«Dio mio, perché mi hai abbandonato?»: il paradossale vangelo del Crocifisso

Loading

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella domenica delle Palme (anno A)

Is 50,4-7; Sal 21/22; Fil 2,6-11; Mt 26,14-75 e 27,1-66

La domenica delle Palme, nella pagina evangelica proclamata prima della processione introitale che ne caratterizza la celebrazione (Mt 21,1-11), rievoca l’accoglienza trionfale che la popolazione di Gerusalemme riservò a Gesù allorché egli vi fece ritorno per festeggiare un’ultima volta la pasqua ebraica e per realizzare la sua personale Pasqua, ossia il suo passaggio alla vita nuova attraverso la morte sul Golgota. Difatti l’odierna liturgia ci proietta, nondimeno, verso i giorni della sua passione, segnando l’inizio della settimana santa.

Agonizzando sul patibolo, Gesù porta a compimento la sua missione messianica, non più operando guarigioni o raccontando parabole, ma consegnandosi in riscatto di tutti, anche di coloro che lo stanno uccidendo: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34), dirà poco prima di morire, pronunciando dall’alto della croce una delle ultime sue parole. Gli evangelisti ne hanno registrate complessivamente sette, ciascuno di loro riferendone soltanto alcune. Raggruppate, quelle “ultime parole” compongono il vangelo del Crocifisso: vale a dire l’annuncio portatore di speranza, seppur gravido di dolore, che ci raggiunge ancora una volta quest’anno.

Il racconto della passione tramandatoci da Matteo cita una sola espressione del Crocifisso: Gesù interpella il Padre suo con una domanda sofferta e straziante, che esprime bene la drammaticità della crocifissione: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’incipit del salmo 21/22, che oggi la liturgia della Parola ripropone più estesamente, benché non integralmente.

Gesù si sente non semplicemente solo, ma lasciato solo, abbandonato dagli uomini e dal Padre. Non solamente fa l’esperienza della solitudine mentre muore, ma è anche bersaglio di chi gli rinfaccia impietosamente che è solo, di chi gli dice che deve stare e rimanere da solo. Tutti gli danno addosso: i passanti lo oltraggiano, i sacerdoti con gli scribi e i capi del popolo lo deridono, persino i due malfattori suppliziati insieme a lui lo insultano. Persone di diversa estrazione, che guardano il Crocifisso da angolature disparate, ma che dimostrano un medesimo atteggiamento nei suoi confronti: non riescono a comprendere quella sua fine miserabile, dopo che per le strade della Palestina aveva profetizzato riguardo a sé cose inaudite e aveva fatto strabilianti prodigi. Per comprendere lo sconforto di Gesù occorre considerare lo scandalo di quella gente, che non capisce come mai sia naufragata così miseramente la sua strategia messianica: ha lasciato intendere d’esser Figlio di Dio, ha compiuto miracoli e ha proferito profezie, ma non è capace ora di salvare se stesso.

Coloro che lo offendono non si limitano a lanciare i loro insulti, ma li argomentano pure. I più bravi sono gli scribi e i sacerdoti. Sono loro, infatti, che dicono la verità sul Crocifisso rifiutandola nel momento stesso in cui l’affermano: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso». Sì, veramente Gesù salva gli altri. E veramente egli non salva se stesso. In questo consiste il dramma della croce: il Cristo salva gli altri perdendo se stesso, dà la vita agli altri immolando la sua. L’errore dei suoi accusatori è di separare questi due aspetti dell’unico evento. Tra il fatto di salvare gli altri e il fatto di non salvare se stesso, essi colgono una stridente contraddizione, che ai loro occhi smentisce le pretese di Gesù. In realtà non si tratta di contraddizione, ma di paradosso. Il paradosso, a differenza della contraddizione, afferma allo stesso tempo due verità opposte, che – tuttavia – tenute separate perderebbero ogni credibilità. Se Gesù salva gli altri è proprio in forza del fatto che egli accetta di perdere se stesso; e se egli perde se stesso è proprio in vista della salvezza altrui. Le due verità non si escludono, ma si completano ed esprimono assieme il senso autentico della morte del Crocifisso.

