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C’è uno stile ecclesiale per la successione dei vescovi?

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di Giuseppe Savagnone

 

Via via che si approssima la scadenza del secondo anniversario delle dimissioni dell’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, e, di conseguenza, diventa presumibilmente più vicina anche la nomina del suo successore, si fa sempre più assordante la ridda di voci che pretendono di anticipare il nome del futuro pastore della Chiesa palermitana. Qualcuno, con una espressione dissacrante, ha parlato di un vero e proprio “toto-vescovo”.

Non manca la speranza che sempre accompagna i cambiamenti e che fa ipotizzare una svolta pastorale improponibile, per ovvi motivi, nella fase attuale di fine-episcopato.  Non mancano, naturalmente, neppure i pessimisti.  Un vescovo emerito, qualche tempo fa, a questo proposito,  mi raccontava la storiella di un pastore che, giunto alla pensione, si congedava dai suoi fedeli. Vedendoli piangere a dirotto, cercava di consolarli: «Non piangete! State tranquilli, sicuramente il mio successore sarà migliore di me». Ma quelli continuavano a disperarsi. «Smettetela di piangere! Vi ho detto che chi verrà farà meglio». E quelli, singhiozzando: «Anche il vescovo prima di lei, andandosene, ci aveva detto la stessa cosa!».

Ma non è del futuro che qui mi preme parlare, bensì del presente. Del clima che in queste settimane si respira nella mia diocesi. La logica del toto-vescovo non mi piace. Mi sembra sia adeguata ad altri ambiti della vita pubblica – non a caso si parla di “toto-ministri” o di “toto-calciatori”, quando è in gioco la successione al titolare di un dicastero o l’acquisto di un campione di football  – , ma risulti banalizzante se si tratta del successore degli apostoli a cui sarà affidata una comunità cristiana.

Mi sembra che questa attesa dovrebbe essere vissuta, piuttosto che nella lotteria dei nomi, nella preghiera. Forse non sempre ci si ricorda che un vescovo è anche l’espressione del suo popolo. Perciò può essere considerato la risposta di Dio alle suppliche ardenti della Chiesa particolare che egli dovrà guidare e che non è chiamata a sceglierlo, ma può, in un certo senso, “meritarselo” con le sue preghiere.

Sarebbe bello che, in un simile clima spirituale, fosse affidato alla comunità cristiana anche il compito di esprimere  le proprie esigenze in ordine al suo futuro pastore. Un tempo i vescovi venivano eletti dal clero e dal popolo, non nella logica della democrazia (che allora non esisteva neppure in politica), bensì nella convinzione che la Chiesa non si identifica con la sua gerarchia, ma include, insieme ad essa, tutto il popolo di Dio. Il Concilio ha rinverdito e riproposto con forza questa prospettiva. Non sarebbe giunto il momento di trarne le logiche conseguenze anche per quanto riguarda la successione dei vescovi in una diocesi?

Non si tratterebbe certo di tornare a una elezione dal basso, che sarebbe inevitabilmente esposta ai pericoli della democrazia politica (clientelismo, populismo, etc.). Ma neppure il meccanismo attuale è accettabile. Il triste toto-vescovo di cui si parlava prima ne è solo una delle conseguenze. La nomina di un pastore non può equivalere a paracadutare a sorpresa, dall’alto, un dignitario su una sede di suo gradimento, come tappa – a volte neppure definitiva – di un cursus honorum. Questo va bene per la burocrazia, va bene per l’esercito, va bene per la politica, ma non è lo stile giusto per la Chiesa di Gesù Cristo.

Per la Chiesa di Gesù Cristo è importante che abbia un ruolo – anche se non decisionale – la comunità, la sposa che il prescelto dovrà amare come uno sposo. La teologia dell’episcopato è ispirata a questa metafora nuziale ed essa non può non comportare una certa reciprocità, conforme allo stile del matrimonio. Non bastano certo, per questo, le lettere riservate che di solito vengono inviate a qualcuno per avere la sua opinione circa questo o quel candidato.  L’esperienza dice che troppo facilmente questo meccanismo può essere manipolato per ottenere giudizi positivi o negativi già in anticipo prevedibili. In ogni caso, siamo all’interno di una logica individualista, che non è quella specificamente ecclesiale.

E allora? Non pretendo di dare ricette. Ma una ipotesi potrebbe essere una consultazione che, qualche tempo prima della successione, coinvolgesse il consiglio pastorale e quello presbiterale di una diocesi in una riflessione comunitaria, volta a far emergere, attraverso i loro rappresentanti, le istanze e i desideri dei fedeli e dei presbiteri. Si potrebbero anche fare dei nomi, ma solo a titolo indicativo e nella consapevolezza della relatività estrema che simili indicazioni possono avere. La scelta deve venire da uno sguardo più ampio, che nella Chiesa cattolica è attribuito al ministero petrino. Ma, in una logica che, senza appiattirsi sul modello eterogeneo della democrazia, sia quella squisitamente ecclesiale della sinodalità, tener conto dell’orientamento di una comunità non può non essere un prezioso contributo anche all’esercizio di quel ministero.

Papa Francesco si è mostrato molto sensibile al tema della reciprocità fra il popolo di Dio e i suoi pastori. La sera della sua elezione, prima di dare la benedizione alla folla dei fedeli, chiese di esserne a sua volta benedetto. Senza per questo rinunziare minimamente alle prerogative della sua autorità, che non è quella di un monarca, ma quella di un servus servorum («Chi è più grande tra voi sia come colui che serve»). Parlavo prima della necessità di pregare, in attesa del nuovo pastore. Forse potremmo farlo anche perché la successione dei vescovi avvenga con uno stile che, tenendo conto di questa reciprocità, sia sempre più adeguato alla natura profonda della Chiesa di Gesù Cristo.

 

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