In Cristo Gesù noi stessi siamo il Tempio di Dio

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola della festa della Dedicazione della Basilica Lateranense nella XXXII domenica del tempo ordinario (anno C)

Ez 47,1-2.8-9.12; Sal 45/46; 1Cor 3,9-11.16-17; Gv 2,13-22

Anche in questa domenica – la XXXII del tempo ordinario – la liturgia ci fa celebrare una festa particolare: la “Dedicazione della Basilia Lateranense”, che è la cattedrale della diocesi di Roma. Ovverosia la chiesa in cui si trova la cattedra episcopale del papa.

Questa celebrazione non si deve semplicemente e soltanto al fatto che San Giovanni in Laterano è considerata come «la madre e la principale di tutte le chiese della città e del mondo» – così si legge nell’iscrizione latina che campeggia sulla facciata della basilica –, ma anche e soprattutto al fatto che quella chiesa è dedicata primariamente e fin dalla sua solenne consacrazione da parte di papa Silvestro I, sotto l’imperatore Costantino, al Cristo Salvatore. La qual cosa fa assumere una valenza cristologica alla celebrazione e la assimila alle feste del Signore Gesù.

Per questo motivo la festa del 9 novembre si distingue da quella che ricorre ogni anno il 22 febbraio, allorché celebriamo la “Cattedra di San Pietro”. Nella festa della Dedicazione l’enfasi non cade sul primo degli apostoli, bensì sulla grande comunità ecclesiale chiamata a «presiedere nella carità», come scriveva sant’Ignazio all’inizio del II secolo. Questo martire, che offrì la sua testimonianza di fedeltà al Cristo proprio a Roma, proveniva dalla Chiesa di Antiochia, il cui primo vescovo era stato lo stesso Pietro.

La preminenza «nella carità», rivendicata da Ignazio alla Chiesa di Roma più che all’apostolo, ci segnala un importante criterio ecclesiologico: la realtà ecclesiale – “fondata” sulla predicazione e sul martirio di Pietro e degli altri apostoli – ha una sua diffusa soggettualità pastorale, che include in un orizzonte comunitario il ministero di guida degli stessi apostoli e dei loro successori, rendendoli rappresentanti di ciò che la Chiesa è in quanto tale, nel suo complesso. Il concilio Vaticano I, nel 1870, a tal proposito ha insegnato che Cristo Gesù conferì a Pietro il carisma sicuro dell’infallibilità (riguardo a ciò che i cristiani sono vocati a credere e quindi a vivere), cioè l’identico dono grazioso con cui «aveva adornato» la sua Chiesa nel costituirla, affidandone la guida proprio al Pescatore galileo. Papa Francesco, fino a qualche mese fa, ci ricordava – in questa prospettiva – che la Chiesa intera è “pastora”, nel suo indivisibile stare e camminare “insieme”. E chi, per essa, svolge il servizio della guida, sta dentro di essa, esercitando quel suo servizio assieme ad essa. È il mistero della comunione ecclesiale. La Chiesa, difatti, è un organismo vivente, un “corpo” che tiene unite tante membra, le une necessarie alle altre e viceversa. Il “capo” di questo corpo, la testa e il cuore, è solamente il Cristo. I responsabili dell’organizzazione storica della realtà ecclesiale hanno semmai il compito di mantenere e rinsaldare la coesione tra le varie membra di questo corpo, incaricandosi della necessaria correlazione che deve sussistere tra di loro, come suggerisce la metafora “somatica” rievocata nel quarto capitolo della lettera agli Efesini, dove sono chiamate in causa le «giunture» fra gli arti, ossia la cartilagine che permette la connessione tra le articolazioni ecclesiali e il liquido sinoviale che le protegge dal vicendevole logoramento.

