La giustizia superiore è l’essenziale: il di più è solo umano, troppo umano

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella VI domenica del tempo ordinario (anno A)

Sir 15,15-20; Sal 118/119; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

Il discorso della montagna, di cui l’odierna pagina di Matteo propone un altro brano in immediata prosecuzione con quelli delle scorse domeniche, è nel suo complesso una sorta di riscrittura delle Scritture d’Israele. Non certo per sintetizzarne tutti i contenuti, o le tante storie che esse narrano. Né, tanto meno, per smentirle o dichiararle ormai superflue. Piuttosto per confermarne l’importanza e per esplicitarne il messaggio fondamentale. Ancora più esattamente: per offrirne una chiave di lettura finalmente adatta a esaltarne il sensus plenior, cioè il significato più completo e più compiuto.

Sotto questo riguardo, il discorso della montagna più che una serie di precetti inediti, cui i discepoli dovrebbero attenersi, è un esercizio ermeneutico, che il Maestro di Nazareth fa per insegnare ai suoi amici la maniera più efficace (e più corretta) di leggere e di ascoltare i rotoli antichi. Una lezione che riaffiora – seppur con accenti e ritmi differenti – anche negli altri vangeli. In particolare nell’ultimo capitolo di Luca, allorché il Risorto spiega ai due di Emmaus, mentre li accompagna per strada, tutto ciò che in Mosè e nei Profeti a lui già si riferiva.

Mosè, nel gergo biblico-ebraico di quell’epoca, corrispondeva alla Torah, ossia a quella che nella pagina su cui stiamo riflettendo è indicata come la Legge. I primi cinque libri della Bibbia, attribuiti dalla tradizione giudaica a Mosè, la Torah appunto, facevano un tutt’uno con i libri attribuiti ai Profeti, anche loro – come Mosè – chiamati e inviati di volta in volta a dar voce al dirsi divino. Non a caso, nel racconto della trasfigurazione sul Tabor, riportato nei vangeli sinottici, Gesù si intrattiene a colloquiare misticamente proprio con Mosè e con Elia, quest’ultimo coinvolto quale esponente emblematico dell’intero profetismo anticotestamentario.

Tuttavia, la Legge e i Profeti non sono semplicemente delle formule letterarie per citare le pergamene bibliche. Rappresentano – non meno e al pari di Gesù – Dio, il suo dirsi e il suo darsi, la sua autocomunicazione. Non per niente l’episodio del Tabor è considerato, in ambito cristiano, come una vera e propria teofania: Dio si rivela, si dice, nella Legge e nei Profeti, tramite Mosè ed Elia, i quali ora s’incontrano con Gesù, con lui dialogano, in lui riecheggiano e anzi s’inverano. Del resto lo avevano preannunciato lungo i secoli, pur rimanendo in taluni casi oscuri e indecifrabili, perciò di fatto incompresi. Specchiandosi con e in Gesù, Mosè e i Profeti diventano pienamente comprensibili. Solo se si danno appuntamento con Gesù, solo se si riconducono a lui, essi riescono a mostrare – nel giusto senso, al di là di ogni fraintendimento e di ogni parzialità – la loro attendibilità testimoniale.

Riscrivere la Legge e i Profeti non è, dunque, nei vangeli, un’operazione letteraria. Vuol dire, invece, rintracciarne la pienezza di senso nel loro confrontarsi con Gesù. Ecco perché il Maestro, parlando della Legge e dei Profeti, si chiama personalmente in causa: è lui il sensus plenior della rivelazione biblica. Egli è venuto non per abrogare il dirsi divino in Mosè e nei Profeti, ma per impersonarne il compimento. Non è alternativo alle Scritture antiche. Da esse non toglie neppure una virgola. Né aggiunge parole nuove. Si integra, semmai, in prima persona al dirsi divino tramite la Legge e i Profeti. È la luce, che ne illumina i significati più reconditi e, comunque, già presenti tra le righe di Mosè, di Elia, di Isaia e di tutti gli altri profeti. Il suo ruolo è analogo a quello del sale, che infonde sapore a delle pietanze di per sé già nutrienti. Egli, infatti, è il Verbo: l’unico che Dio proferisce da sempre e per sempre. In lui, unico Verbo, è incardinato l’etimo spirituale di ogni parola del dirsi divino. E in lui, Logos del Padre, è custodito il senso vero di ogni parola biblica. Con lui si avvera – si mostra sensata – l’intuizione del salmista: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite» (Sal 61[62], 12).

Tutto ciò, nella pagina evangelica di oggi, vale particolarmente per la parola «giustizia». Gesù ne smarca il significato dal riduzionismo letteralistico – incurvato in un’ottica legalistica e ritualistica, in definitiva fondamentalistica –, di contro enfatizzando il senso spirituale nascosto nella Legge/Torah, di cui la giustizia dovrebbe essere invero una fedele traduzione umana. Ma se ci si ferma a interpretare letteralisticamente la Legge/Torah, se ne ha non più una comprensione teologica, coerente cioè al dirsi con cui Dio si rivela, bensì una comprensione meramente umana. La giustizia di Dio viene fraintesa come una qualsiasi precettistica umana. E si frammenta – viene frantumata – in una pletora di norme comportamentali, di regole religiose, di clausole etiche, di codicilli cultuali. La Legge divina, così, si ritrova costretta dentro le strettoie legali e rituali dei regolamenti umani. E la giustizia diventa una faccenda soltanto umana, troppo umana: smette di essere partecipazione alla vita divina e non funge più da via maestra per entrare nel regno di Dio, poiché viene appesantita da una serie di superfetazioni che ne ammortizzano la verticalità.

Per questo motivo Gesù si permette di sentenziare: «Avete inteso che fu detto…, ma io vi dico!». Gesù dice ai suoi discepoli che devono essere giusti fino al punto di oltrepassare l’appiattente sbarramento della giustizia legale e rituale. Devono spingersi oltre il significo letterale della giustizia e attingerne il senso spirituale, per risultare compatibili col regno di Dio. Ci riusciranno se non si limiteranno a osservare i divieti e se si dimostreranno intraprendenti nel fare ciò che non è prescritto dai legislatori o ingiunto dai tutori dell’ordine. Non basta, infatti, evitare il male. È necessario fare il bene. La giustizia vera si realizza all’insegna della gratuità. Essa promuove, non vieta. Non è sufficiente, per esempio, «non uccidere» (fisicamente e moralmente): è urgente promuovere di nuovo la vita, porre le basi per una vita nuova, incoraggiare la riconciliazione, coltivare l’attitudine a vivere insieme e a non combattersi più, essere fautori di pace. E non basta ottemperare esteriormente alle regole del vivere sociale. La giustizia vera, quella superiore, quella che abilita al regno di Dio, va interiorizzata nel «cuore», nella coscienza. Non basta nemmeno astenersi dalla menzogna con stratagemmi sofistici e con acrobazie giuridiche: occorre proclamare, in ogni caso, la verità.

La giustizia coincide, insomma, con l’essenziale, ovverosia con ciò che è secondo la volontà del Signore. Il «di più» è ciò che il Maligno e i malvagi aggiungono per guastare l’equilibrio voluto da Dio, come fece quel tale che – stando alla parabola – sparse zizzania nel campo di grano (cfr. Mt 13,38-39 in cui ricorre lo stesso termine greco che qui sta per Maligno/malvagio: ponērós).

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