Ecco l’Agnello di Dio, che fa del vuoto a perdere un vuoto a rendere

Loading

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 49,3.5-6; Sal 39/40; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

Il tempo liturgico ordinario riprende il suo corso a partire da dove è culminato – la scorsa settimana – il ciclo natalizio: il battesimo di Gesù. Difatti, la pagina evangelica ci propone la versione giovannea di questo episodio della vita di Gesù, che segna l’inizio del suo ministero messianico nelle contrade della Palestina di duemila anni fa (la sua manifestazione in Israele, spiega per parte sua il Battista, riportato dall’evangelista). E la prima lettura, ricavata dai rotoli del profeta Isaia, ribadisce l’indole teofanica e la gittata universale del compito affidato al Servitore del Signore che proprio in Gesù poi si rivelerà e vorrà essere riconosciuto: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». Si prolungano, insomma, gli effetti del manifestarsi di Dio, che configurano la vita di Gesù come una perdurante epifania.

In realtà, quelli che i Padri della Chiesa e gli spirituali medievali chiamavano mysteria carnis Christi – cioè le principali sporgenze della vicenda del Maestro di Nazareth, dalla nascita alla risurrezione, passando attraverso l’annuncio del Regno di Dio, che gli attirò l’avversione di coloro che infine gli imposero la passione e la morte – nel loro complesso costituiscono un evento storico-salvifico sempre in corso, presente ed efficace ancora oggi per noi. La vita di Gesù, il servizio da lui offerto al Padre suo nel e per il mondo, la missione del Cristo, sono il kairós che sottrae il chrónos all’assurdità e lo dota di un senso, riconducendolo alla volontà di Dio. L’innesto di grazia – impersonato da Gesù il Cristo – riscatta il tempo storico dalla sua finitudine, lo riapre al rapporto con Dio e lo trasfigura nel dramma della redenzione.

Il ricordo del battesimo di Gesù, che il quarto evangelista fa, concorda con ciò che si legge nei tre vangeli sinottici: lascia immaginare una scena analoga a quella narrata da Marco, Matteo e Luca, ambientata lungo le rive del fiume Giordano, mentre il Battista battezza le folle. In seno alle quali si nasconde Gesù, confondendosi tra gli uomini e le donne che chiedevano quel lavacro di purificazione. Su di lui scende, anche secondo questo resoconto, lo Spirito Santo in forma di colomba. Tuttavia, ciò che connota il racconto del battesimo di Gesù nel quarto vangelo è il suo timbro testimoniale. Esso è sostenuto da vere e proprie citazioni del Battista. A parlare, infatti, è lui. Il testo non dice esplicitamente che il Battista immerge nel fiume Gesù. Ne restituisce, piuttosto, la testimonianza oculare.

Qui il destinatario della manifestazione divina è il Battista. Egli vede l’invisibile. E lo attesta: «Ho visto e ho testimoniato». Quel suo aver visto è, nel greco della pagina evangelica, heṓraka: una particolare coniugazione del verbo vedere che ne fa un sinonimo di sapere. Significa: lo so, lo so per certo, perché l’ho visto. E l’ho visto perché s’è fatto vedere. Si tratta, dunque, di una visione contemplativa, che accoglie una rivelazione. La testimonianza che ne deriva non si riferisce semplicemente al fatto che Gesù viene scorto in mezzo a tutta quella gente che vuole battezzarsi nell’acqua, ma più radicalmente al fatto che egli è colui che inaugura un nuovo battesimo, un’immersione (questo, in greco, vuol dire “battesimo”) non fisica ma spirituale. Ad avvolgerlo non è l’acqua, ma lo Spirito, che discende su di lui e con lui rimane, consacrandolo quale «eletto» di Dio Padre, ho eklektòs toû Theoû (la versione italiana traduce: «il Figlio di Dio»), chiamato a rendere partecipi tanti altri di questa sua medesima consacrazione, di quest’immersione pneumatica, di questo essere avvolti e pervasi dallo Spirito Santo. Tutto ciò vede e testimonia Giovanni il Battista, citato dall’evangelista Giovanni.

E inoltre vede e indica, in Gesù, «l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». Qui il testo greco ci impegna di nuovo a chiarirne il significato. L’agnello di Dio, ho amnòs toû Theoû, rimanda probabilmente a Is 53,7 che prefigurava il Servo sofferente di Dio come l’«agnello – amnós nella traduzione greca fattane dalla Settanta – condotto al macello». Era una metafora molto suggestiva per chi ascoltava quella profezia in ebraico: rievocava l’agnello sacrificale, ma pure il capro espiatorio che – caricato simbolicamente di tutti i peccati del popolo – veniva cacciato nel deserto incontro a morte sicura. L’agnello è, nella pagina evangelica, ho aírōn, colui che toglie il peccato del mondo. O, più esattamente, colui che prende su di sé, assume, si carica, sopporta il peccato del mondo. In greco il verbo aírō ha pure tutti questi significati. E così lo intende la Vulgata, traducendolo in latino col verbo tollere (ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccatum mundi), ovverosia – ancora una volta – prendere su di sé, assumere, farsi carico, sopportare.

Il fatto è che il peccato è l’assenza di Dio nella nostra esistenza. Più precisamente: la nostra lontananza da lui, la distanza che si frappone tra noi e lui, giacché abbiamo imboccato erroneamente una strada che non ci conduce incontro a lui. Il peccato è la regione desertica che si distende tra noi e il Signore, per usare un’espressione di Karl Barth. È il vuoto che ci separa da lui. Ma questo vuoto che ostacola la compagnia di Dio nella nostra vita, quest’assenza dell’esserci reciproco tra lui e noi, quest’interruzione della comunione tra noi e Dio, ha una misteriosa consistenza. Contiene la nostra presunzione di autosufficienza. Si sostanzia della nostra paura, del nostro rifiuto, della nostra vergogna, del nostro isolamento, della nostra solitudine, del nostro esilio, del nostro fallimento. Questo peccato, questo vuoto a perdere, ha uno spessore difficilmente smaltibile. È intasato di tutto ciò che siamo e pensiamo e facciamo a prescindere da Dio: l’intero nostro mondo. Per questo motivo lo si può togliere di mezzo solo se qualcun altro accetta di recuperarlo, riempiendolo di sé, assumendolo in sé, facendosene carico, sopportandolo, supportandolo. Paolo, scrivendo ai Corinzi, lo intuiva lucidamente: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, affinché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21). All’erosiva consistenza del peccato, Dio – nella kénōsis di Cristo Gesù – rimedia con la fruttuosa consistenza del suo operare, del suo fare del Figlio suo un vuoto a rendere. È in questo paradosso che si compie il nostro riscatto, la nostra «vocazione alla santità», come lo stesso Paolo scriveva nella sua prima lettera ai Corinzi (nel brano dell’odierna seconda lettura). È così che avviene la nostra elezione nell’Eletto di Dio.

2 replies on “Ecco l’Agnello di Dio, che fa del vuoto a perdere un vuoto a rendere”

  • Mi pare di dedurre dal rapporto kairos-Kronos descritto da d. Massimo Naro che il peccato sospenda il kairos per privilegiare nella vita dell’uomo il kronos. Che diventa “tempo perso” nel percorso della trasformazione dell’uomo-materia in Uomo-Spirito.
    Grazie d. Massimo

  • Il vuoto, inteso come “deserto”, assenza di Dio, in Gesù, l’eletto di Dio, diventa spazio privilegiato, presenza di Grazia che trasforma la vita e il cuore di chi si pone alla sequela di Dio. Grazie don Massimo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *