrendersi all’esteriore evidenza del ritardo, custodendo anzi nell’intimo la certezza dell’arrivo dello sposo, del Signore.
Questa certezza, che non si rassegna alla mancanza di visibili evidenze, è l’olio con cui alimentare le nostre piccole lampade, i nostri cuori. L’olio è la speranza che non delude, di cui ha scritto san Paolo (Rm 5,5). L’olio è la fede che rivela nell’assenza la Presenza, la vista interiore che permette di veder chiaro pur nella confusione di certi momenti difficili, come fu per i due discepoli di Emmaus durante la cena “eucaristica” condivisa col Risorto (Lc 24,29-31 di cui è un’efficace esegesi figurale il terzo dei quattro mosaici dedicati a quell’episodio evangelico nella cattedrale di Monreale). L’olio è l’amore che rende chiaroveggenti, la carità che ci spinge a rialzarci e ci sospinge a correre in avanti (2Cor 5,14). L’olio, di cui le vergini sagge si riforniscono, è il distillato delle virtù teologali, il combustibile spirituale indispensabile per ravvivare la fiamma che porta luce nella storia, che illumina di senso la vita e che orienta l’attesa, pur senza mai esimerci dal fare i conti con le nostre debolezze. Affinché, come avvertiva l’apostolo Paolo, «sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui» (1Ts 5,10), il Signore, Chi c’è sicuramente, il Dio-con-noi.
Lascia un commento