![]()
Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XIX domenica del tempo ordinario (anno A)
1Re 19,9a.11-13a; Sal 84/85; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33
Una questione importante accomuna la prima lettura e la pagina evangelica, che dall’odierna liturgia della Parola ci vengono proposte: dov’è Dio? O, forse più esattamente, come Dio si lascia incontrare? Come svela la sua presenza? Queste domande trovano in entrambi i brani una risposta, che – di nuovo – li accomuna profondamente, più di quanto non sembri. Ma prima di suggerire la risposta, questi brani biblici segnalano dove e come Dio certamente non è.
Dio non è dove e come una certa sensibilità religiosa induce gli esseri umani a presumere che egli sia. Dio, infatti, non è negli elementi naturali, fraintesi miticamente come espressioni di una qualche entità superiore. Il profeta Elia è, a tal proposito, testimone di un’esperienza paradossale: lì dove una comune tendenza sacrale solitamente additerebbe la presenza divina, egli invece registra l’assenza del suo Dio. Al contrario, dove coloro che si lasciano ammaliare dal fascino terribile del numinoso proverebbero la deludente sensazione di essere soli, egli riscontra l’esserci del suo Dio. Giacché il suo Dio è proprio l’Esserci, ossia Yhwh, colui che presso il roveto del Sinai si era rivelato a Mosè come Chi c’è e ci sarà. Yhwh, in ebraico, significa appunto la Presenza, l’Esserci di Dio, il suo mettersi in rapporto con l’essere umano, il suo farsi largo nella storia umana nel momento stesso in cui le dà adito a svolgersi responsabilmente oltre che autonomamente.
Del resto, il profeta porta un nome che annuncia il Nome risuonato già in Es 3,14: Elia vuol dire «il mio Dio è Yhwh», il mio Dio è Chi c’è, è la Presenza serena e serenante che mi fa compagnia. Per questo motivo Elia si rende conto che Dio non è nella tempesta di vento, non è nel terremoto, non nell’incendio. Nella vicenda di Elia – nascosto nella caverna sul monte Oreb (un altro toponimo per indicare il Sinai) e sospeso sull’orlo della disperazione, tentato di sentirsi abbandonato persino da Dio – non compare la benché minima traccia di panteismo. Dio, semmai, gli si rivela nel «sussurro di una brezza leggera». Frase questa con la quale, nella prima lettura, è tradotta la locuzione ebraica qôl dəmamah daqqah. Che, come ha suggerito Paolo De Benedetti, più letteralmente si dovrebbe tradurre: «voce di un silenzio sottile». Il timbro ossimorico dell’espressione è congeniale all’intero messaggio biblico e alla rivelazione ch’esso ci trasmette. Anche in Gb 4,16 «silenzio e voce si fanno sentire» insieme. Come a dire che la Parola divina è talmente altra rispetto a quella umana da apparentarsi piuttosto al silenzio più tacito. Difatti, il dirsi divino rimane come una sorta di ultrasuono, difficilmente percepibile dall’orecchio umano e men che meno comprensibile. Potremmo precisare, anzi, che si tratta non della voce o del suono, bensì dell’eco del silenzio (qôl potrebbe significare anche “eco”), al fine di evidenziare che il silenzio divino rimbomba nelle nostre vicende, cioè raddoppia, si amplifica, si moltiplica esponenzialmente, si fa ancor più sordo, totale. Per coglierlo quale indizio del suo Esserci, del suo darsi e del suo dirsi, l’essere umano dovrà avere l’orecchio assoluto del profeta.
Se ci pensiamo bene, che la Presenza divina resti impalpabile, invisibile, impercettibile, è una grazia per gli esseri umani. Se il suo Esserci bruciasse tutt’attorno con la foga di un fuoco divorante, o distruggesse il pianeta con un cataclisma, o frantumasse le rocce e spaccasse le montagne, o ci fulminasse durante un temporale mentre ci ripariamo sotto un albero, noi ne saremmo atterriti. L’unico, possibile, sentimento religioso nei suoi confronti sarebbe la paura. Ma è proprio dalla paura che il Dio rivelatosi nella Bibbia – nel roveto che arde senza incenerirsi – ha voluto liberarci, presentandosi come Padre e non come un padrone, come Redentore e non come un re dispotico, come Signore e non come un faraone. Per questo se viene qualcuno facendo baccano, accompagnato dal clangore delle armi (di qualsiasi genere: quelle di distruzione di massa e quelle di distrazione di massa), allora non è lui. Dio non vuole incutere paura. Getta acqua sul fuoco, non benzina. E va controcorrente, venendoci incontro. Come fa il suo Messia, Gesù, nella pagina evangelica, andando in soccorso dei suoi amici rimasti in balìa delle onde.
