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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XVII domenica del tempo ordinario (anno A)
1Re 3,5.7-12; Sal 118/119; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52
A quante cose – diverse le une dalle altre – assomiglia il Regno dei cieli? A tante, se si passano in rassegna le parabole raccolte nel capitolo 13 del vangelo secondo Matteo. È simile alla semina operata da un contadino distratto, che sparge la semenza con larghezza, senza badare troppo al tipo di terreno in cui essa va a finire, in alcuni casi fruttificando abbondantemente ma in altri casi andando perduta. Ed è simile a un vasto campo seminato a grano, in cui però alligna anche molta gramigna. Assomiglia inoltre a un piccolo seme di senape, che sorprendentemente diventa un albero rigoglioso. E a un pizzico di lievito, che scompare in un grande impasto di farina, per trasformarlo in buon pane. Nella pagina evangelica di oggi assomiglia ancora ad altro. A uno straordinario tesoro. A una perla preziosa. A una rete che in mare aperto raccoglie ogni genere di pesci, commestibili e non, la cui cernita avverrà a riva, con calma, con attenzione, per salvare e valorizzare tutto il salvabile e il valorizzabile.
Proprio questa cernita rievoca il tema del discernimento, che accomuna un po’ tutte le parabole del Regno. L’uomo che trova il tesoro nascosto in un campo e vende tutto ciò che possiede per comprare regolarmente quel terreno e così entrare lecitamente in possesso del tesoro, compie un discernimento. Decide cosa abbia maggior valore nella sua vita: quello che ha già, oppure quello che egli potrà diventare e fare acquisendo il tesoro? Il mercante che scova la perla preziosa in mezzo alla bijouterie esposta su un banco del bazar e, a sua volta, vende tutto pur di comprare quella perla dal valore inestimabile, compie un analogo discernimento. Non si tratta semplicemente di spiccato tornacontismo, di fiuto per gli affari o d’inclinazione all’azzardo, di riflessi pronti, di capacità nel calcolare i pro e i contro o nell’intraprendere azioni concrete ed efficaci. C’entra anche la passione personale, l’intima «gioia» da cui si lasciano muovere i personaggi di queste parabole. E c’entra la radicalità delle scelte che essi di conseguenza fanno. C’entra, insomma, l’indole umana, nella sua complessa interezza. Il discernimento è la risposta umana all’avvento – non evidente – del Regno. Il Regno che viene, infatti, interpella gli esseri umani ed esige che essi gli corrispondano, riconoscendolo e accogliendolo. E condividendone la logica, mai ovvia, mai scontata, mai prevedibile, spesso paradossale.
In tale prospettiva, nella prima lettura dell’odierna liturgia della Parola, il dialogo tra Dio e Salomone ribadisce l’importanza del discernimento: il re d’Israele chiede al Signore di saper distinguere il bene dal male per poter governare sapientemente e amministrare la giustizia in favore del suo popolo. In questo caso il discernimento è una vera e propria grazia, che Salomone spera gli venga concessa da Dio. Tuttavia non è esclusivamente una virtù religiosa, o un carisma spirituale. È presentato, fra le righe, pure come una qualità laica, come un’attitudine politica, come un dono utile al bene comune.
È il motivo per cui il discernimento risulta congeniale al sopraggiungere del Regno dei cieli. Il quale è appunto un evento comunitario, destinato a tutti, senza esclusione, a condizione che venga riconosciuto e accolto. Il Regno si lascia trovare da chiunque. E si lascia conquistare da chiunque abbia la prontezza d’animo di lasciarsene totalmente conquistare, investendo l’intera sua vita in relazione a esso. Il Regno si propone a tutti, ai cattivi non meno che ai buoni, salvo infine rivelare come buoni quelli che erano stati reputati cattivi e smascherare i cattivi che avevano presunto d’essere buoni.
L’evento comunitario, rappresentato dall’avvento del Regno, è nondimeno un fatto personale. Sia perché il Regno è impersonato da Gesù, sia perché tutti e ciascuno sono chiamati a confrontarsi personalmente con lui. Gesù è il Cristo, l’unto del Signore, inviato a liberare il mondo dalle sue debolezze, dai suoi errori, dai suoi limiti. Il discernimento serve a riconoscerlo e ad accoglierlo. Induce a decidersi per lui, a rivedere la propria esistenza in vista di lui, a reimpostare le proprie priorità in riferimento a lui. Giacché è Gesù il Regno di Dio venuto nel mondo, nascosto in esso come un tesoro interrato nel campo, o come una perla confusa tra numerose anticaglie che, al suo confronto, si svelano un inutile peso di cui liberarsi.
Occorre occhio clinico per riconoscere la perla. È necessario un certo acume per intercettare il tesoro, il “senso illativo” tipico del detective o dell’archeologo, come scriveva John Henry Newman. E poi c’è bisogno di molto coraggio per puntare tutto su quel tesoro e su quella perla. Non il coraggio dei ladri, che si appropriano abusivamente di ciò che non appartiene loro. Nemmeno la spregiudicatezza dei trader finanziari, che speculano con i risparmi altrui. Piuttosto il coraggio apparentemente incosciente dello speleologo, che scandaglia gli anfratti più reconditi o le cavità abissali: non al centro della terra o nel fondo degli oceani, ma dentro la storia comune degli uomini e nel cuore delle persone, per trovarvi la presenza del Signore: «poiché infatti il Regno di Dio è in mezzo a voi, anzi nell’intimo vostro» (Lc 17,21: idoù gàr hē basileía toû Theoû entòs hymôn estin). È il coraggio speranzoso – francescano, se pensiamo al santo d’Assisi – di chi sceglie di cambiare vita, di chi si spoglia di sé per ritrovarsi assieme al Cristo, per lui, con lui e in lui.
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