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Porte aperte e porte chiuse

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di Giuseppe Savagnone

 

   La vittoria, in Francia, del partito xenofobo di Marine Le Pen e la marcia trionfale, in America, del candidato repubblicano Donald Trump, che qualche giorno fa  ha proposto di vietare l’ingresso  negli Stati Uniti ai musulmani, sono soltanto l’ultima tappa di un processo che, a partire dalla fine del secolo scorso, ha determinato il delinearsi di nuovi scenari politici a livello mondiale.

   Il Novecento aveva visto il tramonto dei nazionalismi ottocenteschi e della loro endemica conflittualità, che era stata inglobata, e in una certa misura sostituita, dallo scontro tra le grandi ideologie nazi-fascista e liberal-democratica, culminato nella seconda guerra mondiale.

   Dopo la guerra il conflitto ideologico era proseguito in una nuova versione, che aveva visto opporsi, questa volta, il sistema capitalista, con la sua  tradizione liberista sia in economia che in politica, e quello comunista, fondato sulla negazione del libero mercato e sul primato della collettività rispetto all’individuo. Il crollo del muro di Berlino, nel 1989, aveva sancito la vittoria del primo sul secondo e, sulla scia della globalizzazione, l’affermarsi del sistema economico e finanziario dell’Occidente liberal-democratico a livello planetario.

  Poi, nel pulviscolo frammentario di conflitti locali che, a partire dall’ultimo decennio del Novecento,  aveva preso il posto dei grandi bi-polarismi, era sembrato che il futuro dovesse ormai escludere contrapposizioni frontali, scelte radicali di campo, duelli decisivi per le sorti del mondo, come erano stati quelli precedenti.

  La svolta, nell’immaginario collettivo, è stata determinata, all’inizio del nuovo millennio, dal tragico attentato alle torri gemelle. In quella occasione è stata ricordata, e interpretata come una profezia, la teoria, fino a quel momento semisconosciuta, del politologo Samuel Huntington, che aveva delineato come inevitabile, a livello planetario, uno scontro altrettanto radicale di quelli del passato. Esso però, secondo  lo studioso americano, non era destinato a svolgersi sul  terreno delle ideologie politiche, e neppure  dei diversi modelli economici, ma avrebbe avuto come protagoniste le religioni. Sarebbe stato, egli prediceva, uno «scontro di civiltà», che avrebbe visto di fronte quella islamica e quella cristiana.

  L’11 settembre è sembrata la prova che questa visione era fondata e, da allora, essa ha costituito una chiave di lettura delle vicende che hanno visto dilagare il terrorismo islamico e il suo concretizzarsi in  realtà ben determinate, come Boko Haram in Nigeria e  l’Isis nel Vicino Oriente. E a questa prospettiva si sono ispirate – più o meno legittimamente – molte scelte politiche dei paesi occidentali, che l’hanno tirata in ballo anche quando in realtà non c’entrava affatto, come nel caso della guerra contro l’Iraq, giustificata come rappresaglia  dopo l’attentato alle torri gemelle.

  La storia ha dimostrato che appioppare la maschera sbagliata a un personaggio, per demonizzarlo e poterlo colpire – come fu nel caso di Saddam Hussein, sicuramente dittatore sanguinario, ma lontano mille miglia dal fondamentalismo islamico, tanto da avere come ministro degli esteri Tarek Aziz, un cristiano! – , non porta fortuna a nessuno. Anzi, come in questo caso, produce il male che si era dichiarato di voler combattere. Perché sulle ceneri del regime di Saddam e a partire proprio dall’Iraq  si sono sviluppate quelle derive fondamentaliste anti-cristiane e anti-occidentali di cui l’Isis è l’espressione finale.

  In realtà, la strategia della “maschera”, finalizzata a individuare a tutti i costi il nemico, eccitando contro l’obiettivo sbagliato l’odio distruttivo della propria parte, era già stato inventata proprio dai fondamentalisti islamici, nella loro indiscriminata demonizzazione dell’Occidente e di Israele, considerati senza distinzioni e senza sfumature un unico blocco malefico, da attaccare spietatamente in ogni suo singolo rappresentante.

  È a questa stessa logica che si sono rifatti, dalla parte opposta, ma con una perfetta simmetria, i movimenti anti-islamici fioriti in Europa e negli Stati Uniti. Anche in questo caso, si è cercata un’identità, che si percepiva indebolita e minacciata, creando un clima di contrapposizione assoluta a un “nemico”.   Con la differenza che questi movimenti spesso, invece di chiudere le porte all’“altro”, per rivendicare la propria identità religiosa e culturale, in nome di Allah, fanno lo stesso sventolando la croce.

  Una logica semplice, che non richiede ragionamenti e tanto meno dubbi, anzi li esclude come segno di debolezza, e che perciò ha una facile presa su tutti gli scontenti, gli esasperati, magari appoggiandosi anche a fattori di ordine sociale ed economico, della serie «ora vengono qui a comandare loro», «ci vogliono rubare il lavoro», e simili.  In Italia ne è un ottimo esempio la Lega che, dopo una momentanea eclisse, sembra oggi tornata a mietere consensi. È qui che vanno situati il successo della Le Pen e la marcia verso la designazione repubblicana di Trump.

  In questo modo, però, è nata una nuova contrapposizione globale, che non è più tra islam e cristianesimo, come credeva Huntington, ma tra fanatici fondamentalisti  – islamici e cristiani – e tutti coloro, singoli o gruppi,  che sono invece convinti che la società deve crescere non malgrado, ma grazie alle diversità. Oggi è questo il vero scontro planetario, dal cui esito dipende il futuro del mondo.

  In questo contesto, l’apertura della porta santa e il Giubileo che comincia  all’insegna della misericordia acquistano il significato simbolico di una scelta di campo da parte della Chiesa. Essa rifiuta, per una irrinunciabile fedeltà al Vangelo, le porte chiuse e ne dà l’esempio aprendo le proprie. Sturzo diceva che la Chiesa non può fare politica, perché, essendo “cattolica”, cioè universale, non può sposare una causa di parte. Ma c’è una causa politica che sfugge a questa tesi, ed è quella che, appunto, difende l’universalità della fratellanza contro ogni settaria contrapposizione. La Chiesa – non solo papa Francesco! – sceglie questa opzione. E forse proprio accogliendone la lezione e aprendo le porte – secondo le sue profonde anche se rinnegate “radici cristiane” – l’Europa (come l’intero Occidente) potrà ritrovare quella identità che i fanatici sperano vanamente di rafforzare chiudendole.

 

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