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Amoris Laetitia: “camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare” (seconda parte)

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di Alfio Briguglia

 

 

 

L’esortazione apostolica Amoris Laetitia sembra attirare l’attenzione dei media solo per la questione dei divorziati risposati che chiedono di accostarsi all’eucarestia. Il documento è molto di più e le considerazioni cruciali del capitolo ottavo: Accompagnare, discernere e integrare le fragilità sono scarsamente comprensibili o, comunque, impoverite senza la lunga riflessione dei capitoli che lo precedono.

 

La vita della coppia è un cammino, è una maturazione graduale, una sempre più piena applicazione della legge evangelica della carità. Ma è un cammino fatto da creature fragili. Forse è proprio “fragilità” la parola che questo Papa ha sempre davanti agli occhi mentre scrive; la fragilità umana, cioè la difficoltà che l’uomo ha di realizzare la sua vocazione, che per Francesco è chiara. La vocazione dell’uomo, il compito affidatogli da Dio è essere felice. Aveva già citato Sir 14,11.14 in Evangelii Gaudium (EG, 4) e qui lo cita di nuovo: «Figlio, trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice » (AL, 149). Lo cita tralasciando i versetti che, nel testo biblico, legano la felicità al comportamento morale. L’invito alla gioia, al gaudium del Vangelo, al canto del laudato si’, alla laetitia dell’amore è senza condizioni. Non c’eravamo abituati! “Gioia e bellezza” dell’amore coniugale (AL, 126-30) ci riportano al clima del Cantico dei cantici.

 

Per questo Papa Francesco non indugia su “attacchi al mondo decadente, che hanno poca capacità propositiva per indicare strade di felicità” (AL, 29). Semmai l’attenzione del Papa si rivolge alle situazioni di solitudine della famiglia abbandonata dalle istituzioni (AL, 32-49). Molti documenti del magistero, ai quali eravamo abituati, si aprivano con l’elenco dei pericoli, delle deviazioni, delle perversioni, dei peccati del mondo secolarizzato; continuavano con una teologia della perfezione dell’umano, si concludevano con un invito ad adeguarsi all’ideale. Il Papa attuale segue un’altra strada; ad esempio mette in guardia i pastori dal gettare “sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa” (AL, 122).

 

Se l’obiettivo da raggiungere è la gioia, questa è però insidiata non solo da comportamenti devianti, dalla predicazione di disvalori, dalla perdita dei riferimenti. Sì, anche tutto questo! Papa Francesco ne è ben consapevole, ma sa anche che la fragilità è caratteristica intrinseca dell’umano, che richiede misericordia. Il suo invito alla felicità è quello di un padre che vede per i figli la meta, ma è consapevole della difficoltà del cammino e non è impaziente, sa che “il tempo è superiore allo spazio” (è ormai il suo mantra, sempre ripetuto!), che non è compito dei padri come dei pastori della Chiesa occupare lo spazio delle coscienze, ma attivare processi, orientare il cammino, curare le ferite. La fragilità non è qualcosa di cui si possa pensare di liberarsi, fa parte della definizione dell’umano.

 

Abbiamo forse avuto paura di dire che la fragilità non è una colpa, non è sempre frutto di comportamenti viziosi, nostri o altrui? Dal convegno di Verona in poi la fragilità è il segno della creatura, è sfida e risorsa. Con la fragilità tutte le famiglie devono fare i conti: malattie, ristrettezze economiche, incomprensioni, immaturità relazionali, dissidi familiari, difficoltà di comunicazione tra coniugi e intergenerazionali sono il quotidiano della famiglia. Quello che, invece, il Papa ci dice è che non bisogna averne paura, che bisogna attraversare l’avventura familiare con la gioia che viene dalla consapevolezza di avere ricevuto un dono e di non essere soli. Non dobbiamo nascondere a noi stessi e agli altri la distanza dalla meta, né sentirci come chi la vede addirittura irraggiungibile. Dobbiamo solo camminare con pazienza, senza negarci la gioia e senza affliggerci nelle angustie.

