Si lasciò prezzare e vendere, per farci suoi amici: come ricavare il bene dal male- Lectio Divina XXV domenica del tempo ordinario

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXV domenica del tempo ordinario (anno C)

Am 8,4-7; Sal 112/113; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

Si sa: la traduzione da una lingua nazionale all’altra, persino da un dialetto locale all’altro – ma anche da un tipo di linguaggio a un altro, dal gergo parlato all’interno di una cerchia di amici al gergo parlato in un diverso gruppo di persone –, rischia di risultare spesso un tradimento. Ogni parola, infatti, custodisce ed esprime una particolare logica, cioè una maniera peculiare di intendere la realtà, di ricondurla a chi proferisce quella parola e nondimeno di riferirla agli altri, secondo criteri che appartengono a una determinata visione del mondo, coltivata e condivisa in uno specifico ambiente culturale. Se ciò vale per le parole rubricate nei vocabolari delle varie e differenti lingue che gli esseri umani parlano, vale anche per le lingue e per le corrispondenti tradizioni culturali con cui abbiamo a che fare quando ci poniamo in ascolto dei brani biblici proclamati nella liturgia eucaristica. Brani originariamente redatti nell’ebraico anticotestamentario o nel greco d’epoca ellenistica, ma che noi riceviamo in versione italiana. E vale, a maggior ragione, perché nell’ebraico e nel greco delle sacre Scritture, e nelle nostre traduzioni liturgiche di quelle lingue bibliche, a riecheggiare con e tramite parole umane c’è – niente poco di meno – la Parola di Dio, il Logos eterno che rivela una logica totalmente nuova e ulteriore rispetto alle diverse logiche dei figli di Adamo.

L’odierna pagina evangelica è un esempio emblematico di questa concomitanza di parole e di logiche disparate che pur si illuminano a vicenda, le parole umane mettendosi al servizio della Parola divina e questa – a sua volta – lasciandosi contenere e limitare in quelle, tutte insieme perciò sopportando l’ambigua complessità della traduzione. Che anche noi dobbiamo accettare e affrontare, per tentare di comprendere l’insegnamento del Maestro di Nazaret. Il quale racconta una delle sue parabole, parlando della vertenza di lavoro sorta tra un ricco possidente e l’amministratore dei suoi beni. Quest’ultimo è accusato di cattiva gestione e, non avendo argomenti in propria difesa, riceve un avviso di licenziamento. Per garantirsi un qualche sostentamento, prima di essere del tutto estromesso dal suo ruolo di amministratore, si mette a erogare sconti ai debitori del suo padrone, per guadagnarsene la riconoscenza, in previsione di un futuro per lui denso di incognite e difficoltà. Una manovra, questa, che inaspettatamente gli riguadagna anche la stima del suo datore di lavoro, che finisce per apprezzarne la «scaltrezza». A quest’esito spiazzante della parabola si aggiunge l’ancor più sconcertante morale conclusiva di Gesù, che consiglia ai suoi uditori di farsi gli amici con la «ricchezza disonesta», dispensando regalie a destra e a manca, al fine di riceverne in cambio aiuto per accedere, poi, nel regno dei cieli.

Sembra esserci, qui, uno dei fondamenti della cosiddetta teologia della prosperità, secondo cui la salvezza spirituale è conseguente all’intraprendenza finanziaria e alla capacità imprenditoriale in campo economico. E sembra anche essercene abbastanza per dar adito alle critiche di chi imputa al cristianesimo – e al messaggio evangelico – di essere uno dei cespiti principali (e principiali) della tolleranza nei confronti della corruzione morale, del tornacontismo e della spregiudicatezza nel gestire i rapporti sociali. Il vangelo corre così il pericolo di apparire come uno specchietto per le allodole: in vista della beatitudine celeste si possono chiudere gli occhi sulle malefatte terrene. Del resto, il regno di Dio è dei violenti, dice Gesù in Mt 11,12. E nel prosieguo di questa nostra pagina lucana, egli dà l’impressione di ribadire il concetto, affermando che ci si deve «sforzare» per entrare nel regno (Lc 16,16). Quasi a dire: bisogna industriarsi in tutti i modi per arrivare a Dio, al limite anche con manovre non del tutto oneste.

