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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella III domenica del tempo ordinario (anno A)
Is 8,23-9,3; Sal 26/27; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23
Giovanni il Battista è in carcere. Dovrà ancora rendere la sua testimonianza suprema, col martirio. Ma intanto non è più nella condizione di predicare. Si avvera ciò che egli stesso aveva preconizzato: uno che è da sempre prima e più di lui entra in azione, arriva il Messia e viene a inverare gli antichi presagi. Difatti, Matteo racconta gli inizi della missione messianica di Gesù, rimarcandone la continuità con le profezie di Isaia: per l’evangelista il Rabbi galileo impersona la luce che illumina il popolo, liberandolo dalle tenebre della dimenticanza di Dio e della lontananza dal Signore.
L’illuminazione, che il Messia mette in atto, consiste nella sua predicazione: egli invita tutti alla conversione, motivandola con l’avvento del regno dei cieli. Dio si avvicina, si rivela ancora, mette gli esseri umani in grado di conoscerlo, proprio nella persona e nella vicenda del suo inviato. Per questo è giunto il momento propizio per riconoscerlo, per conoscerlo di nuovo e davvero, per come e per chi egli è, superando preconcetti e pregiudizi sulla sua trascendenza, gettandosi alle spalle superstizioni e mistificazioni a suo riguardo. La conversione, la metánoia di cui parla Matteo riferendo la predicazione del Cristo, è appunto il nuovo modo di comprendere Dio in virtù della sua prossimità, dato che nel Messia egli stesso scavalca lo steccato della sua trascendenza.
Si tratta di rileggere e di riascoltare le Scritture con le labbra pure e con l’udito finissimo di Gesù, per capire finalmente che Dio è Padre, non padrone. È il Signore che trasfigura la storia in evento salvifico, non un faraone o un despota di questo mondo. Viene a prospettare la pace, non a far scoppiare le guerre. Per questo il Messia passa il suo tempo a insegnare nelle sinagoghe e non a reclutare forze armate. La sua signoria è proclamata tramite un lieto annuncio, sereno e serenante, non minacciando rappresaglie, invasioni, sanzioni, dazi.
Si tratta, soprattutto, di avvertire il bisogno di essere accolti e curati – tutti, nessuno escluso – dal Signore. Tramite il suo Messia, Dio viene a prendersi cura – questo significa la voce verbale greca therapeúein, nell’originale greco della pagina evangelica, che noi traduciamo sbrigativamente guarire – di «ogni sorta di malattie e di infermità»: non semplicemente degli acciacchi fisici, o di altre più gravi ferite del corpo, ma specialmente di ogni disagio morale e spirituale, dallo scoramento alla disperazione, dall’afflizione al tormento, dalla stoltezza al vizio, dalla codardia all’ignavia (i termini greci usati da Matteo, nósos e malakía, hanno tutti questi significati).
L’appello del Maestro alla conversione si traduce anche in vocazione. Gesù chiama i suoi primi discepoli a seguirlo. E la sua chiamata produce in loro la conversione. È quanto accade a Pietro e a suo fratello Andrea. E ai figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni. La loro vocazione coincide con la loro conversione. Come succederà poi anche a Levi, l’esattore delle tasse. E ancora, dopo la Pasqua, a Saulo lungo la strada di Damasco.
I primi apostoli sono quattro giovani che abitano nei pressi di Cafarnao. Vivono di pesca. Gli uni gettano le reti nelle acque del lago: sono pescatori. Gli altri a riva riparano le reti più usurate: forse sono i loro garzoni, o piuttosto i loro soci, o gli uni sono i datori di lavoro degli altri.
Non importa, tuttavia, appurare chi siano gli operai e chi gli armatori di una flottiglia di pescherecci comunque striminzita. Ciò che importa è che quei quattro sono parimenti illuminati allorché lo sguardo di Gesù si posa su di loro. La grazia che tutti loro sperimentano è quella di esser visti dal Maestro. Così come capiterà ad altri convertiti: si pensi al pubblicano Zaccheo, nella città di Gerico, piccolo di statura, incapace di scorgere Gesù in mezzo alla folla, ma avvistato da lui mentre s’arrampicava affannosamente sul sicomoro. La conversione si compie per iniziativa del Signore, che viene a cercarci e a trovarci: «Li vide e li chiamò». Per sperimentare la conversione occorre lasciarsi guardare dal Signore, lasciarsi travolgere dalla sua compassione, lasciarsi provocare dal suo appello.
Il resto è conseguenza della sua attenzione nei nostri confronti. La conversione, sulla scia della vocazione, impegna a cambiare vita, come nel caso di quei quattro giovani, che lasciano il lavoro e la famiglia per seguirlo. Subito, euthéōs, annota l’evangelista: senza indugio, su due piedi. Urgentemente. O avventatamente, avrà probabilmente pensato Zebedeo, di colpo rimasto solo in mezzo a due vecchie barche. La vocazione interrompe la routine di quei quattro giovani. Innesca un inedito dinamismo nella loro giornata e li risucchia in una dimensione inopinata, quella della relazione con Gesù. Il quale li attira a sé nell’intreccio silenzioso ma eloquente dei loro sguardi, nella loro interlocuzione vissuta più che parlata.
Di certo quei quattro non sanno ancora cosa potrà significare essere «pescatori di uomini». Ma intuiscono che per loro diventarlo dipenderà dall’intervento di chi li sta chiamando, dal suo sovrano poieîn, dal suo fare ricreatore e rigeneratore: è lui che glielo promette, è lui che lo farà. Sì, per parte loro potranno far leva su qualche buona qualità già espressa nella loro vita di prima, ma reindirizzando nella prospettiva tracciata da Gesù la loro passione, la loro generosità, la loro pazienza, la loro tenacia, la loro speranza, più che le loro competenze di operatori ittici. La vocazione trasforma la loro vita. E li aiuta a valorizzare delle attitudini che non avevano prima sviluppato: la prontezza nel reagire, l’azzardo nel fare un nuovo investimento, la disponibilità a fidarsi. È il paradigma della vocazione, che esige la conversione: fu vero per Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, dev’essere vero anche per noi.
Giovanni in carcere dice ai suoi discepoli di chiedere a Gesù’ “ sei tu o dobbiamo aspettarne un altro..”
più che un dubbio suo mi pare che egli voglia che i suoi discepoli ascoltino direttamente dalla Sua voce quanto Gesù risponderà. E ascoltata la risposta che riferiranno a Giovanni rispondano non più alla Vocazione di Giovanni ma quella di Gesù.
Non più dunque un battesimo di penitenza ma un battesimo per la Resurrezione da figli di Dio.
Grazie don Massimo.
E la chiamata dei 12 ( Vocazione ) che Gesù sceglie e’ per restare con Lui e poi andare, restare e andare…