![]()
Riceviamo da Critica d’Arte Contemporanea e pubblichiamo:
Una riflessione pittorica sul 2 novembre che unisce la memoria del territorio siciliano all’apertura verso il mistero, nel solco della lezione civile di Padre Pino Puglisi.
Ci sono giorni che non appartengono soltanto al calendario. Giorni nei quali il tempo cronologico sembra farsi più sottile, lasciando emergere la densità del tempo opportuno, dove ciò che normalmente rimane nascosto sotto il ritmo della vita quotidiana viene a galla. Il 2 novembre è uno di questi. È il giorno del ricordo, ma in Sicilia questa data porta con sé un carico antropologico unico: non è una ricorrenza spettrale, ma una festa di legami che resistono, un momento in cui i morti tornano a educare i vivi. È la giornata della domanda che accompagna l’umanità da sempre: cosa rimane di noi? E cosa accade quando il nostro cammino s’interrompe?
Da queste riflessioni nasce il recente dittico di Francesco Guadagnuolo, composto dalle opere “Il 2 Novembre. Nel vortice del ricordo: ciò che rimane” e “Il 2 Novembre. Oltre il cielo: ciò che nessuno sa” (tecniche miste, acrilico e collage su tela). Due opere autonome ma unite da una comune tensione poetica e filosofica, pienamente inserite nella sua cifra transrealista: una visione capace di attraversare la realtà tangibile della nostra terra per intercettare le correnti invisibili dello spirito e della coscienza.
Come direbbe il teologo Karl Rahner, l’essere umano è costitutivamente un ascoltatore nel silenzio del mistero; il dittico di Guadagnuolo si fa interprete di quest’ascolto, calandolo nel cuore ferito e fecondo dell’isola Sicilia. La prima tela è rivolta verso ciò che il tempo lascia dietro di sé. La seconda verso ciò che il tempo porta con sé. Insieme, costruiscono una meditazione che non dogmatizza, ma invita a sostare davanti alla soglia dell’ineffabile.
Nel vortice del ricordo: ciò che rimane
Nella prima opera, tutto sembra essere trascinato da una grande corrente della memoria. Un vasto vortice attraversa la composizione, coinvolgendo frammenti di città, segni, architetture, tracce della storia. Non è una tempesta distruttiva; è piuttosto il movimento stesso del tempo inteso alla maniera di Henri Bergson: la durata reale, dove il passato non è morto ma si prolunga nel presente.

Le immagini emergono e scompaiono come accade nei flussi di coscienza. Al centro di questo dinamismo compare un grande crisantemo luminoso. Tradizionalmente associato alla commemorazione, il fiore assume qui un significato più ampio: diventa una sorta di “sole della memoria”, una luce discreta che ricorda la «luce gentile» invocata da John Henry Newman nei momenti di oscurità intellettuale.
Nella parte inferiore dell’opera riaffiorano due luoghi profondamente legati alle origini nissene dell’artista: il Castello di Pietrarossa e il Cimitero degli Angeli entrambe di Caltanissetta. Il Castello non è un semplice feticcio storico, ma l’archetipo delle radici, mentre il Cimitero degli Angeli è sottratto alla retorica del lutto e restituito alla dimensione della permanenza affettiva.
In questo microcosmo siciliano si consuma una vera e propria teologia della memoria. Come scriveva il teologo Johann Baptist Metz, fare memoria non significa guardare indietro con nostalgia, ma trovare nel passato una forza sovversiva. È la stessa intuizione che al Brancaccio guidava Padre Pino Puglisi, che i suoi ragazzi chiamavano affettuosamente “3P” (dalle iniziali di Padre Pino Puglisi) per azzerare ogni distanza clericale e formale. Per “3P”, la memoria dei testimoni e dei propri cari non era un culto statico, ma un vortice che doveva generare responsabilità e riscatto nel presente. Se il Parroco Beato insegnava che la morte non ha l’ultima parola quando la vita è stata donata agli altri, l’opera di Guadagnuolo traduce visivamente questa resistenza: fra il Castello della storia e il Cimitero degli affetti scorre il tempo, ma qualcosa rimane sempre. Una traccia, un nome, un impegno custodito da chi continua il cammino.