L’incomprensione che scribi e sacerdoti dimostrano verso Gesù è dovuta alla meraviglia incredula, tipica di chi è abituato a misurare tutto e tutti, fatti e persone, a partire dal proprio punto di vista, con la ragionevole sicumera che è impossibile far quadrare un cerchio. Questo è il ragionamento di chi, di fronte a un evento certamente straordinario, scivola dalla meraviglia nell’incredulità: per credere, vorrebbe vedere sensibilmente («…scenda ora dalla croce e crederemo in lui»). Così non si percepisce che Dio si manifesta sub contrariis, dato che si rivela in colui che incarna la gloria del Signore con l’umiltà del servo, realizza l’onnipotenza divina tramite la debolezza della vittima, dimostra la capacità sovrana di attirare tutti a sé proprio quando e in quanto non scende dalla croce.

Al fraintendimento della fede si accompagna il travisamento dell’amore. «Ha confidato in Dio, lo liberi Dio ora, se gli vuol bene»: scribi e sacerdoti non sanno che non si può valutare l’amore di Dio misurandolo col modo umano di amare. E all’incapacità di intelligere dentro lo scandalo della croce suppliscono con l’ottusità delle loro ingiurie: per loro, se Dio non salva il Crocifisso, ciò significa che non lo ama. Questo è l’insulto che ferisce maggiormente Gesù, fino a fargli gridare la sua preghiera: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Non sentirsi amato da Colui che è Amore, questo è il massimo grado dello sconforto che caratterizza lo stato di abbandono in cui il Crocifisso si sente prostrato. Uno stato infernale, dove il Figlio di Dio, nella sua umanità martoriata, ha l’impressione di sprofondare, lontano dalla presenza amorosa del Padre. Il fatto è che il Figlio di Dio crocifisso, proprio lì sulla croce tocca esistenzialmente (e non solo psicologicamente), realmente, concretamente l’estremo fondo della sua kénōsis, del suo impoverimento, della sua umiliazione, della sua nudità, come spiega Paolo nella seconda lettura. Uomo nudo inchiodato alla croce, Gesù si è in realtà spogliato di ogni divina prerogativa, immergendosi nella condizione umana tanto da perdere di vista il Padre. Il Figlio crocifisso si è avvicinato agli uomini percorrendo la distanza abissale del peccato, a tal punto da avvertire la lontananza dal Padre come un doloroso abbandono. Sulla croce, nel momento in cui il Crocifisso si sente completamente abbandonato, il Figlio eterno di Dio subisce le estreme conseguenze dell’incarnazione, facendo l’esperienza umana suprema – morire – nella forma più tragicamente umana: morire ucciso. Questo vuol dire l’abbandono di Gesù, che si sente lasciato solo persino dal Padre: egli è ormai pienamente uomo, perché incontra la realtà più tremendamente umana, la realtà della morte. Si tratta del punto più avanzato e profondo dell’umanazione del Figlio, iniziata con il concepimento nel seno di una donna e con la nascita in una stalla, culminata con la crocifissione e prolungata ad oltranza con la discesa nel posto più lontano da Dio (lo sheòl, le tenebre della morte causata dall’antico peccato), dove rimangono confinati dalla loro colpa tutti i figli di Adamo.

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Quel «perché» urlato a Dio non palesa la rabbiosa o disperata delusione del Crocifisso. Invoca, piuttosto, la conferma di quanto egli ha fatto, il riconoscimento di chi egli è stato durante l’intera sua vicenda. Il «perché» del Golgota è lo stesso di Betlemme: il Figlio di Dio nasce povero in una mangiatoia per rivelare l’Avvento di Dio nella storia comune degli esseri umani; il Figlio di Dio muore innocente su un patibolo per ribadire, irrevocabilmente, l’Esserci di Dio per noi.

1 reply on “«Dio mio, perché mi hai abbandonato?»: il paradossale vangelo del Crocifisso”

  • Nessuna parola, solo silenzio adorante dell’uomo ai piedi di Gesù crocifisso e magari una lacrima per se stessi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *