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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XIII domenica del tempo ordinario (anno A)
2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88/89; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42
I brani biblici proclamati e ascoltati nell’odierna liturgia della Parola annunciano la centralità di Cristo Gesù nella storia della salvezza e, nondimeno, nell’esistenza credente di chi accetta d’essere suo discepolo.
È un “cristocentrismo” che traspare già tra le righe della prima lettura, dov’è ricordata l’ospitalità offerta a Eliseo da una nobildonna di Sunem. La quale, accogliendo il profeta, riconosceva in lui un «uomo di Dio». L’arrivo del profeta equivaleva, per lei, alla visita del Signore nella sua città e nella sua casa: un vero e proprio evento salvifico. Difatti, la donna e l’anziano suo marito, rimasti senza figli, infine ricevono inaspettatamente da Eliseo la promessa di un figlio, che li avrebbe riscattati dalla sterilità e avrebbe ridato senso al loro matrimonio. Nella pagina evangelica Gesù si paragona implicitamente a un profeta che viene da parte di Dio ad annunciare e – ormai – a compiere la salvezza. Accoglierlo significa accogliere la visita di Dio, che avviene alla stregua di un sorprendente intervento salvifico: la «ricompensa», il dono di grazia, che supera ogni previsione e ogni desiderio degli uomini.
Nella pagina evangelica, però, emergono anche le severe esigenze del cristocentrismo: i discepoli e le discepole devono amare Gesù più di ogni altra persona a loro cara. La voce verbale adoperata qui dall’evangelista Matteo è phileîn, che indica l’attitudine a voler bene e, anzi, più radicalmente, a volere il bene di coloro a cui sentiamo di appartenere, perché sono la nostra famiglia: i genitori e i figli. Gesù si propone ai suoi discepoli non semplicemente come un familiare tra gli altri, ma come uno nei cui confronti l’intera famiglia si deve mettere a disposizione. In quell’antico contesto culturale e religioso un tale onore era riservato agli ospiti. E le Scritture d’Israele, raccontando la visita misteriosa ricevuta da Abramo e da Sara presso le querce di Mamre, attestavano che l’ospite per eccellenza è Dio, che si presenta tramite i suoi messaggeri. Gesù si pone al livello dell’ospite d’eccellenza, si propone come l’amico più importante, quello verso cui conviene svolgere il servizio supremo dell’ascolto, ossia proprio del discepolato, come si dice di Maria di Betania in una pagina suggestiva del vangelo di Luca.
Nella richiesta di amicizia incondizionata, che qui Gesù avanza, sembra essere anticipato pure il dialogo sulla sovreccedenza dell’amore che l’evangelista Giovanni riporterà a sua volta, rievocando l’incontro tra il Risorto e Simon Pietro attorno alla brace sulla spiaggia di Tiberiade. In quel frangente il Risorto rivolgerà all’apostolo un triplice, insistente e stringente, interrogativo: «Mi ami?». Le prime due volte la voce verbale, registrata sulle labbra del Cristo e riportata in greco, è agapân: esprime l’amore divino, che Gesù stesso impersona. Amare agapicamente, tuttavia, resta un’esperienza sovrumana, giacché implica una dedizione totale nei confronti di Dio. Nel libro del Deuteronomio lo Shemà Israel prescriveva tale esperienza come il principale comandamento: «Ascolta, Israele… amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». Ma questo totalismo era un modo per introdurre alla comunione con il Signore, che essendo l’Unico è anche il Tutto. Amarlo agapicamente è, perciò, la via per stare in relazione con Dio, senza astrarsi dalla sua totalità e senza sradicarsi dal suo Esserci, in definitiva dalla vita. Il comandamento agapico sarà ribadito dal Maestro di Nazareth. Ma, in concreto, i suoi discepoli dovranno sempre fare i conti con la loro debolezza umana. Per questo anche Simon Pietro, davanti al fuoco, dovrà ammettere che, semmai, egli può essere amico (phileîn) del Risorto, ancorché anche quest’amicizia sarà molto impegnativa per lui come per ogni altro discepolo e ogni altra discepola.
«Almeno mi vuoi bene (phileîn), mi sei davvero amico?»: in questa terza domanda – dal timbro apparentemente malinconico – che il Risorto, sulla spiaggia di Tiberiade, fa a Simon Pietro, non risuona la rassegnazione al limite umano. Vi è, piuttosto, la stessa radicalità delle parole che il Maestro rivolge, nel brano evangelico di oggi, ai suoi amici: chi vuol bene agli altri, fossero anche i propri familiari, più che a me, che sono l’ospite venuto da Dio, «non è degno di me».
L’amore parentale e amicale (philía), quando è riferito a Cristo Gesù, guadagna la medesima valenza dell’amore divino (agápē), perché è solo in lui che noi possiamo fare realmente comunione con Dio. Egli rappresenta il “principio” che permette a noi di entrare in rapporto con Dio, trasformandoci – se posso usare questa metafora – in vasi comunicanti e rendendo omogenee le due forme dell’amore. Tutto ciò non significa che l’amore condiviso in Cristo Gesù debba schiacciarci. Egli è pur sempre colui che, venendo fino a noi, si rimpicciolisce. Per questo motivo chi accoglie i piccoli, che partecipano della sua stessa piccolezza, in realtà accoglie lui stesso.
Questo cristocentrismo esistenziale si traduce in cristocentrismo sacramentale nella seconda lettura. Paolo spiega che in Cristo, per Cristo, con Cristo, noi sperimentiamo la grazia pasquale della vita nuova, che ci affranca dall’aridità mortale del nostro peccato e ci riavvicina a Dio, annullando una lontananza che dura fin da Adamo.
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