Le elezioni di midterm e la “minaccia” dell’islam

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Un risultato elettorale che premia l’islam?

Un aspetto da non trascurare, nell’esito delle elezioni americane del midterm, è quello religioso. Ce lo ricordano i giornali di destra italiani, che hanno commentato la vittoria schiacciante dei democratici collegandola strettamente al ruolo dell’islam negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente.

Così, il titolo de «La Verità» era: «Vincono i Dem, festeggiano gli islamici». Molto simile quello di «Libero»: «Trump piange, l’islam ride». Esplicitano queste affermazioni i rispettivi sottotitoli: «Mette i brividi la saldatura con i progressisti, che non si rendono conto di essere solo un taxi», leggiamo nel primo. «I democratici trionfano alle elezioni di midterm, trainati dai candidati musulmani e di estrema sinistra», scrive il secondo.

E, su «Il Tempo», il direttore Daniele Capezzone, nel suo editoriale, precisa ulteriormente questa diagnosi, attribuendo ai democratici vittoriosi la «linea più estremista di sempre, tra socialcomunisti e islamisti conclamati. Prendete il nuovo senatore del Michigan, Abdul El-Sayed. Ha parlato di “regimi genocidi” da non finanziare più, Israele in testa […]. Ecco il nuovo volto del partito democratico».

La svolta del partito democratico negli Stati Uniti

Queste affermazioni, se si prescinde dalle valutazioni di parte, hanno un fondamento di verità. Esse si riferiscono a un fenomeno politico, emerso prima di queste elezioni e che avevo segnalato in un “chiaroscuro” del 20 agosto scorso intitolato «Sta nascendo il volto di un’America nuova».

L’episodio che ha inaugurato questa svolta risale a un anno fa, quando, il 4 novembre 2025, Zohran Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano della più grande e famosa metropoli americana, battendo l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo, figura storica del partito democratico. Mamdani aveva 34 anni, era nato e cresciuto in Uganda, figlio di un professore originario dell’India e di una celebre regista indiana, anche se viveva a New York dall’età di sette anni.

Sulla scia di questa sorprendente affermazione, anche le primarie democratiche in vista del midterm hanno segnato una vera e propria rivoluzione all’interno del partito democratico, decretando la sconfitta dei rappresentanti dell’establishment da parte di un nutrito gruppo di outsider. Giovani che poi, alle elezioni del midterm, si sono affermati anche nel confronto con i loro rivali repubblicani, conquistando il seggio. Solo alcuni di questi, peraltro, sono musulmani. E di essi qui voglio parlare.

In alcuni casi, veramente, le primarie democratiche hanno solo confermato deputati uscenti.

Come la votazione del 5 maggio, nell’Indiana, a favore di André Carson, afroamericano. E la scelta, il 2 giugno, in California, di Lateefah Simon, anche lei afroamericana, attivista per i diritti civili, anche lei deputata uscente. Come sono state conferme – seppur non scontate – quella di Rashida Tlaib, di origine palestinese, eletta il 4 agosto, nel Michigan, e di Ilhan Omar, che già alle elezioni del 2018, a sorpresa, era stata eletta, insieme a Tlaib, prima donna musulmana al Congresso degli Stati Uniti; era inoltre la prima somalo-americana e la prima ex rifugiata eletta al Congresso. In passato Trump l’aveva attaccata definendola «spazzatura, lei e i suoi amici». L’11 agosto è stata confermata, con più dell’80% dei voti, nel Minnesota.

A questi si sono aggiunti, nelle stesse primarie, volti nuovi, ora divenuti deputati alla Camera degli Stati Uniti. Come quello di Adam Hamawy, chirurgo che ha esercitato a Gaza e che il 2 giugno è stato eletto nelle primarie per il New Jersey, superando un esercito di concorrenti (ben 12).

Ed è una sorprendente novità anche la vittoria, il 23 giugno alle primarie per New York, di Darializa Avila Chevalier, figlia di immigrati dominicani, convertita all’islam, sostenuta direttamente dal sindaco Mamdani.

Ma la novità più sconvolgente è venuta dalle primarie democratiche per il Senato nel Michigan, con l’affermazione, il 4 agosto, di Abdul El-Sayed, 41 anni, medico, musulmano, figlio di immigrati egiziani, nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi filoisraeliani a sostegno della rivale Haley Stevens (si parla di 30 milioni di dollari). El-Sayed sarà il primo senatore musulmano della storia degli Stati Uniti.

Un cambiamento di prospettiva

Per tutti loro – come del resto anche per i nuovi protagonisti democratici non musulmani – la nota caratteristica comune è stata, oltre alla giovane età della maggior parte di essi, un programma che si discosta nettamente da quello finora adottato dal partito democratico, ispirato a una logica liberal che privilegiava i diritti civili su quelli sociali. La logica che aveva fatto vedere i democratici come espressione di una élite estranea ai problemi quotidiani della maggior parte della popolazione, soprattutto di quella più indigente, e portato alla sconfitta, contro Trump, prima Hillary Clinton e poi Kamala Harris.

Già Mamdani aveva costruito il suo successo puntando sul diritto alla casa, sulla gratuità dei servizi pubblici, sull’aumento delle tasse per i redditi più elevati, rivendicando il titolo – quasi tabù negli Stati Uniti – di “socialista”. E su questa linea si sono mossi sia i suoi emuli musulmani che quelli non musulmani, attirandosi – come abbiamo appena visto – l’accusa di essere estremisti di sinistra o addirittura, come li ha definiti Trump, “comunisti”.