Tutto questo è sotteso alla festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, votata non a caso al Cristo Salvatore, dato che la vita ecclesiale non mira ad altro che a farci sperimentare in pienezza la sua compiuta umanità. La Chiesa, prima che un edificio, è una comunità di persone, che assieme sono il corpo di Cristo, in cui Cristo stesso è il capo, mentre pure è presente in tutte le altre membra: chi, in questo “corpo”, svolge la funzione della “mano”, è la mano “di” Cristo; chi vi svolge la funzione del “piede”, è il piede “di” Cristo. Questa verità misterica rischia di sembrare misteriosa ai nostri occhi. L’odierna festa liturgica è l’occasione per intravvedere ciò che è custodito nel risvolto escatologico della realtà ecclesiale: noi tutti risorgeremo a vita nuova proprio per formare, tutti insieme, il Christus totus, il corpo glorioso del Crocifisso-Risorto, stretto nell’eterno abbraccio di Dio Padre.

È la promessa che dobbiamo sapientemente rintracciare nelle Scritture, tutte incentrate in Cristo Gesù. Anche nella pagina evangelica di oggi, in cui il Tempio di Gerusalemme si conferma quale segno della presenza di Dio tra gli esseri umani. Presenza santa, che non si può e non si deve svilire con miserabili compravendite, che non si può e non si deve soppesare sulla bilancia dei commercianti, che non si può e non si deve avere la presunzione di comprare con alcun tipo di moneta sonante. Vale da sempre e per sempre. Vale, a maggior ragione, nella nostra epoca, in cui il “mercato” è ormai un totem temuto e servito in ogni angolo del mondo.

Il Tempio è sacramento di una presenza sovreccedente di senso, come tale inutilizzabile, non strumentalizzabile. Non sono gli uomini a produrre quella santa presenza, non la «costruiscono» nel tempo e col tempo, per poi gestirla a loro vantaggio e piacimento. È, piuttosto, la stessa divina presenza a concedersi. Essa è la terra santa su cui già Mosè fu invitato a muovere passi felpati, togliendosi i sandali, rinunciando cioè a ogni pretesa di possesso nei confronti di quella terra che appartiene solo a Dio, roveto che brucia senza incenerirsi, Essere che decide di Esserci senza smettere di Essere. Ora, però, Costui è proprio Gesù. È lui che impersona la presenza. È lui il Tempio. È lui il sacramento della Presenza, il «fondamento» del Tempio, come dichiara Paolo nella seconda lettura. È da lui, dal suo costato squarciato sul Golgota, che sgorga il fiume d’acqua viva e vivificante di cui parla il profeta Ezechiele nella prima lettura.

Si innesta qui una questione ermeneutica: i discepoli probabilmente non compresero, al pari di tutti gli altri uditori lì, al Tempio di Gerusalemme, questo insegnamento del Maestro di Nazareth. Ma, alla luce della sua Pasqua, finalmente avrebbero «ricordato» le sue parole, con cui annunciava che il Tempio sarebbe stato «distrutto» dagli uomini ma da lui stesso «ricostruito in tre giorni». Avrebbero, cioè, capito la logica di Gesù, che li spingeva – col suo gesto impetuoso, cacciando i “mercanti” dalla casa del Padre suo – a oltrepassare la “lettera” per coglierne lo “spirito”, vale a dire il senso autentico e profondo.

Lo spirito, tuttavia, è e resta “della” lettera. E “nella” lettera. Cioè nel corpo umano del Cristo, nella sua travagliata vicenda personale. E poi, ancora, nel suo sacramento vivente, che è appunto la Chiesa, la comunità dei suoi discepoli, in ogni tempo e a ogni latitudine, china sotto il peso della sua pesantezza sarchica, la medesima alla quale il Verbo incarnato si è sottomesso, nascendo da donna, sotto la legge (cf. Gal 4,4). Non ci assicura, d’altronde, Paolo, nella seconda lettura, che noi – con Cristo – siamo «Tempio di Dio» e che lo «Spirito di Dio» abita in noi?

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