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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXVII domenica del tempo ordinario (anno C)
Ab 1,2-3 e 2,2-4; Sal 94/95; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10
I brani biblici proclamati durante la liturgia eucaristica culminano con un’affermazione: «Parola di Dio» (o «Parola del Signore», nel caso della pagina evangelica). La risposta che l’assemblea orante dà a quel punto («Rendiamo grazie a Dio», «Lode a te, o Cristo») manifesta il fatto che la Parola – nella liturgia – non rievoca semplicemente accadimenti remoti, peraltro talvolta narrati con un linguaggio di tipo mitologico o simbolico.
La Parola è, invece, una reale interlocuzione che Dio intrattiene con noi, riguardo alle nostre vite e non in riferimento a vicende del passato.
La lettura e l’ascolto della sacra Scrittura non costituiscono, insomma, il ripasso di una lezione antica, o la ricostruzione più o meno attendibile di una storia accaduta molto tempo fa. Il messaggio biblico comunica la storia della salvezza narrandola piuttosto come un evento in permanente svolgimento, che ci tocca da vicino e ci coinvolge qui e ora. La liturgia della Parola, cioè, non si limita a riferire la speranza o il travaglio di donne e uomini vissuti alcuni millenni fa, o ciò che Dio promise e compì in loro favore. Annuncia altresì ciò che egli – sollecitato da quanto oggi succede – torna a promettere, impegnandosi a compierlo di nuovo. È in tal senso che il versetto alleluiatico, introducendo il vangelo odierno, ci dice che «la Parola del Signore rimane in eterno» (1Pt 1,25).
Se ciò è vero sempre, i brani di questa domenica dimostrano una particolare urgenza: irrompono nella nostra attualità e ci inducono a pensare che la Parola del Signore si stia rivolgendo direttamente a noi, interpellandoci dentro la congiuntura storica che attraversiamo e dando voce alle sensazioni che proviamo, ai sentimenti che si agitano nella nostra coscienza, alle preoccupazioni che ci assillano. Cosicché nelle suppliche, che il credente biblico gridava a Dio, riecheggia il nostro scandalo per il male che va perpetrandosi in molte parti del mondo sotto i nostri occhi. E riverbera il nostro scoraggiamento dinanzi a fatti talmente gravi da rendere insopportabile il peso della nostra impotenza nel subirli. E, ancora, rimbomba la medesima nostra richiesta di giustizia e di riscatto. Nondimeno, al limite, risuona la nostra stessa protesta nei confronti di quella che ci sembra l’assenza di Dio, o la sua lontananza dalle vittime innocenti che cadono quotidianamente sotto la violenza dei potenti e dei prepotenti: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!”, e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese».
È lo scenario drammatico – descritto dal profeta Abacuc, nella prima lettura – che si delinea anche ai nostri giorni, specialmente nei luoghi in cui imperversano guerre ingiuste e ingiustificabili. Ma è pure ciò che sperimentiamo in piccolo, negli ambienti in cui viviamo e nella marcatura stretta delle nostre relazioni personali, spesso ferite dall’incomprensione e dal risentimento. E tutto questo ci addolora profondamente, perché ci pare che Dio resti a guardare sul balcone della storia. Difatti quelle del profeta sono espressioni che non fanno pensare alle sofferenze inflitte, circa sette secoli prima di Cristo, dai Caldei ai deportati in Babilonia. Fanno semmai pensare subito ai disastri e ai massacri di questo nostro tempo.
Ma se un’evidente attualità hanno le lamentazioni del profeta, si può dire ugualmente della risposta che Dio gli dà? «Annota questa visione, incidila bene sulle tavolette. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mente. Se indugia, attendila, poiché certo verrà e non tarderà: ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede»: sorge il dubbio che a parlare non sia il Signore, ma un qualsiasi politico da strapazzo, millantatore e doppiogiochista. Dobbiamo, quindi, presumere che la Parola di Dio ci inganna?
La verità è che l’attualità di questa Parola emerge non solamente nel nostro scandalo, nelle nostre rivendicazioni, nelle nostre invocazioni, ma anche e soprattutto nell’invito del Signore a fidarci di lui, a confidare nel suo soccorso, ad affidarci alla sua protezione. Attuale è lo scoramento umano. Non lo è di meno l’appello divino ad aver fede.
Tuttavia potremmo temere che la fede sia una tisana oppiacea, che ci intontisce, facendoci sperare invano in un intervento provvidenziale. Invece la Parola ci dice che la fede è l’aiuto che noi stessi dobbiamo darci, la scossa che ci deve svegliare, la spinta che ci deve stimolare all’azione, l’intimo input che deve richiamarci alla nostra personale e comunitaria responsabilità. Come Gesù spiega, nella pagina evangelica, ai suoi amici: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a quest’albero: “Sdradicati e vai a piantarti nel mare” ed esso vi obbedirebbe».
La fede, nei nostri cuori, è un’arma potente, ancorché “impropria”. Una leva formidabile che capovolge il mondo, sovverte la storia, cura l’impotenza. Essa riproduce la «visione» rivoluzionaria consegnata da Dio ad Abacuc: l’ingiusto non la spunterà, il giusto infine avrà la meglio. Anche i cristiani, in effetti, possono offrire un valido contributo al riscatto della storia, elaborando una loro credente visione della realtà. Si tratta di fare un esercizio cristico (e appunto per questo critico): in tanto ci può essere una visione cristiana del mondo in quanto essa si compie a partire dal punto di vista di Gesù. Vale a dire non mantenendo le distanze da ciò che accade nella storia, ma dal di dentro di essa, lì dove s’inoltra lo sguardo compassionevole del Cristo: «Li vide e ne ebbe compassione», si legge tante volte nei vangeli. Il compatire, il condividere gli altrui disagi e patimenti, non si riduce a una mera postura emozionale, ma spinge a una presa di posizione sociale.
Il di dentro del mondo è anche il rovescio della storia: vedere il mondo come lo ha visto Gesù significa vederlo all’incontrario, capovolto in un’inversione dei rapporti analoga, potremmo dire, a quella cantata da Maria di Nazaret nel Magnificat (Lc 1,39-55). Quest’inno ci aiuta a capire che la “visione credente” è un atto performativo oltre che ermeneutico. Certamente, guardando il mondo con gli occhi del Cristo e dal suo punto di vista, lo si interpreta in una ben precisa maniera (evangelicamente). Ma l’interpretazione deve evolversi in trasformazione, poiché il mondo ha da essere pure trasformato e cambiato, oltre che scrutato e compreso. È il servizio umile che i discepoli del Cristo sono chiamati a dare al mondo, nella storia. Servizio «inutile» lo definisce paradossalmente Gesù: senza tornacontistico ritorno, potremmo intendere. Semmai con disponibilità donativa e persino martiriale. Come il sale, che dà sapore alla pasta, ma sciogliendosi in essa. E come il lievito, che le dà spessore, ma dissolvendosi per essa.
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