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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XII domenica del tempo ordinario (anno A)
Ger 20,10-13; Sal 68/69; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33
L’odierna liturgia domenicale è, nel suo complesso, un invito a non aver paura. Esso risuona già nella colletta iniziale, in forma di preghiera: «O Dio, liberaci da ogni paura». E viene ribadito insistentemente nella pagina evangelica: «Non abbiate paura». Nel salmo responsoriale diventa un vero e proprio incoraggiamento: «Fatevi coraggio».
La paura, di fatto, incide rovinosamente sulle nostre vite, facendosi percepire in tante maniere. Essa si fa forte di una sfiancante prolissità: si afferma e si fa sentire in vari frangenti. È realistica sensazione di smarrimento e d’impotenza di fronte alle difficoltà che soverchiano la nostra capacità di reagire. Morde la nostra coscienza sotto forma di scrupolo. Diventa ansia e può aggravarsi in ipocondria quando temiamo d’esser colpiti a ogni piè sospinto da improvvise malattie che d’altronde, qualora ci colpiscano veramente, si dimostrano sempre dolorose e talvolta inguaribili. Si moltiplica in mille fobie se entrano in gioco altri fattori, dal confronto pubblico o privato con gli altri, rispetto a cui abbiamo l’impressione d’essere – non importa se a ragione o meno – inadeguati, al confronto ancor più penoso con le nostre personali fragilità. Degenera in avvilimento sotto il peso delle sconfitte e dei fallimenti, in disperazione sotto l’urto dei torti ingiustamente subiti. Si deteriora in sospetto ogni volta che non si ha la matura consapevolezza dei sentimenti propri e la limpida certezza dell’altrui affetto. S’ingigantisce in terrore dinanzi alle incognite di un futuro indecifrabile e ingestibile. Tracima in timore – oscuramente sacrale più che autenticamente religioso – nei confronti del Signore allorché lo fraintendiamo come un dispotico faraone che vessa i suoi sudditi, o come un gendarme nascosto dietro l’angolo pronto a multare i distratti, o come un giudice impietoso nel castigare gli imputati. E quest’ultima tipologia di paura ha la perversa virtù di trasformarci da figli timorati del Dio vero in schiavi timorosi di un idolo irreale.
Tuttavia – chiarisce l’orazione colletta – qui l’appello a non aver paura e a esser coraggiosi è connesso con l’«annuncio profetico della Parola» di Dio, riguardo al quale potremmo nutrire il dubbio di riuscire a compierlo efficacemente, data la nostra umana «debolezza». La preghiera con cui – in questi termini – inizia la celebrazione eucaristica, rimanda al discorso che Gesù nel brano evangelico rivolge ai suoi discepoli nel momento in cui li manda in missione per le contrade della Palestina. Gli apostoli – avverte il Maestro di Nazareth – devono sottrarsi a una triplice paura.
Innanzitutto non devono aver paura di chi, nel loro cammino, si metterà di traverso. Annunciare l’avvento del Regno dei cieli significa mettersi al servizio del dirsi divino. Nel quale finalmente è rivelato quello che Paolo – in Ef 3,9-11 e in Col 1,26-27 – definisce il «mistero nascosto da secoli in Dio», il «progetto eterno attuato in Cristo Gesù». Si tratta della salvezza della famiglia umana, che non è gradita ai «familiari di Beelzebùl», cui si accenna nei versetti matteani immediatamente precedenti a quelli proclamati oggi. Per questo il Maligno e i malvagi si opporranno con tutte le loro forze all’annuncio del Regno. Non bisogna fermarsi in nessun caso. Occorre non lasciarsi inibire dai loro pregiudizi, dalle loro critiche, dalle loro censure.
Gli apostoli, inoltre, non devono aver paura nemmeno delle persecuzioni. Qualcuno potrà maltrattarli con violenza e persino ucciderli. L’annuncio del Regno rimarrà sempre disarmato, anche se non sempre disarmerà chi gli rimane ostile. Neppure questo rischio, da mettere comunque seriamente in conto, deve scoraggiare gli amici di Gesù. I persecutori potranno togliere loro la vita fisica, ma non potranno troncare il loro rapporto con Dio, il Vivente, che garantisce la vita vera, quella nuova, quella che perdura ad oltranza, che riesce ad attraversare indenne la morte.