Eppure, anche questo straordinario venirci incontro di Dio in Cristo Gesù può impaurirci, se non ne comprendiamo bene il senso. Poiché questo suo venirci incontro, pur non coincidendo con ciò che ci fa soffrire, si compie mentre noi ci dibattiamo tra le sofferenze. E, almeno in prima battuta, non ce ne tira fuori: piuttosto s’immerge assieme a noi nel mare dei nostri guai e delle nostre fatiche. Ne deriva, in noi, lo sconcerto, la perdita d’ogni certezza.
Anche i discepoli ebbero paura del Maestro, che li raggiungeva sfidando il mare grosso. Lo scambiarono per un «fantasma», come annota Matteo. Temettero, cioè, che fosse uno spettro. Oppure, semplicemente una visione illusoria, una loro impressione infondata, una loro allucinazione: nel bel mezzo dei guai, sopraffatti dalla fatica, su una barca ingovernabile, a rischio di affondare e annegare, ebbero paura di fidarsi di quell’amico che, nonostante il pericolo, nonostante la fatica, nonostante le avverse condizioni, andava «verso di loro», mostrando così – incredibilmente – di non volerli lasciare da soli. Tuttavia, in quel frangente critico, Gesù «subito parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”». Egô eimi, nel greco dell’evangelista Matteo. Yhwh, nell’ebraico anticotestamentario. Ovverosia: Sono io. Anzi: Io sono. O più amichevolmente: Io ci sono, ci sono qua io! Perciò, non abbiate paura, fatevi coraggio.
«Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare», diceva tra sé e sé don Abbondio, ne I promessi sposi. L’avrà biascicato, a denti stretti, anche Pietro. Il pescatore di Galilea, più degli altri e comunque rappresentando tutti gli altri discepoli, dimostrò un deficit di fiducia, che l’evangelista documenta senza fare sconti. La sua fede anemica non era ancora all’altezza del coraggio di Gesù. Non riusciva a sostenere la prossimità del suo Maestro, non riusciva a ricambiarla con la disponibilità a farglisi – a sua volta – prossimo, ad andare personalmente «verso Gesù». Riuscì solamente a invocare l’aiuto di Gesù: «Signore, salvami!». E Gesù «subito tese la mano e l’afferrò, dicendogli: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”». L’artista che, nel tardo Medioevo, dentro il duomo di Monreale, ha realizzato il mosaico che illustra questa scena evangelica, ne ha fatto pure un’efficace esegesi figurale: Gesù – lì – afferra Pietro per il polso, mentre la mano dell’apostolo resta aperta a mezz’aria senza nulla stringere, quasi a dire che la nostra salvezza è solamente e totalmente dono gratuito e grazioso, un regalo offertoci in Cristo senza alcun nostro contraccambio.
Non deve passare inosservato l’avverbio che ricorre due volte: «subito», cioè prontamente, Gesù intervenne per rasserenare e incoraggiare gli apostoli; «subito» intervenne per sostenere Pietro. La paura dei discepoli, il terrore di Pietro, sono curati dalla sollecitudine di Gesù. E di Dio, tramite le parole e l’azione di Gesù. L’Esserci divino, con tutta la sua premurosa urgenza, è ormai impersonato da Gesù. Benché questo darsi di Dio in lui rimanga incomprensibile, non meno del suo dirsi nei rotoli d’Israele.
Nondimeno resta problematico avere a che fare con Dio, anche ai nostri giorni, anche per noi. Dov’è, mentre – nei corsi e ricorsi della storia – si ripetono le dolorose tragedie di sempre? Come riconoscerlo nella sua apparente assenza? Come sentirlo, pur nel suo singolare silenzio? Se lo chiese Elie Wiesel – deportato, ancora quindicenne, ad Auschwitz –, vedendo agonizzare sulla forca un giovane suo compagno di prigionia. Possiamo chiedercelo – e di fatto ce lo chiediamo spesso – anche noi, al capezzale di un familiare che sta lottando contro una malattia incurabile. O ricevendo le disperate confidenze di un amico che ha perso il lavoro, o che non riesce a trovarlo. Oppure vedendo rompersi il legame d’amore tra due coniugi e disfarsi la loro famiglia. O venendo a sapere delle ingiustizie – magari orpellate di giustificazioni legali – subite da un nostro conoscente. E apprendendo delle guerre che scoppiano in tante parti del mondo e degli eccidi – talvolta dei genocidi – che esse causano. Dove possiamo scorgere il Cristo, per mezzo del quale Dio viene a visitarci? Come dobbiamo decifrare il silenzio che ci avvolge? Rispondere non è facile. Ci rimane una certezza credente: come ha scritto José Tolentino de Mendonça, «il silenzio di Dio non cessa di essere Dio».
Lascia un commento