 

Sembra, invece, che ci siano famiglie che si propongono come modello, che finiscono per metter fuori gioco famiglie ferite e claudicanti. Il Papa invita tutte le famiglie e non sentirsi più forti di quello che si è, a non presentarsi come modelli di comportamento e di modi di sentire, magari sbandierando il numero di figli: “Nessuna famiglia può essere feconda se si concepisce come troppo differente o “separata”.. Invece a volte succede che certe famiglie cristiane, per il linguaggio che usano, per il modo di dire le cose, per lo stile del loro tratto, per la ripetizione continua di due o tre temi, sono viste come lontane, come separate dalla società, persino i loro stessi parenti si sentono disprezzati o giudicati da esse” (AL, 182). Le famiglie cristiane devono mescolarsi con gli altri, vivere il quotidiano non come chi la sa lunga, ma come chi si trova nella stessa barca. Di Gesù ci si stupiva: “non è uno di noi, da dove tanta autorità?” (AL, 182).

 

Gli sposi tutti, credenti e non credenti, devono vivere la doppia consapevolezza del dono ricevuto e della fragilità costitutiva che richiede la virtù della tenerezza, come quella dei genitori che custodiscono il loro neonato come una valore prezioso e fragile. Quello che il Papa scrive a proposito delle distorsioni della sessualità vale per tutti gli ambiti della vita di coppia e familiare: la coppia deve sempre “ricordare che l’equilibrio umano è fragile, che rimane sempre qualcosa che resiste ad essere umanizzato e che in qualsiasi momento può scatenarsi nuovamente, recuperando le sue tendenze più primitive ed egoistiche.” (AL, 157).

 

A questo punto i casi di coppie irregolari non sono casi da bloccare alla “dogana” (altra espressione tipica di questo Papa). Si tratta pur sempre di coppie che portano alcuni valori, che hanno subito, per colpa o senza colpa, ferite profonde. In nessun modo si può rinunciare alla verità del matrimonio cristiano. Ma questo verità non può essere usata come “pietra” da lanciare in faccia a chi si avvicina ferito. “In tal modo, invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinare” il Vangelo, trasformarlo in «pietre morte da scagliare contro gli altri” (AL, 49).

 

 

Dopo quanto detto, e considerando tutto il magistero di papa Francesco, il capitolo ottavo – nel quale si affidano al discernimento dei pastori i casi individuali – non è una annacquamento della verità del vangelo sulla famiglia, quella che la Familiaris Consortio compendiava nell’invito: “famiglia diventa ciò che sei!” (FC, 17). E’, semmai, l’esplicitazione del compito della Chiesa tutta: guardare con misericordia la fragilità umana e mettersi al suo servizio, per “accompagnare, discernere e integrare”. Il Papa ritorce l’accusa di annacquare il vangelo su coloro che non comprendono la logica della misericordia: “Poniamo tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di senso concreto e significato reale, e questo è il modo peggiore di annacquare il Vangelo” (AL, 311).

 

I coniugi cristiani hanno, o dovrebbero avere, qualcosa in più. Dovrebbero avere imparato a invocare, a gridare, a chiedere ansiosamente la grazia del fuoco dello Spirito sul loro amore “per rafforzarlo, orientarlo e trasformarlo in ogni nuova situazione” (AL, 164). Il loro sostegno: la preghiera, la Parola, l’Eucarestia.

 

Un’ultima osservazione. Il Papa cita la meraviglia del card.Bellarmino, il quale considerava un grande mistero la testimonianza di fedeltà al patto coniugale di tante coppie, anche nelle situazioni più avverse (AL, 124). E’ anche la meraviglia e la gratitudine del Pontefice per le coppie che rimangono fedeli nel tempo e in condizioni difficili, che sono capaci di ricominciare sempre da capo. Questi sentimenti lo spingono fino a guardare in modo paritario i due stati di vita: matrimonio e verginità consacrata, ognuno col proprio “dono” (1Cor 7,7) e con il proprio ruolo nella Chiesa. (Per comprendere come è cambiato il punto di vista in 34 anni di magistero sulla famiglia si confrontino i numeri 158-162 di AL e le considerazioni sullo stesso tema di FC al numero 16.)

 

Il vincolo indissolubile è il “donoricevuto dai coniugi come regalo di nozze. Non basta una vita per comprenderne il senso e il valore. Questo è anche il mistero della carità coniugale: “rinascere, reinventarsi e ricominciare sempre di nuovo fino alla morte” (AL, 124).

 

 

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