Infine, i messaggeri del Regno dovranno superare la paura di restare soli, abbandonati da tutti, finanche da Dio, privati della sua compagnia, sguarniti della sua protezione. Gesù assicura loro la provvidenza paterna di Dio. Non potranno sopraggiungere avversità tali da smentire l’amore di Dio per loro, che Gesù impersona e manifesta. Nulla potrà impedire al Signore di prendersi cura di loro, al di là delle apparenze contrarie. Giacché, in verità, tutto è incardinato nella sua volontà. La quale, per quanto oscura possa sembrare, è sempre motivata e mossa da un’intenzione salvifica. Non aver paura, così, finisce per significare che dobbiamo affrontare l’ardua fatica di discernere il senso salvifico di ciò che ci accade.
A questo punto l’incoraggiamento a non aver paura corrisponde a una vera e propria vocazione: si traduce nella chiamata a «riconoscerlo davanti agli uomini», cioè a testimoniare la nostra amicizia con Gesù, la nostra solidarietà verso di lui, la nostra fede e la nostra fiducia in lui. Tale testimonianza può, al limite, culminare nel martirio: condividere e prolungare la missione del Cristo, riecheggiare il suo annuncio del Regno, può comportare la totale offerta di noi, il nostro sacrificio più radicale. Potremmo dichiarare, con la sicumera – spavalda e al contempo ingenua – di Simon Pietro, che pure noi siamo determinati a restargli dietro e accanto ad ogni costo. Ma la paura certamente tornerebbe a turbarci, ci farebbe tremare i polsi e piegare le gambe. Ci prostrerebbe a terra, non meno pesantemente di quando ghermisce il nostro animo nelle malattie, nei conflitti, nei tradimenti, nei mille guai in cui siamo impastoiati. Più onesto, da parte nostra, sarebbe – ed è – chiedere umilmente al Signore di certificare la verità, di essere lui stesso onesto con noi: davvero non dobbiamo aver paura?
Chiedergli questo equivale a implorarlo di renderci sin d’ora partecipi della sua Pasqua, della sua stessa vita nuova, che oltrepassa le strettoie di ogni mortificazione – quella esistenziale e quella morale, oltre che quelle corporali – preparandoci al passaggio sereno della soglia finale che è la morte terrena. Significa chiedere al Signore la grazia di farci sperimentare la sua Presenza. Solo se egli si fa incontrare e riconoscere da noi, potremo ricevere in dono l’antidoto alle nostre paure: la gioia.
La gioia non è semplicemente il contrario della tristezza. Né tantomeno un sinonimo di felicità. La gioia è, piuttosto, la grazia pasquale che reagisce al veleno della paura, rendendolo innocuo e immunizzandocene. Non per nulla le discepole accorse fino al sepolcro vuoto, incontrando il Risorto, provarono una paradossale emozione, impastata di «timore» («phóbos») ma pure di «gioia grande» («charà meghálē»), a differenza delle guardie, che «per lo spavento (phóbos), furono scosse e rimasero come morte» (Mt 28,4.8). E anche gli altri discepoli, la sera di Pasqua, ricevendo la visita del Risorto lì dove se ne stavano nascosti «per timore» (dià tòn phóbon), «gioirono al vedere il Signore» (Gv 20,19-20): videro – al di là del velo della loro paura – la santa Presenza, si accorsero di non essere soli.
Così anche nel loro caso il timore è innestato da un nuovo sentimento: ormai si trasfigura in sorpresa, in meraviglia, in stupore. Il timore della morte e del suo terribile corredo muta radicalmente statuto. È per questo che la tradizione cristiana ha attribuito un valore “principiale” al timore di Dio: esso non si confonde affatto con la paura, è invece un frutto della Pasqua. Noi condividiamo la paura con tutti gli altri esseri umani, “timorosi” a nostra volta, come tutti. Ma non dobbiamo dimenticare che come credenti siamo chiamati a diventare “timorati”, cioè a riconoscere la Presenza viva e vivificante del Signore nelle nostre vicende, a partire dal memoriale eucaristico della Pasqua che ogni domenica celebriamo. Solo così sentiremo intimamente cambiare il veleno in farmaco, la paura in gioia.
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