Emblematico il programma di Abdul El-Sayed, articolato in tre slogan: «Money Out of Politics: togliere il potere politico alle grandi aziende e ai miliardari»; «Money in Your Pocket: aumentare il reddito disponibile delle famiglie»; «Medicare for All: garantire assistenza sanitaria universale».

Negli Stati Uniti il 10% della popolazione possiede quasi il 70% della ricchezza, mentre il 50% dei più poveri solo il 2,45%. È sicuro che chi avanza richieste di maggiore giustizia sociale sia “comunista”?

La domanda può essere girata anche ai sostenitori della destra, in Italia, che abbiamo visto accusare i democratici vittoriosi di aver la «linea più estremista di sempre, tra socialcomunisti e islamisti conclamati».

Perché anche nel nostro Paese le statistiche ufficiali dicono che il 10% delle famiglie possiede il 60% della ricchezza e il 50% delle più povere ha appena il 7,2%. E le polemiche nei confronti dei partiti del cosiddetto “campo largo” che hanno salutato con entusiasmo la vittoria dei democratici – la premier li ha definiti per questo «patetici» – non possono non essere ricollegate all’ipotesi, riaffiorata ultimamente, di proporre anche in Italia un’imposta sui patrimoni più elevati.

Scontro di civiltà?

Resta da capire meglio cosa c’entri in tutto questo la minaccia specificamente legata alla matrice islamica dei nuovi eletti americani. La risposta viene dall’accenno di Capezzone alle parole di Abdul El-Sayed relative ai «“regimi genocidi” da non finanziare più, Israele in testa». I volti nuovi che si sono fatti strada sconfiggendo l’establishment del partito democratico sono tutti molto sensibili, a differenza della maggior parte dei loro predecessori, sia alle ingiustizie all’interno degli Stati Uniti, sia a quelle che colpiscono altri popoli.

E in primo piano ci sono quelle nei confronti dei palestinesi, di cui il governo americano finora è stato apertamente complice, prima con Biden e ora, in modo ancora più ostentato, con Trump. Mamdani aveva addirittura ventilato il proposito – poi rivelatosi irrealizzabile – di far arrestare Netanyahu, in occasione del suo viaggio a New York, in ottemperanza al mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.

Ma il problema è più di fondo e risale alla tendenza della destra mondiale, con quella trumpiana in testa, ad affrontare il problema del pluralismo religioso in termini di “scontro di civiltà”, escludendo l’ipotesi della pacifica coesistenza. Già durante la campagna presidenziale, nel 2015, Trump aveva proposto «un blocco totale e completo dell’ingresso dei musulmani negli Stati Uniti». Nel marzo del 2016, aveva detto: «Penso che l’islam ci odi». E, durante la campagna elettorale per il midterm, ha chiamato i candidati musulmani «jihadisti».

Particolarmente evidente è stata questa ossessione del presidente americano in occasione dei gravi disordini verificatisi in tutta la Francia in queste ultime settimane. Secondo Trump, quello che sta accadendo «non è altro» che il risultato di «una migrazione di massa fuori controllo». Più precisamente, «non si tratta delle scuole, si tratta dell’islam che vuole prendere il controllo di un Paese che un tempo era grande». 

Il vangelo e il capitale

Da dove deriva questa islamofobia? È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione di Donald Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. E, una volta rieletto, questi ha annunciato di voler «riportare la religione» negli Stati Uniti e ha istituito un Ufficio della Fede. Parlava, evidentemente, di quella cristiana. Coniugandola, peraltro, con la logica capitalista del profitto. Non a caso ha chiamato a guidare il suddetto Ufficio una telepredicatrice, Paula White – che da anni è una sua fidata consulente spirituale –, sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

L’ispirazione religiosa è stata presente anche nelle scelte di politica internazionale. Ha fatto il giro del mondo il video girato nello Studio Ovale, in cui un gruppo di leader evangelici prega per Trump, invocando protezione per il presidente americano e sostegno alle sue decisioni militari.

E tutta la guerra all’Iran è stata letta come una «guerra santa». È significativo che, nelle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (denominazione adottata dall’amministrazione Trump in sostituzione di quella tradizionale di segretario alla Difesa) Peter Hegseth ha tenuto regolarmente per fare il punto sull’andamento del conflitto, si sia più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti contro gli “infedeli”: «La Provvidenza del nostro Dio Onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…».

Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

All’inimicizia giurata nei confronti dell’islam ha corrisposto il sostegno incondizionato a Israele e al suo premier Netanyahu. In suo appoggio, Trump non ha esitato a emettere sanzioni contro la Corte penale internazionale, che aveva emesso un mandato di arresto nei confronti del premier israeliano, accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Il rifiuto del giudizio degli organismi internazionali è del resto caratteristico di tutta la destra anche in Italia. In occasione del congedo del segretario generale dell’ONU Guterres, in cui egli ha ribadito la sua condanna di ogni forma di terrorismo, ma anche la sua difesa dei diritti dei palestinesi ad avere un loro Stato, «Il Foglio» scriveva: «Il discorso di Guterres è un perfetto e spaventoso manifesto di sottomissione del modello Onu all’islamismo radicale».

È lo stesso spirito che porta a vedere nel risultato delle elezioni di medio termine una deriva islamista che «mette i brividi». Anche se qualcuno ha fatto notare che a questo risultato hanno largamente contribuito i cattolici, il 66% dei quali risulta aver votato per i democratici, e perfino papa Leone, che ha tenuto a esercitare il suo diritto di cittadino americano votando per posta. E che non ha certo votato per i candidati di Trump.

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