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Franco Lorenzoni, “I bambini pensano grande” – 28 novembre

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di Giuseppe Bagni*

 

Grazie a I bambini pensano grande ho passato un bel po’ di tempo nella classe di Franco Lorenzoni.

Un’esperienza che consiglio a tutti, in particolare ai genitori che vogliano capire qual è la buona scuola che devono volere per i propri figli (ma non solo per essi), ma anche a coloro che hanno potere di parola e di decisione sulla scuola senza aver mai avuto occasione di vederla dall’interno. Voglio dire nel suo semplice avvenire; nel tran tran di tutti i giorni costellato da un fitto reticolo di domande e risposte che imprimono accelerazione e cambi di marcia continui imprevisti e imprevedibili.

Lo svolgersi di una giornata di scuola nella classe di Franco non ha nulla del calmo e regolare fluire di un corso  d’acqua, ma presenta momenti di agitazione furibonda, come nelle rapide di un torrente che un istante dopo però sfocia in un laghetto dove l’acqua gira su se stessa, come se non sapesse scegliere che direzione prendere. E poi invece riprende a correre, ma in una direzione nuova, che fino ad un istante prima era imprevedibile.

I bambini pensano grande non è un saggio pedagogico, non propone modelli né ricette per una qualche ennesima riforma e non si interroga sulla miglior definizione della “buona scuola”. Fa una cosa molto più semplice e preziosa: racconta.

Propone un racconto che passa senza soluzione di continuità dalla narrazione della biografia collettiva scritta in presa diretta dai bambini alla biografia del maestro che mette in luce le scelte, le riflessioni e le incertezze. È questo guardare e guardarsi dentro, che traspira da ogni pagina del libro e da ogni giorno di scuola raccontato, che colpisce: una doppia descrizione che fa emergere senza postularla la coincidenza tra biografia personale e professionale di ogni insegnante. La stessa caratteristica che fa imbestialire i mariti e le mogli quando si trovano a cena con insegnanti che finiscono per trascinarli con i loro discorsi fino al centro delle loro classi, che lo vogliano o no. Una mia amica insegnante mi diceva della fatica che aveva fatto all’ultimo anno di servizio, io pensavo per la stanchezza accumulata ma lei mi rispose di no. Era per il semplice e ineluttabile fatto che quell’anno era l’ultimo. Irrimediabilmente l’ultimo.

Il libro di Lorenzoni mi ha fatto capire a fondo le sue parole: la difficoltà di affrontare un giorno di scuola sapendo che se sbagli non ci sarà più un giorno identico in cui potrai rimediare. Rifare per fare meglio. Ogni volta che Franco esce di classe è un “dopo la scuola” che si colora come un prima del giorno di scuola successivo. Quello in cui riprendere il già detto per dirlo meglio, rimediare alla risposta impaziente data all’alunno, riprendere la ricerca della chiave giusta per scardinarne le resistenze ed entrare in sintonia. Per conquistarsi uno spazio accanto a lui.

Tutti gli insegnanti sanno che la storia della scuola è anche quella della ricerca del modo per aprire i sacchetti di plastica in cui si sigillano tanti alunni per attraversare incontaminati il tempo della scuola. Quanta fatica per fare a brandelli quei sacchetti! Quante strade provate prima di trovare quella giusta.  Questo travaglio che toglie il sonno, Franco Lorenzoni non perde tempo a dichiararlo, ma sceglie di testimoniarlo facendone una chiave implicita di lettura del libro.

I percorsi nelle scienze, nella storia, nell’arte; l’uso del teatro per capire e immedesimarsi; le conversazioni collettive da dove nascono frasi di un’intensità sorprendente (i bambini pensano grande..) che sono un testo nel testo, sono gli elementi che tutti insieme fanno la scuola di Franco e scandiscono il crescere dei suoi bambini.

Colpisce in particolare la poesia di alcune pagine che attraverso poche immagini forti riescono a racchiudere il senso di settimane di lavoro. Un modo di scrivere non solo bello ma anche estremamente efficace.

La narrazione molto spesso assume lo spessore di un saggio ma senza mai diventare pesante. Ecco allora che si ragiona intorno al tema dell’attesa; dell’importanza del ritmo; del tempo “reale”; dell’apprendimento per scoperta; del ruolo del simulare diversi ruoli e dell’assumere diversi punti di vista; del teatro per ricostruire e incarnare.

Un tempo prezioso quello che passiamo nella sua classe, accanto a Mattia, Francesca, Ylenia e tutti gli altri. E poi essere accanto a lui, al maestro, quando alla sera riprende a riflettere sui pensieri e le parole dei suoi allievi.

Credo che chiunque leggerà il libro desidererà che non finisca. Desidererà sapere come sono adesso quei bambini, quale sia il percorso che avranno trovato per diventare grandi. Si pensa a loro e si capisce la scuola per quello che è e per quello che ancora rappresenta nella vita di ciascuno, ma senza che questo spinga allo stucchevole rifugio della propria memoria personale perché troppo forte è l’originalità e attualità della didattica che si pratica nella scuola di Giove.

Quindi nessuna immedesimazione con conseguente ripiegamento sui bei tempi passati, ma anzi, un alzare lo sguardo fino a traguardare una scuola ritenuta pensabile ma non possibile. In questi tempi senza risorse, neppure di desideri.

Per fortuna I bambini pensano grande ci dice che si può.

Si può insegnare il bello, il giusto, il vero, senza dogmatismi.

Si può imparare a pensare imparando con le mani, con il corpo, con i colori.

Si può insegnare a guardare il mondo con occhi diversi. E mentre si scopre il mondo, scoprire se stessi.

 

*L’autore è presidente nazionale del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti (C.I.D.I.)

 

 

Tratto da

http://www.insegnareonline.com/rivista/oltre-lavagna/franco-lorenzoni-bambini-pensano

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