Don Pino Puglisi, quando la memoria diventa (co-)responsabilità.

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La memoria di don Pino Puglisi non riguarda soltanto il passato. Il prete palermitano, assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993, continua a interrogare il presente attraverso le scelte che hanno segnato la sua vita: l’impegno educativo, la vicinanza ai giovani di Brancaccio e il contrasto alla cultura mafiosa attraverso la costruzione di alternative concrete. La sua testimonianza ci ricorda che combattere la mafia non significa soltanto condannarne la violenza, ma anche affrontare le disuguaglianze, l’abbandono e le vulnerabilità sociali nelle quali il potere criminale può trovare terreno fertile.

Il 21 ottobre, memoria liturgica del beato Puglisi, offre ancora una volta l’occasione per tornare sulla sua eredità e interrogarci su quanto siamo disposti ad accoglierla. Nella liturgia, fare memoria non significa semplicemente richiamare alla mente, e alla mensa eucaristica, un evento passato, ma rendere presente, nel «qui e ora» della celebrazione, ciò che è accaduto nella storia, perché la sua forza generativa continui ad agire nella vita della comunità. Ricordare don Pino significa, dunque, lasciarsi raggiungere dalla sua testimonianza e riconoscere le responsabilità che ci affida, guardando a ciò che è cambiato e a quanto resta da fare. Il contrasto alla mafia chiama in causa le istituzioni, la Chiesa, le organizzazioni della società civile e ciascuno di noi.

A questa eredità è tornato il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, nella lettera-omelia pronunciata il 15 settembre 2026, durante la celebrazione eucaristica nella cattedrale di Palermo, nel giorno dell’uccisione di don Pino. Le sue parole intrecciano la memoria del martire con le ferite ancora aperte delle periferie, accostando Palermo e Napoli: città diverse, ma accomunate dalla bellezza, dalle contraddizioni e dalla necessità di offrire alternative alla solitudine e alla criminalità. Da questa riflessione emerge una domanda che supera i confini geografici e interpella tutti: come lasciare che la memoria celebrata nella liturgia diventi una presenza capace di trasformare il nostro modo di abitare il presente?

La santità di don Pino si è manifestata nella vita ordinaria, nelle relazioni costruite con pazienza e nella capacità di riconoscere in ogni persona una dignità da difendere. Non ha cercato gesti straordinari, ma ha scelto di esser-ci. A Brancaccio, quartiere palermitano segnato dalla presenza della criminalità organizzata, il suo ministero si è tradotto in un’opera concreta di evangelizzazione ed educazione. Dove la criminalità cercava consenso attraverso la paura e il controllo del territorio, don Pino seminava libertà; dove il destino sembrava già scritto, provava ad aprire strade nuove, nella consapevolezza che «se ognuno fa qualcosa si può fare molto» [cfr. Don Pino Puglisi, Se ognuno fa qualcosa si può fare molto. Le parole del prete che fece paura alla mafia, Francesco Deliziosi (a cura di), Rizzoli, Milano 2018].

È anche per questo che la sua testimonianza resta attuale. La mafia può trovare spazio non soltanto attraverso la violenza e le intimidazioni, ma anche là dove mancano opportunità; dove i giovani faticano a sentirsi parte di una comunità e il bisogno di appartenenza viene intercettato da forme di aggregazione che limitano la libertà. Contrastare questa cultura richiede istituzioni presenti, percorsi educativi reali e adulti disposti ad accompagnare. Don Pino aveva compreso che annunciare il Vangelo significa tutto questo: abitare le ferite del mondo, senza sottrarsi alle situazioni difficili e senza rassegnarsi a ciò che sembra inevitabile.

«Ti uccisero, Pino. Ma sbagliarono i calcoli». Nella lettera del cardinale Battaglia risuona la consapevolezza che la violenza può spezzare una vita senza riuscire a cancellarne la fecondità profonda. Il tentativo di eliminare una presenza scomoda non ha impedito alla testimonianza di don Pino di raggiungere altre persone, comunità e generazioni.

«Da quella sera sei diventato pane. Pane per Palermo. Pane per la Chiesa», scrive il cardinale. È un’immagine che richiama il cuore della fede cristiana: una vita donata diventa nutrimento per gli altri e continua a generare bene anche oltre la propria esistenza materiale. Il martirio di don Puglisi non può essere separato da questa scelta di dono. Il 15 settembre 1993, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, fu assassinato dalla mafia davanti alla sua abitazione. A essere colpito fu un uomo e un prete che metteva in discussione un ordine criminale fondato sulla paura, sulla dipendenza e sul controllo del futuro del quartiere e della città.

Accostando Palermo e Napoli, Battaglia richiama le ferite di tante periferie, dove i ragazzi incontrano troppo presto il volto del male e troppo tardi occasioni credibili di speranza. È una ferita che riguarda l’intera comunità. Quando un giovane resta senza prospettive, la povertà educativa restringe le possibilità di scelta e la violenza si presenta come una forma di potere, nessuno può considerarsi estraneo. Scuole, parrocchie, associazioni e istituzioni possono contribuire a costruire percorsi alternativi, purché garantiscano continuità e ascolto. La speranza, infatti, non è un’attesa passiva, ma un impegno che prende (tras)forma attraverso persone e luoghi capaci di renderla concreta.