Ma la parabola di Gesù significa davvero questo? Se ci fermiamo a leggerla e ad ascoltarla in questi termini e restando dentro gli orizzonti (pseudo)culturali cui ci siamo abituati al tempo delle banane comprate per pochi centesimi e poi spacciate per opere d’arte valutate milioni di dollari, pur essendo destinate a marcire incollate su un muro o a esser mangiate da qualche magnate delle criptovalute con tanto di sorriso ebete, finiamo per travisarne il senso autentico. O, almeno, per percepirla come fosse in contrasto con altre narrazioni evangeliche, in cui – per esempio – Gesù caccia i mercanti dal tempio di Gerusalemme, oppure sottolinea quanto difficile sia per i ricchi entrare nel regno del Padre suo, oppure ancora avverte che «non si può servire Dio e la ricchezza», come leggiamo nell’ultimo versetto della pagina evangelica di questa domenica (Lc 16,13).

Come smarcarci, dunque, dal fraintendimento di questa Parola di Dio? Attingendone il vero senso al testo greco del terzo evangelista, senza dimenticare peraltro che proprio Luca è portatore di una mentalità culturale di matrice ellenistica, utile a rimarcare la novità dell’annuncio evangelico rispetto alla tradizione rabbinica, ma non sempre pienamente sintonizzata con i registri linguistici dell’aramaico e dell’ebraico.

Avendo tale consapevolezza, possiamo evidenziare alcune espressioni che, colte nel loro effettivo significato, possono aiutarci a indovinare il senso complessivo dell’insegnamento di Gesù. A cominciare dai termini che descrivono i personaggi principali del racconto: un uomo «ricco» (ploúsios) e il suo «amministratore» (oikonómos, ossia economo), sospettato di slealtà dal suo padrone (kýrios, signore) e perciò preoccupato di restare senza impiego (più letteralmente: di non trovare più qualcuno che lo incarichi di avere un ruolo gestionale in una casa, in qualche oîkos, termine questo che indica la famiglia oltre che l’abitazione della stessa famiglia, ma anche il patrimonio materiale e le attività produttive della famiglia: in definitiva, un’azienda familiare).

L’accusa rivolta a quest’economo, che gestisce l’azienda di quel ricco signore, è di «sperperare i suoi averi». Vale a dire di gestirne male le risorse e di non incrementarne adeguatamente il capitale, forse facendo la cresta alle entrate spettanti al suo padrone. Insomma, l’amministratore è presentato implicitamente come un ladro, che si appropria nascostamente di rendite non sue. La faccenda, illustrata in questa prospettiva, sembrerebbe grevemente materiale: semplicemente e miseramente una questione di soldi. Tuttavia Gesù, nei vangeli, non mostra mai interesse per le questioni meramente pecuniarie. Caccia i mercanti dal tempio perché vuol far capire che il rapporto con Dio è gratuito e grazioso, non è oggetto di compravendita e non esistono valute utili ad acquistarlo. Al giovane ricco chiede di impoverirsi innanzitutto della propria sicumera religiosa, giacché la perfezione spirituale non consiste nel vantare i propri meriti davanti a Dio ma nell’accoglienza e nella sequela del suo Messia. Si sottrae risolutamente alla richiesta di chi lo chiama a fare da arbitro in questioni di eredità, chiarendo che la vita dell’uomo «non dipende da quanto possiede». E a chi lo provoca sul versante fiscale, domandandogli se sia lecito o meno pagare le tasse a Cesare, chiede ironicamente di fargli vedere com’è fatta una moneta col conio imperiale, così lasciando intuire che non sa manco come sia fatto il denaro. E, comunque, a Pietro dà l’incarico di pagare per conto suo le tasse, andando a prendere la moneta necessaria nella bocca di un pesce. Ai suoi discepoli, preoccupati di dover spendere almeno duecento denari per sfamare una grande folla, spiega che non occorrono ingenti capitali per fare il bene, poiché basta consegnare la propria povertà alla provvidenza del Padre suo.

C’è, pertanto, la possibilità che pure in questa parabola lucana non si tratti semplicemente e soltanto di soldi e di beni materiali, qui – nel testo greco – sempre indicati con un termine spregiativo, mamōnâs. In ballo può esserci, per Gesù, qualcos’altro di molto più importante e prezioso. Difatti, l’economo che sperpera gli averi del suo padrone è, nel greco della pagina evangelica, «diaskorpízōn tà hypárchonta», espressione che – come si può dedurre se si consultano i dizionari di greco antico – può significare anche «uno che umilia gli attendenti», i propri sottoposti, i servitori e gli operai dell’azienda. Mi pare di cogliere qui l’eco di un’altra parabola, in cui Gesù racconta di un servitore al quale il suo signore condona un grande debito, ma che a sua volta si dimostra impietoso verso un collega che gli doveva una somma molto più esigua, suscitando così l’indignazione degli altri servitori della casa, che andarono a denunciarlo al padrone (Mt 18,23-35).

