L’ulteriorità del Dio Amore, nella comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella solennità della santissima Trinità (anno A)

Es 34,4-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

La parola “Trinità” è il nome “cristiano” del Dio rivelatosi in Cristo Gesù. Vale a dire che è il termine che nella riflessione teologica più antica, in epoca patristica, fu coniato per dire con un’unica espressione i termini che ricorrono nel Nuovo Testamento in riferimento al Dio che si fa conoscere come “Agape”, ossia come rapporto d’amore reciproco tra il Padre di Gesù e Gesù Figlio suo, nella comunione dello Spirito Santo.

Difatti, il termine “Trinità” non compare nei vangeli o negli altri scritti neotestamentari. Nell’odierna liturgia della Parola esso è riferito – nel versetto alleluiatico che introduce la proclamazione della pagina evangelica – tramite una perifrasi dossologica, cioè una formula che canta la gloria divina condivisa dai Tre della Trinità. E alla dossologia («Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo»), il versetto alleluiatico aggiunge la citazione di Ap 1,8: gloria a Dio, a «Colui che è, che era e che viene». Quest’ultima frase costituisce la più indovinata traduzione neotestamentaria del Tetragramma risuonato nelle Scritture d’Israele, in Es 3,14 per l’esattezza, dov’è riferito il dialogo tra Dio e Mosè presso il roveto ardente: «Io sono chi ci sarò», Yhwh, Colui che non ti lascerà solo e che scenderà in mezzo al popolo per liberarlo dalla schiavitù d’Egitto. Traducendo dall’ebraico in greco il Nome santo di Dio, i Settanta saggi di Alessandria, nel III secolo a.C., avevano scelto una formula che risentiva molto della cultura filosofica tipica del contesto ellenistico in cui essi vivevano, sacrificando l’afflato storico-salvifico intrinseco al Tetragramma: «Io sono Colui che sono», l’Essente. L’autore dell’Apocalisse, invece, memore dell’insegnamento e della vicenda del Maestro di Nazareth, proponeva una nuova traduzione, che senza sacrificare la valenza metafisica del Nome di Dio ne esprimeva anche l’indole esistenziale. Il Dio manifestatosi nel roveto ardente è lo stesso Dio che si fa conoscere in Cristo Gesù: è certamente l’Essente per eccellenza (Colui che è), l’Eterno (Colui che era), ma pure è il «Veniente», Colui che viene a cercarci e a trovarci per rimettersi in rapporto stabile e duraturo con noi, che – col peccato – ci allontaniamo da Lui.

Così la sovreccedenza di senso custodita nel Nome di Dio viene compiutamente dischiusa: Yhwh è il Veniente oltre che l’Essente. La sua eterna trascendenza non rimane al di là della storia, prima e dopo di essa, ma vi penetra dentro, innestandone lo svolgimento cronologico con la propria urgenza kairologica e con la propria virtù salvifica. Dio è Colui che sta in alto rispetto alla storia, ma anche dentro di essa: trasfigura continuamente la sua trascendenza in prossimità, facendo sì che il mondo degli esseri umani si riveli innanzitutto come il suo stesso mondo. Non a caso Dio, dal roveto ardente, dice a Mosè: «Togliti i sandali [simbolo biblico dell’autorità di chi possiede un determinato territorio], perché il luogo in cui stai è suolo santo», appartiene a me. La storia umana è al contempo storia di salvezza, giacché è suscitata e sostenuta da Dio, da Lui consegnata alla responsabilità degli esseri umani, tra i quali e per i quali tuttavia il Signore non cessa mai di venire, di Esserci. È proprio quel che la pagina evangelica annuncia: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». 

L’autore dell’ultimo libro del Nuovo Testamento riscrive Es 3,14 una seconda volta qualche versetto più in là. In Ap 1,17-18 è il Risorto che dichiara: «Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente». Nel suo greco riecheggia di nuovo il Tetragramma ebraico, che significa senza dubbio la pienezza dell’Essere – coincidendo col principio e col culmine d’ogni cosa, con l’Alfa e con l’Omega, dentro il cui orizzonte sussiste l’intero reale –, l’Essente giustappunto, il quale nondimeno s’identifica con il Vivente, appellativo divino che si trova anche in molti passaggi dell’Antico Testamento. Da queste due traduzioni (e interpretazioni) neotestamentarie del Tetragramma emerge l’ulteriorità di Dio. Egli è sempre più grande di Sé stesso: è l’Essente, ma anche il Veniente e il Vivente.

I Padri della Chiesa, preparandosi a definire solennemente – nei concili di Nicea prima e di Costantinopoli dopo – il Simbolo della fede ecclesiale, ovverosia il Credo che ancor oggi professiamo insieme nell’eucaristia domenicale, riuscirono a capire e tentarono di spiegare che tale ulteriorità di Dio rispetto a Sé gli appartiene costitutivamente: Dio è semper maior non solo al di fuori di Sé – nei confronti della creazione – ma anche in Sé stesso. Per questo è il Dio uno e unico, ma pure il Dio trino: l’unico Padre, l’unico Figlio, l’unico Spirito Santo.

Il Dio in cui credono i cristiani è lo stesso Dio dell’antico Israele. I brani biblici che compongono la liturgia della Parola lo attestano concordemente. Quando Paolo esorta i cristiani di Corinto a vivere in pace, assicurando loro che in tal modo «il Dio dell’amore (agápē) e della pace sarà con voi» (come leggiamo nella seconda lettura), non fa altro che rievocare la fede degli israeliti sintetizzata nel brano dell’Esodo che leggiamo come prima lettura: «Allora il Signore scese dalla nube, si fermò là presso Mosè e proclamò il Nome del Signore […]: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”».

Il Nome di Dio (Yhwh, che per rispetto gli israeliti non pronunciavano, sostituendolo con “Adonai”, “Signore”) rimane sempre uno e sempre lo stesso, benché occorrano molte parole umane per esplicitarne il senso più pieno e profondo: misericordia, pietà, prossimità, compagnia, fedeltà, pace, amore. I primi cristiani lo sapevano altrettanto bene degli ebrei loro contemporanei. Semmai è ai nostri giorni che i credenti osservanti delle tre tradizioni religiose di matrice monoteistica lo dimenticano e lo smentiscono, facendosi continuamente e impietosamente la guerra tra di loro. Paolo non lo dimenticava e non lo smentiva. Per questo dava un volto personale a ciascuno dei principali nomi divini, salutando i destinatari della sua lettera: «La grazia (hē cháris, corrispondente alla parola ebraica haesaed, nell’Antico Testamento spesso accoppiata con la fedeltà/emunah di Dio) del Signore Gesù Cristo, l’amore dell’unico Dio (hē agápē toû Theoû) e la comunione (hē koinōnía) dello Spirito Santo siano con tutti voi». Come cristiani abbiamo la vocazione di testimoniarlo, in ogni caso e ad oltranza, come vuole il saluto rivolto – con le stesse parole di Paolo – all’inizio di ogni messa all’assemblea liturgica da chi la presiede. Dimenticarlo, più o meno (in)coscientemente, equivale a dare una grave controtestimonianza, a bestemmiare il Nome di Dio, a tradire l’Agape, a negare la Trinità.

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