In questa prospettiva, la memoria liturgica del beato Puglisi assume anche un significato profondamente ecclesiale. Ricordarlo significa domandarsi se le nostre comunità sappiano raggiungere chi resta ai margini, ascoltare chi non ha voce e riconoscere bisogni che spesso non trovano spazio nelle giornate già così “piene”. Significa verificare se la fede celebrata all’altare si traduca, nella vita quotidiana, in vicinanza, servizio e difesa della dignità umana.

Una Chiesa fedele al Vangelo non può limitarsi a consolare le ferite senza interrogarsi sulle condizioni che continuano a provocarle. Occorre andare incontro alle persone là dove vivono, condividendone le fatiche e accogliendone le domande. Don Pino ha incarnato questo stile entrando nel mondo dei ragazzi di Brancaccio e cercando di aprire per loro possibilità nuove.

Tra le immagini che accompagnano il suo ricordo, il sorriso occupa un posto particolare. È il segno di una mitezza che non coincide con la debolezza e di una libertà interiore che non si lascia dominare dalla paura. Nella lettera del cardinale Battaglia diventa la risposta più profonda alla violenza che ha cercato di cancellarlo: «Non il sorriso di chi si arrende, ma quello di chi sa che il male è già sconfitto, anche quando sembra avere in mano l’ultima parola».

Queste parole non negano il dolore né attenuano la gravità del martirio. Richiamano, piuttosto, la convinzione cristiana che la morte non esaurisca il significato di una vita e che sia possibile contrastare l’ingiustizia senza rinunciare alla dignità, rispondendo all’odio senza diventarne prigionieri.

Quel sorriso, tuttavia, non può ridursi a un’immagine rassicurante, da “santino” da ammirare a distanza nelle ricorrenze. Ci ricorda il prezzo pagato da chi ha scelto di stare e ci chiede di mettere in discussione le nostre omissioni, riconoscendo le responsabilità che spesso preferiamo delegare.

«La memoria è vera soltanto quando diventa responsabilità». È uno dei passaggi centrali della lettera del cardinale Battaglia, una frase che restituisce alla commemorazione il suo significato più esigente. Fare memoria è necessario. Impedisce che le vittime vengano dimenticate, che i fatti siano distorti e che il sacrificio di chi ha contrastato la mafia venga ridotto a una pagina lontana. Conoscere le storie, custodire la verità e trasmetterla significa riconoscere il valore di chi ha pagato con la vita le proprie scelte.

È qui che la testimonianza di don Pino può essere messa in dialogo con la concezione del tempo messianico elaborata da Walter Benjamin, in particolare nelle tesi scritte nel 1940 (cfr. W. Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino 2025). Per il filosofo tedesco, la storia non può essere intesa soltanto come una successione lineare di eventi, nella quale ogni presente si lascia alle spalle il passato e procede inevitabilmente verso un futuro migliore. L’idea di un progresso continuo rischia di rendere invisibili le sconfitte, le ingiustizie e le sofferenze, come se fossero il prezzo inevitabile del cammino dell’umanità.

Benjamin contrappone a questa visione un tempo capace di interrompere la continuità apparentemente inarrestabile della storia. Lo chiama «tempo-ora» [Jetztzeit]: un presente carico di possibilità, nel quale il passato riemerge e assume un significato nuovo, diventando una forza capace di orientare l’azione. Non si tratta semplicemente di ricordare ciò che è accaduto, ma di riconoscere le domande ancora aperte, le promesse non mantenute e le possibilità negate che continuano a interpellarci. Il presente non è soltanto un punto lungo una linea temporale: è l’istante nel quale possiamo interrompere ciò che sembra inevitabile e scegliere una direzione diversa.

La dimensione messianica del pensiero benjaminiano risiede proprio in questa possibilità di rottura e di conversione. Non coincide con l’attesa passiva di un evento futuro destinato a risolvere ogni contraddizione, né con la fiducia in un progresso automatico. Indica, piuttosto, la possibilità di redenzione che attraversa il presente e ne mette in discussione l’ordine. Il passato non è definitivamente concluso, perché le vicende delle vittime, degli “sconfitti” e di coloro ai quali è stata negata una possibilità di vita continuano a chiedere giustizia. Ricordare significa sottrarre queste storie all’oblio e riconoscere che il presente porta con sé una responsabilità verso ciò che la storia ha lasciato incompiuto.

Questa prospettiva, pur non coincidendo pienamente con la visione cristiana della storia, può entrare in dialogo con essa. Il pensiero di Benjamin nasce, infatti, da un intreccio originale tra la tradizione teologica ebraica, in particolare il messianismo, e il materialismo storico di matrice marxista. La dimensione messianica introduce una concezione del tempo in cui il passato rimane aperto alla redenzione e il presente custodisce la possibilità di interrompere la continuità della storia; il materialismo storico orienta invece questa possibilità verso una critica dei rapporti di dominio e delle ingiustizie che attraversano la società. La riflessione benjaminiana rielabora così motivi teologici ebraici in una prospettiva storico-politica.