Oltre il cielo: ciò che nessuno sa
Se la prima opera custodisce il frammento che resta nella terra e nella storia, la seconda, “Oltre il cielo: ciò che nessuno sa”, sceglie programmaticamente di abitare l’inconoscibile. L’intera composizione è dominata da una profonda architettura di blu, azzurri e bianchi luminosi. I colori costruiscono uno spazio non-topografico, che non appartiene né alla terra né al cielo antropomorfico della tradizione pre-moderna. È un ambiente senza coordinate geometriche, in cui la materia perde il proprio peso specifico.
Numerose figure umane emergono da questa immersione cromatica. Non sono corpi anatomici, ma apparizioni, presenze in perenne metamorfosi. I corpi sembrano dissolversi nel colore e riemergere dalla luce, evocando l’intuizione dello scienziato e teologo Pierre Teilhard de Chardin: non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale, ma esseri spirituali che vivono un’esperienza umana, orientati verso un punto di sfolgorante convergenza oltre la materia.

Qui Guadagnuolo compie un’operazione teologicamente coraggiosa e progressista: rifiuta l’immaginario scatologico tradizionale fatto di geografie ultraterrene fisse per abbracciare il puro mistero. Non c’è dramma, né paura, né compiacimento devozionale. C’è il tentativo di dare forma all’apofatismo, a ciò che non possiede immagine.
Questa scelta dialoga idealmente con la linea più avanzata del pensiero filosofico siciliano contemporaneo, attento alla decostruzione dei dogmi rigidi in favore di una spiritualità della frontiera e dell’ascolto. L’artista non rappresenta la vita dopo la morte, ma l’impossibilità di oggettivare Dio, sposando la teologia del mistero di pensatori come John D. Caputo o il recupero del sacro nel pensiero debole. Le figure sono affidate ad una corrente silenziosa verso una destinazione sconosciuta: non assistiamo ad un arrivo dogmatico, ma ad una trasformazione dell’essere. Il cielo evocato non è un luogo, è una domanda aperta.
Un unico racconto per una pastorale della cultura della frontiera
Osservate insieme, le due opere si completano in un cerchio ideale. Nella prima domina il vortice della storia, che trattiene sulla terra gli affetti e ne custodisce la memoria; nella seconda prevale il volo dello spirito, che si apre all’ignoto e si lascia attrarre dal mistero. Una guarda verso ciò che abbiamo amato e che continua ad abitare la nostra esistenza; l’altra verso ciò che ancora ci attende oltre i confini del conosciuto.
Questo dittico supera la dimensione puramente consolatoria del rito funebre e si fa meditazione sulla transitorietà, sulla memoria e sulla possibilità del riscatto. Francesco Guadagnuolo non rappresenta la morte come una conclusione definitiva, ma come una soglia sulla quale la storia personale e collettiva si confronta con la domanda sull’Assoluto.
È proprio in questo spazio di confine che l’arte rivela la sua particolare capacità di interrogare l’esperienza umana e di mettere in dialogo sensibilità, coscienza e ricerca spirituale. Le due opere invitano a sostare davanti a ciò che la morte sottrae, ma anche davanti a ciò che la memoria continua a generare e alla speranza che si apre là dove le parole sembrano non bastare più.
La frontiera, allora, non è soltanto il limite che separa il visibile dall’invisibile, il tempo dall’eternità, la presenza dall’assenza. È anche il luogo in cui queste dimensioni entrano in relazione e l’esperienza del dolore può diventare occasione di ascolto, consapevolezza e ricerca di senso. In quest’orizzonte, l’arte non offre risposte definitive, ma rende nuovamente abitabile la domanda, custodendo la dignità di ogni vita e la traccia che essa lascia nella storia.
Perché la memoria di una comunità, dei suoi quartieri, delle sue strade e delle persone che ne hanno segnato il cammino non appartiene soltanto al passato: continua ad interpellare il presente e ad orientare il futuro. E mentre la storia conserva ciò che il tempo non riesce a cancellare, il mistero rimane aperto, come un orizzonte che nessuna parola può esaurire.
Lascia un commento