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Negli ultimi giorni, la Sicilia orientale è stata colpita da un’ondata di maltempo eccezionale legata al Ciclone Harry, con venti oltre i 120 km/h, mareggiate violente con onde alte quasi 10 metri, nubifragi e allerta rossa in molte aree. Le zone più colpite sono state quelle di Catania, Siracusa, Ragusa, Messina e la costa ionica, dove si sono registrati gravi danni (fra lungomari distrutti, pieni di detriti, barche e strade sventrate, muri di abitazioni abbattute, negozi e case allagate), inevitabile chiusura delle scuole e interventi continui della Protezione Civile. I danni quantificati, provvisoriamente, sono oltre mezzo miliardo di euro. Per comprendere meglio la situazione e quali rischi rimangono sul territorio, abbiamo chiesto parere al geologo Fabio Tortorici, esperto di dinamiche geomorfologiche e rischio idrogeologico.
Professore Tortorici, ci consenta di partire dall’origine del fenomeno: cosa crede abbia innescato un evento così intenso proprio sulla Sicilia orientale?
I danni provocati dal ciclone sono l’effetto di più concause. Partirei dalla antropizzazione, dall’azione dell’uomo che ha contribuito ai cambiamenti climatici e del territorio; l’inquinamento atmosferico, la deforestazione, gli incendi, la cementificazione, l’impermeabilizzazione ed il consumo di suolo, hanno sempre un prezzo da pagare in perdita di sicurezza, danni economici e degradazione ambientale. Troppe sono le infrastrutture realizzate nei pressi delle coste e prive di protezioni. Da un punto di vista più strettamente geologico, un ruolo fondamentale è legato alla batimetria profonda dello Ionio e dalle coste alte che hanno permesso alle onde di oltre 10 metri, di arrivare a riva con tutta la loro energia, senza essere rallentate dall’attrito del fondo marino. Inoltre, lo sbarramento morfologico dell’Etna ha fatto sì che, l’aria spinta dai forti venti salendo di quota si è raffreddata bruscamente, condensando il vapore acqueo in forti precipitazioni piovose sul versante ionico. Ma in generale, i cambiamenti climatici in corso stanno comportando un surriscaldamento del Mare Mediterraneo, che sempre più caricherà l’atmosfera di vapore acqueo, traducendosi in violenti temporali. Infatti, un fattore scatenante di Harry è stata l’elevata temperatura superficiale del mare che, nel gennaio 2026, ha registrato valori di 2-3°C superiori alla media storica.
Che ruolo ha avuto la geologia? E quali sono state le aree più vulnerabili agli effetti di Harry?
La geologia ha giocato un ruolo incisivo sulla risposta del territorio agli effetti di Harry. Infatti, in corrispondenza di coste basse e pianeggianti (Fondachello, Mascali, Plaia) le onde (con correnti di riflusso) hanno meccanicamente eroso e danneggiato tutto ciò che l’uomo ha realizzato lungo la linea di costa (strade, ferrovie). Sulla Piana di Catania, la forza del moto ondoso ha impedito ai canali di scolo e alla foce del Simeto di defluire regolarmente sbarrando il drenaggio delle acque superficiali della zona industriale e delle aree limitrofe all’aeroporto di Fontanarossa, dove è risaputo che i terreni impermeabili rendono impossibile l’infiltrazione dell’acqua nel sottosuolo. Dove le coste sono rappresentate da rocce laviche più resistenti (Riviera dei Ciclopi, lungomare di Catania, timpa di Acireale), i fondali subito profondi hanno fatto sì che l’energia delle onde ha impattato direttamente sulle infrastrutture, causando crolli e l’invasione di materiale detritico anche di grosse dimensioni su strade ed abitazioni costiere. Anche l’entroterra (Provincia di Enna), dal punto di vista del dissesto idrogeologico ha pagato la mancanza di una programmazione di interventi per fronteggiare i cambiamenti climatici a cui si andrà sempre più incontro, mettendo in risalto la presenza di infrastrutture inadeguate e la criticità della rete stradale.
Il ciclone ha, quindi, evidenziato problemi strutturali e fragilità già note del territorio…
Sì. Il ciclone Harry ha, fortemente, confermato sia fragilità infrastrutturali, che del territorio, ma nulla di nuovo rispetto al grido di allarme più volte lanciato e documentato dai geologi. Non sono più necessari disastri naturali per mettere a nudo gli errori commessi dall’uomo sull’ambiente, le inadeguatezze delle difese del territorio sono già abbondantemente a nudo. È la memoria dell’uomo che va meglio calibrata, ponderata e messa a servizio degli effetti del cambiamento climatico in corso. Giusto per fare un solo esempio di indolenza riguardo la generalizzata fragilità del nostro territorio, si può citare l’inerzia nella realizzazione del “Canale di gronda” a Catania; se ne parla dagli anni 60, ma ancora l’opera è incompleta in alcuni snodi critici.
Quale l’auspicio di voi geologi e tecnici?
L’auspicio è che le criticità emerse e la conta dei danni, nei prossimi giorni facciano riflettere su lungomari indifesi, reti idrauliche e canali di scolo obsoleti, progettati decenni fa per un livello marino più basso e tempeste meno frequenti. Ma la salvaguardia delle coste con interventi normativi, tecnici e gestionali, è solo un tassello delle infinite criticità della nostra regione e del bel paese. Infatti, secondo i dati ISPRA, circa il 91% dei comuni italiani presenta aree a rischio idrogeologico e la Sicilia non fa eccezione con oltre 320.000 residenti nell’isola che vivono in zone ad alta o media pericolosità. Ormai, è indifferibile riadeguare le infrastrutture a salvaguardia del territorio, ai nuovi standard climatici di tropicalizzazione del Mediterraneo.
Oltre alle zone costiere, sappiamo di danni anche nell’area etnea, con venti molto forti (fino a 150 km/h), rischio di gelicidio e caduta di rami, che hanno sconsigliato qualsiasi salita, escursione, sci o trekking. Possiamo rasserenare, per quanto possibile, i cittadini e i turisti: la situazione migliorerà?
La situazione meteorologica è in graduale miglioramento, il picco dell’emergenza è passato, ma la prudenza deve rimanere alta. Al pari delle condizioni e situazioni strutturali, un elemento da tenere in debita considerazione, è l’educazione dei cittadini alla cultura del rischio, con lo scopo di renderli da testimoni passivi a soggetti attivi e consapevoli nella gestione della propria sicurezza. È fondamentale rispettare gli “allarmi meteo”, non ignorare i divieti ufficiali ed ascoltare solo fonti verificate per evitare il “procurato allarme” o fake news, monitorando gli aggiornamenti della Protezione Civile Regionale, dei Comuni e dell’INGV (per l’attività vulcanica) non dimenticando che l’Etna è un vulcano attivo e che le sue condizioni possono cambiare rapidamente. I comportamenti imprudenti e di sfida alla natura, spesso dettati da una sottovalutazione del rischio possono trasformarsi rapidamente in tragedie. I selfie o lo scatto per i social, non si facciano durante una mareggiata o sull’argine di un fiume in piena, la prevenzione più efficace è quella culturale.
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