Muovendo da orizzonti differenti, entrambe le prospettive mettono in discussione l’idea che l’ordine esistente sia immutabile e che il male e la morte abbiano necessariamente l’ultima parola. La speranza non è una garanzia di cambiamento né un’attesa che ci esonera dall’agire, ma una possibilità che interpella il presente e chiama alla responsabilità.

Applicata alla testimonianza di don Pino, questa intuizione invita a non relegare il suo martirio a un tempo concluso. La sua storia irrompe nel nostro presente ogni volta che incontriamo un ragazzo privato di opportunità, una comunità abbandonata o un’ingiustizia che rischiamo di considerare normale. Certo, il passato non può essere modificato, ma può trasformare il nostro modo di comprendere il presente e di intervenire su di esso. La memoria diventa così una dynamis, una potenza generativa; non una forza astratta, ma una possibilità che prende forma attraverso scelte incisive, capaci di interrompere la ripetizione del male – e della mafia, compresa e riconosciuta come categoria di peccato – e aprire nuovi orizzonti.

Questa responsabilità riguarda tutti, secondo le possibilità e i compiti di ciascuno: gli insegnanti che accompagnano i ragazzi, le famiglie che educano alla libertà, gli amministratori chiamati a garantire servizi e opportunità, le associazioni che costruiscono legami e le comunità cristiane che scelgono di stare accanto a chi è più fragile. La politica è chiamata a tradurre la responsabilità in scelte pubbliche; la Chiesa a rendere visibile il Vangelo attraverso la presenza e la cura; le organizzazioni della società civile possono promuovere partecipazione e spazi di libertà. Nessuno di questi ambiti può sostituirsi agli altri, ma tutti possono concorrere a rendere la società più giusta e vivibile.

Non è necessario che ogni iniziativa prenda direttamente le mosse dalla figura di don Puglisi. Occorre, piuttosto, lasciarsi interrogare dalla consapevolezza che ha animato la sua azione: il male può generare altro male e l’assenza di risposte può lasciare spazio a chi costruisce il proprio potere sulla vulnerabilità altrui. Questo richiede di ascoltare i territori e cercare soluzioni che non si limitino a fronteggiare le emergenze, ma intervengano sulle cause profonde. Non occorrono sempre gesti straordinari, ma è necessario che quelli ordinari siano compiuti con la consapevolezza della loro importanza. Non basta dichiararsi contro la mafia se poi si accettano comportamenti che alimentano l’indifferenza, il disprezzo delle regole o la convinzione che la dignità possa essere sacrificata per convenienza.

Nella parte conclusiva della sua lettera, il cardinale Battaglia immagina che don Pino, di fronte a quanti sono riuniti per ricordarlo, chiederebbe di non perdere troppo tempo nella commemorazione. Li inviterebbe a guardare ancora una volta i bambini, a non lasciare soli coloro per i quali ha speso la propria vita e a non confondere la pronuncia del suo nome con la fedeltà alla sua testimonianza.

È forse proprio qui che la memoria incontra la sua prova più autentica: nella disponibilità a lasciarsi cambiare da ciò che ricordiamo. Il 21 ottobre non è soltanto una data da custodire nel calendario liturgico, ma un’occasione per verificare se le nostre comunità sappiano essere presenti dove la speranza è più fragile, se la fede sappia tradursi in servizio e se la responsabilità collettiva riesca a diventare una possibilità per chi rischia di restare indietro.

Forse è questo il senso più profondo del sorriso di don Pino: non una rassicurazione che ci permette di guardare al male da lontano, ma una speranza che ci impedisce di dichiararci sconfitti in anticipo. Quel sorriso non cancella la violenza “accettata”, non restituisce la vita che gli è stata tolta e non assolve nessuno. Ci ricorda, piuttosto, che il futuro resta aperto finché qualcuno è disposto a prendersene cura.

Don Pino ha scelto di stare accanto ai ragazzi di Brancaccio quando sarebbe stato più facile voltarsi altrove. La sua testimonianza continua a interrogarci perché non ci consegna un modello da ripetere, ma una possibilità da assumere. Essere fedeli alla sua eredità significa riconoscere, nelle situazioni che incontriamo, dove siamo chiamati a esser-ci.

È così che la memoria diventa viva: quando il passato smette di essere soltanto ciò che è stato e si trasforma in una (co-)responsabilità per ciò che ancora può accadere. È in questo tempo-ora, fragile e incompiuto, che la testimonianza di don Pino continua a parlarci e a domandarci quanto ancora tarda ad arrivare.

Per leggere il testo completo dell’omelia-lettera del card. Domenico Battaglia: https://stampa.chiesadipalermo.it/caro-don-pino-uomo-disarmato-davanti-a-uomini-armati-un-sorriso-davanti-alla-morte-possono-spezzarti-il-corpo-ma-non-possono-piu-fermare-cio-che-hai-messo-in-cammino/.

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