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L’intelligenza artificiale, i suoi rischi e la necessità di mantenere la persona al centro del dibattito hanno caratterizzato l’incontro dedicato all’enciclica “Magnifica Humanitas”, ospitato a Palermo, presso Palazzo Branciforte, dalla Fondazione Sicilia. Un confronto tra studiosi, teologi, giornalisti e rappresentanti del mondo scientifico, chiamati a interrogarsi sul rapporto tra progresso tecnologico, responsabilità ed etica.

Si è tenuto ieri, giovedì 24 settembre, alle ore 16:00, l’appuntamento promosso dall’Inner Wheel Palermo Normanna, presieduto da Angela Fundarò, per approfondire i contenuti del documento pontificio “Magnifica Humanitas”, firmato da papa Leone XIV, dedicato al rapporto tra sviluppo tecnologico e centralità dell’uomo. Nonostante la concomitanza con altri importanti eventi previsti in città, l’iniziativa ha registrato la presenza di un pubblico numeroso e attento, che ha seguito il confronto con interesse.
A moderare i lavori è stato lo psicologo clinico e criminologo Andrea Giostra.
I saluti istituzionali sono stati affidati ad Angela Fundarò, presidente dell’Inner Wheel Palermo Normanna, e alla professoressa Maria Concetta Di Natale, presidente della Fondazione Sicilia.
Sono intervenuti il professor Elio Cardinale, professore emerito e presidente della Società Italiana della Storia della Medicina; il dottor Enzo Romeo, vaticanista e giornalista del Tg2; il professor Vito Impellizzeri, preside della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia; e la professoressa Elisabetta Righini, dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo.
Una tecnologia non neutrale e l’impatto sul lavoro
Al centro del confronto si è imposta una constatazione fondamentale: “L’intelligenza artificiale non è uno strumento oggettivo, lucido o super partes. La sua irruzione non rappresenta un semplice aggiornamento tecnologico, ma una svolta che interpella le fondamenta stesse della società.”

Come già avvenuto nel secolo scorso con la rivoluzione industriale e l’enciclica “Rerum Novarum”, pubblicata da papa Leone XIII nel 1891 proprio come risposta ai profondi sconvolgimenti dell’epoca, anche la sfida odierna richiede una visione lucida e alternativa. Oggi i giganti del digitale non influenzano soltanto i mercati, ma ambiscono a governare anche processi politici e culturali. Il rischio concreto è lo slittamento verso un modello nel quale la persona viene ridotta a mera variabile di un sistema efficientista.
Il dibattito ha messo in luce anche i pericoli legati all’impiego di questi sistemi, non ultimi quelli professionali. Analogamente a quanto avviene in ambito medico o radiologico, il vero spartiacque per i lavoratori del futuro potrebbe essere tracciato tra chi saprà governare e utilizzare criticamente l’intelligenza artificiale e chi ne rimarrà escluso, correndo il rischio di subire gravi deficit operativi e di competenza.
I rischi globali e la governance internazionale
La tavola rotonda ha inoltre rilanciato le preoccupazioni espresse da scienziati e premi Nobel a livello internazionale, richiamando anche le dimissioni di ricercatori di primo piano dal settore e gli ammonimenti del fisico Giorgio Parisi.

La questione, però, non riguarda soltanto il modo in cui governare la tecnologia, ma anche il modello di società che si vuole costruire. Non si tratta semplicemente di scegliere tra un «sì» o un «no» alla tecnologia. Come viene indicato nel paragrafo numero 9 della Magnifica Humanitas, la scelta è tra «edificare Babele» e «ricostruire Gerusalemme».
“La torre di Babele” richiama la volontà di un potere autoreferenziale di dominare e uniformare, diventando simbolo di un progresso tecnologico centralizzato e disumanizzante, privo di riferimenti etici e lontano dai legami umani. “La ricostruzione di Gerusalemme” richiama invece un impegno corale e condiviso, volto a innalzare “le mura” della convivenza attraverso responsabilità, dialogo e cura dei legami, prima ancora delle opere materiali e della tecnologia.
In questa prospettiva, diventa centrale anche la necessità di abbattere l’idolatria del profitto quando questa arriva a sacrificare i più deboli. È una questione che assume una profonda dimensione etica e sociale e che riguarda il modo in cui il progresso viene pensato, orientato e distribuito.
È in questo quadro che si colloca la proposta avanzata dal Nobel Giorgio Parisi di un CERN europeo per l’intelligenza artificiale: un’infrastruttura pubblica e trasparente, promossa dall’Europa, per sottrarre lo sviluppo tecnologico alla cattura delle grandi corporation americane e cinesi e arginare la diffusione di modelli opachi e non neutrali, che rischiano di imporre le proprie regole senza un adeguato controllo democratico dei territori e dei cittadini. L’assenza di morale nei sistemi avanzati, insieme ai rischi di autotutela, perdita di controllo e minaccia alla centralità della persona, pone quindi il problema di una risposta forte e coordinata. La proposta di Parisi viene così letta nella prospettiva di un’alternativa pubblica e sovranazionale, sul modello di quanto già esiste per la fisica in Svizzera, capace di consentire a un consorzio di Stati di arginare lo strapotere dei giganti della Big Tech.
Prospettive multidisciplinari e algoretica per la dignità umana
La riflessione sviluppata a Palazzo Branciforte ha mostrato che la risposta alla rivoluzione digitale non può ridursi a un «sì» o a un «no» acritico. La definizione delle regole e dei confini dell’intelligenza artificiale non può essere delegata unicamente a fisici e matematici: trattandosi del futuro dell’uomo, il contributo di scienziati, giuristi, economisti e umanisti risulta imprescindibile per evitare che la tecnologia diventi un fattore di estinzione o di svalutazione della dignità umana.
La tecnologia, in quanto prodotto dell’ingegno umano, non va demonizzata. È però indispensabile arginarne gli eccessi attraverso rigorosi paletti normativi e un’autentica algoretica. La dignità dell’essere umano, fatta di carne, relazioni, sguardi ed esperienza vissuta, costituisce un valore irriducibile che nessuna macchina potrà mai replicare.
L’imperativo per il futuro resta quindi quello indicato nel corso del confronto: “l’intelligenza artificiale deve essere al servizio dell’uomo, e mai l’uomo al servizio dell’intelligenza artificiale.”
L’invito è quello di rileggere i testi e le categorie antropologiche del limite e della responsabilità, trasformando la riflessione etica in un argine concreto per proteggere il pianeta e l’avvenire delle prossime generazioni.
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