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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica d’Avvento (anno A)
Is 11,1-10; Sal 71/72; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
La liturgia della Parola, nella seconda domenica d’Avvento, risuona nel suo complesso come un insistente appello alla conversione. Nella pagina evangelica, in particolare, riecheggia il monito di Giovanni il Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Il battesimo, che egli amministrava lungo le rive del Giordano, simboleggiava appunto l’esperienza della conversione che occorre fare per riconoscere il Messia che arriva e per accoglierlo, per farsene discepoli: sgravarsi del peccato, togliersi la maschera di un ipocrita perbenismo – simulato più che praticato –, denudarsi al cospetto di Dio, gettarsi alle spalle ogni paludamento, purificare il cuore e la mente.
I termini greci usati a tal proposito dall’evangelista Matteo hanno a che fare con il cambiamento di mentalità. Questo significano letteralmente la voce verbale metanoeîn (convertirsi) e il sostantivo metánoia (conversione). Si tratta di capire meglio come stanno veramente le cose. Dunque, maturare una nuova conoscenza della realtà. Mutare la propria visione del mondo, diventare più consapevole, raffinare i criteri tramite cui interpretare e valutare i fatti.
Il cambiamento che la conversione esige da noi è, però, ancor più radicale e integrale. Non basta cambiare il modo di pensare. Occorre cambiare anche il mondo di sentire. La conversione, difatti, non è solo un esercizio intellettuale. È, piuttosto, un atto integrale: interessa la mente ma anche la coscienza. Implica nuovi ragionamenti, ma anche rinnovati sentimenti. E questi ultimi vanno intesi non semplicemente come emozioni, bensì come espressione delle ragioni del cuore, per dirla con Pascal. Nella seconda lettura, san Paolo chiarisce il senso di questa integrale conversione, che consiste nell’«avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù». Qui la voce verbale greca è phroneîn, che ricorre anche in altri passaggi dell’epistolario paolino: per esempio, in Fil 2,5: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù». Ovverosia la sua medesima maniera di considerare e vivere le relazioni: nel segno dell’accoglienza reciproca («Accoglietevi perciò gli uni gli altri», continua san Paolo nel brano della sua Lettera ai Romani che costituisce la seconda lettura di oggi), all’insegna della condivisione (giacché Cristo Gesù per primo non considerò la sua comunione con Dio Padre un tesoro da tenere gelosamente tutto per sé, ma se ne svuotò per cederlo a noi), nel solco di un regime diaconale e, quindi, mettendosi al servizio degli altri (sempre al modo di Cristo Gesù, che «è diventato servitore-diákonos»).
Se riuscissimo a realizzare una tale conversione dei rapporti e delle relazioni, ci accorgeremmo che davvero il Messia è venuto. E la sua venuta continuerebbe a verificarsi, cioè a dimostrarsi un evento che ci raggiunge di nuovo e ci coinvolge ancora. Il volto del mondo – compreso sia come creato sia come storia – ne risulterebbe trasformato, secondo la promessa affidata alle profezie di Isaia, riferite nella prima lettura: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare». L’avverbio «insieme» ricorre – in questa versione italiana – ben quattro volte e annuncia una convivenza polare degli estremi, che in un orizzonte riscattato dalla logica del potere e della forza, non si escludono più ma, anzi, si coimplicano e si invocano a vicenda. Uno scenario, questo, in verità destinato a restare improbabile, se non si accetta la «guida» del «piccolo fanciullo» di cui parlava Isaia. Ed è significativo che, nella traduzione greca della Settanta di questo rotolo anticotestamentario, il termine scelto per dire «fanciullo» sia paîs, che significa sì bambino innocente, ma anche servitore fedele (in ebraico ’ebed), proprio come si presenterà Gesù di Nazaret, paîs Theoû, figlio-obbediente di Dio.
Siamo in grande ritardo rispetto a queste promesse. L’evento che prospettavano si è compiuto, ma noi non ce ne siamo accorti. E siamo rimasti indietro. Il nostro cammino di conversione è lento, mille volte interrotto. Il mondo stesso rimane sempre uguale, squilibrato, dolorante. E tacitiamo la nostra coscienza pensando che così è perché così è stato da sempre. Non riusciamo a capacitarci che così non dev’essere per sempre. La conversione urge. Poiché il regno è vicino, anzi è “prossimo”, è accanto a noi, in mezzo a noi. È vicino, è “prossimo”, in quanto è impersonato da Gesù, il Cristo, l’inviato di Dio, l’unto del Signore. Il quale è storicamente venuto, duemila anni fa circa. E viene incessantemente, non smette di venire. Il regno, di cui parla il Battista nella pagina evangelica, non si può certo costruire dal di dentro della storia, quasi fosse l’esito supremo dell’evoluzione umana o, al limite, un obiettivo politico e militare ottenuto a colpi di cannonate, o persino un progetto finanziario ed economico realizzato in virtù di dazi ballerini ed effimeri negoziamenti. Il regno avvistato dal Battista sopraggiunge dal di fuori della storia. Ma vi entra dentro, penetra nelle sue pieghe strette, si immerge nelle sue piaghe aperte, si rende partecipe di essa, se ne fa carico, non la oltrepassa, non la esautora d’importanza, non la rende superflua, non la vuole far rovinare su se stessa. Al contrario, vuole metterla al riparo dal fallimento.
Il regno del Signore è del tutto gratuito e grazioso. Ciò non vuol dire che al suo avvento non possiamo o non dobbiamo dare alcun contributo: il Battista invita anche noi – purtroppo inascoltato anche da noi, come «voce che grida nel deserto» – a «preparare la via del Signore» e a «raddrizzare i suoi sentieri». Qui è richiesto il nostro personale cambiamento. Ma pure, mediante il nostro cambiamento, il cambiamento dell’ambiente in cui viviamo. Soprattutto il cambiamento dell’ambiente relazionale: della rete dei nostri rapporti, della qualità dei nostri affetti e delle nostre collaborazioni, «sull’esempio di Cristo Gesù», col suo stile evangelico, secondo la logica dei suoi sentimenti, cioè del suo modo serio e profondo di pensare e vivere con gli altri e per gli altri.
Per riuscirvi a nostra volta, dobbiamo ricomprendere il senso autentico del messianismo gesuano, della visita che Dio ci fa in Gesù. Magari smarcandoci dalla postura a tratti giustizialista, tipicamente apocalittica, dello stesso Battista, anche lui armato, se non di spada, di scure e di rastrello. La qual cosa non equivale a ignorare le istanze di giustizia custodite nel messaggio biblico che oggi riceviamo. Il Messia Gesù, il Cristo che continua a venire, «non giudica in base alle apparenze e non prende decisioni per sentito dire», come ci avverte Isaia nella prima lettura. Ma «giudica con giustizia i miseri e prende decisioni eque per gli umili della terra». Espressioni, queste, secondo le quali la giustizia di Dio si schiera in difesa dei poveri e dei deboli. E ci spinge a operare con giustizia in favore dei miseri e degli umili, dei poveri e dei deboli. Non c’è dubbio. È necessario capirlo, una buona volta. Per questo, preparandoci al Natale, invochiamo – con il profeta – su di noi lo stesso spirito del Veniente: «spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore».
Complimenti al Prof. Naro per la chiarezza e la profondità del suo commento al Vangelo di Matteo. Soltanto nella “ Conversione “ di ognuno di noi troviamo il senso del Natale di Gesù