Voglio dire che per Gesù non si tratta mai esclusivamente di denaro, di debiti da saldare, di somme trafugate, di frodi fiscali, bensì di relazioni interpersonali guastate e risanate, come nel caso di Zaccheo, il capo degli esattori di Gerico, che si converte donando la metà dei suoi averi ai poveri e restituendo il quadruplo a coloro che erano stati frodati da lui (Lc 19,8). La sua giustizia (e i termini relativi alla «disonestà», ricorrenti in questa parabola, nel greco di Luca hanno a che fare col contrario della giustizia, con l’ingiustizia-adikía) è diversa da quella dei «figli di questo mondo». E i «figli della luce», discepoli suoi, devono apprenderla in virtù di un altro genere di «scaltrezza» (phronímōs), che sia piuttosto «saggezza», o «prudente discernimento», com’è per l’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia (Mt 7,24), o per le vergini che si equipaggiano di una scorta d’olio per le loro lampade (Mt 25,2-9), o per l’amministratore fidato e prudente che il padrone mette a capo della servitù domestica per dare con giustizia a ciascuno il suo (Lc 12,42): non per niente in tutti questi brani evangelici il termine usato è sempre phronímos.

Si tratta, allora, di restaurare la giustizia, che è il paradigma delle buone relazioni, quella che intratteniamo con gli uomini e le donne di questa terra non meno di quella che desideriamo con Dio. Per questo l’amministratore scaltro si rivela – senza nemmeno rendersene conto – anche veramente saggio e prudente, allorché decide di calmierare l’iniquo tasso di interesse che in quel contesto storico gravava comunemente su chi era costretto a indebitarsi. Per esemplificare: se qualcuno comprava cinquanta barili d’olio, impegnandosi a pagarli dopo, doveva accollarsi un debito raddoppiato del cento per cento. L’amministratore disonesto era tale perché probabilmente tratteneva per sé gran parte di ciò che infine i debitori pagavano a tasso usuraio. Ma – in fin dei conti – tutta quanta la ricchezza ch’egli amministrava era disonesta, se veniva prodotta con questi metodi. Ristabilire il giusto importo del debito equivale, nella parabola, a riequilibrare le relazioni tra le persone, fra debitori e creditori. Se non vengono ripristinate giuste relazioni, non può esserci un giusto ordinamento sociale e, ancor peggio, si cadrà in un regime sociale disumano, in cui «si vende il grano per comprare con denaro i deboli e i poveri», come il Signore dice per bocca del profeta Amos nella prima lettura di oggi.

Non è superfluo rilevare l’attualità di questo insegnamento evangelico, che ci invita a smettere di prezzare financo le persone, degradandole a oggetti, riducendole a cose di cui pretendiamo disporre a nostro piacimento e a nostro vantaggio. Nessuno al mondo può comprare Dio. E, parimenti, a nessuno nel mondo è lecito comprare – in alcun modo, con nessun tipo di moneta – gli altri esseri umani, creati a immagine e somiglianza di Dio. Lo ha annunciato un umile Maestro, che accettò di essere prezzato e venduto per trenta denari, pur di riscattarci tutti quanti: è questo, semmai, il significato profondo dello strano suggerimento di quel Rabbi galileo secondo cui bisogna farsi gli amici con l’ingiusta ricchezza. San Paolo, nel versetto alleluiatico immediatamente precedente alla pagina evangelica di oggi, ce lo ricorda efficacemente: «Gesù Cristo, da ricco (ploúsios) che era, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).

2 replies on “Si lasciò prezzare e vendere, per farci suoi amici: come ricavare il bene dal male- Lectio Divina XXV domenica del tempo ordinario”

  • Propongo una nuova traduzione delle Sacre Scritture ben commentata da chi è in grado di farlo. Le traduzioni attuali in qualche caso sono “fuor-vianti” e cioè fuori dalla VIA e dunque anche fuori dalla VERITÀ ed infine anche fuori dalla VITA.

  • Grazie, Padre Naro, per la sua originalita nel percorso di riflessione che ha donato al lettore, me compresa. Il commento ad un brano evangelico di non si immediata comprensione vi getta una luce speciale e contribuisce a coglierne il senso profondo e cristologico. Mi ha molto colpito la sottolineatura della necessita di stabilire “relazioni giuste”… quanto e’ importante non cosificare gli esseri umani e trattarli come persone a cui dobbiamo rispetto e con cui condividere cio che siamo e cio che abbiamo. Grazie ancora a don Naro per il bene che compie con la sua parola capace di mostrare la bellezza e la bonta della Parola che ha il potere di trasformare il mondo e la nostra esistenza!

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