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Prendersela con Dio

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di Giuseppe Savagnone

 

In un libro uscito in questi giorni, uno dei più famosi medici italiani, Umberto Veronesi, parla, tra l’altro, della propria concezione religiosa, oscillante fra un deciso ateismo – «Per me il cancro è la prova che non esiste Dio» – e un dolente agnosticismo – «Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno per giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate che possono lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio o il sussurro del non so».

Oggi sia la prima che la seconda posizione sono sempre più diffuse e non costituiscono una sorpresa. In ogni caso, può essere utile, per chiarezza, distinguerle. L’ateo ha una certezza, ritiene di avere le prove che Dio non esiste; l’agnostico no: non può credere, e neppure escludere questa esistenza.

Ma, in entrambi i casi, la ragione più frequente che porta all’abbandono della fede è la stessa: la sconvolgente, inevitabile, inaccettabile esperienza del male in tutte le sue forme.

Un’esperienza che, a dire il vero, fa anche il credente. Il quale, di fronte ad essa, può assumere atteggiamenti diversi. Alcuni appartengono a un passato che stenta a tramontare del tutto. Ho incontrato poco tempo fa una signora che, piangendo, mi ha raccontato che un sacerdote le aveva detto che suo figlio era morto a causa dei peccati commessi da lei. Qui siamo davanti a una vera e propria distorsione della stessa lettera del Vangelo, dove esplicitamente, in più di un’occasione, Gesù esclude che i mali che ci colpiscono siano frutto di nostre personali responsabilità.

Ma fuorviante è anche un certo approccio razionalistico, prima molto diffuso, che pretendeva di poter spiegare esaurientemente il male con argomenti tratti dalla filosofia e di dar così una risposta all’esperienza del dolore. Così come appare poco corretto l’atteggiamento di chi, partendo questa volta dalla Rivelazione, riconduceva immediatamente questa esperienza alla volontà di Dio, puntando sul riferimento alla croce di Cristo per valorizzare la sofferenza, col rischio di cadere in una specie di pio “dolorismo”.

Il male è un mistero terribile davanti al quale la sola cosa giusta che si possa fare è tacere. Cristo non ha fatto commenti edificanti sulla propria passione e la propria morte in croce. Le ha vissute gridando a Dio la propria angoscia. E chi vuole seguirlo deve passare attraverso lo stesso umanissimo smarrimento, che non esclude l’abbandono nelle mani del Padre, ma nel buio di una notte che la  fede non pretende di illuminare come un sole splendente (sul modello dell’Illuminismo), ma di rischiarare appena, come   fece la stella che guidò il cammino dei magi.

Molti rifiutano il cristianesimo perché lo scambiano per uno schedario di risposte scritte, come dice Veronesi, «in qualche libro sacro del mondo». Riconosco che ci sono stati e in parte ci sono ancora dei credenti che hanno   dato adito a questo equivoco.  Ma la fede non è una rassicurante raccolta di spiegazioni chiare e distinte. Tutta la tradizione cristiana è concorde nel sottolinearne l’oscurità. Eppure,  questo non mi sembra un buon motivo per rifiutarla. Che essa non pretenda di dare spiegazioni esaurienti su tutto è un segno, anzi, della sua umile  verità.

Qualcuno replicherà che preferisce allora attenersi alla ragione.  Ma siamo sicuri che le certezze dell’ateo o i dubbi dell’agnostico siano più capci di dare spiegazioni razionali? Negando l’esistenza di Dio si chiarisce forse il senso del male? O non ci si arrende, piuttosto, al non senso? Ma davvero possiamo accontentarci, come fa chi oggi (sta tornando di moda) assolutizza dogmaticamente le conclusioni della scienza,  di considerare la vita umana il frutto di un gioco di meccanismi innescati casualmente e privi di ogni finalismo? E, se così fosse, perché allora scandalizzarci quando questi meccanismi comportano la morte di un bambino innocente? Anche quella – se non ci fosse un finalismo, un criterio generale di positività, di bontà del mondo, che ce la fa considerare “sbagliata” – diventerebbe un fenomeno naturale al pari degli altri, di cui prendere atto senza troppo recriminare perché la realtà non si adegua alle nostre aspettative. Il male esiste solo agli occhi di chi crede che esista il bene e, in ultima istanza, il Bene.

E in fondo, anche il grido di Veronesi contro Dio suppone che ci sia un Dio con cui prendersela. 

 

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