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Lotta alla corruzione tra finzione e realtà. Per cominciare a fare sul serio.

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di Lino Buscemi

 

La corruzione , secondo il puntuale e ricorrente racconto dei media, dilaga a dismisura nel settore pubblico, sia centrale che locale, tanto da diventare il problema numero uno del nostro Paese. Del resto le “graduatorie” internazionali collocano l’Italia ai primi posti fra gli Stati più corrotti del pianeta. Un “primato” che non ci fa onore, ma che non sembra preoccupare più di tanto chi ha il dovere, soprattutto, di prevenire tale “patologia” e di contrastarla efficacemente. Gli stessi controlli appaiono tardivi e insufficienti e quelle poche volte nelle quali si interviene con decisione e serietà difficilmente si ricava un qualche risultato degno di nota. Processi lunghi e prescrizione, poi, s’incaricano di “cancellare” ogni “infamia” nei confronti dei rei. Persino la restituzione del “maltolto” si verifica in rarissimi casi e dopo non poche snervanti peripezie procedurali.

 

 

Nella realtà , come ci confermano le cronache non solo giudiziarie, la pratica delle “mazzette” o delle “bustarelle” non trova ostacoli territoriali né di nessuna altra specie: da tale punto di vista si può affermare che l’Italia è molto più “unita” di quanto si pensi. Non è necessario fare dilungate analisi sociologiche per comprendere che la “tangente” ha “omologato”, in maniera percentualmente ragguardevole, il Paese in barba alle appartenenze ideologiche, culturali, religiose, di casta, di sesso, di censo, di ruolo sociale, di professioni e mestieri.

 

 

Le persone oneste (quante?) sono disgustate e protestano e si indignano come possono ( anche se, a mio giudizio, in termini non proporzionali alla gravità del fenomeno), anche perché mal sopportano un pesante carico fiscale ( le esose tasse, soprattutto locali) spessissimo conseguenza dell’incidenza del “gravame” corruttivo sulle pubbliche finanze. La politica, ai vari livelli, fa “finta” d’intervenire e si limita, tanto per dimostrare che è “impegnata” a contrastare il fenomeno, a sfornare leggi e leggine ( spesso eluse e disattese platealmente) o ad istituire specifiche pubbliche autorità con limitati poteri e, comunque, del tutto innocui rispetto alla complessità ed articolazione del “mostro” della pubblica corruzione. Anzi, i cosiddetti politici con rilevanti responsabilità, sembrano infastiditi dal “mostro” ( chissà perché ?) e spesso si girano “dall’altra parte” o enfatizzano qualche diversivo ( tipo i “ furbetti” del cartellino, non i fannulloni “veri “ ma quelli della normale pausa caffè, da tutti notoriamente praticata ed accettata) pur di distogliere l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Cala la tensione e tutto ritorna come prima o peggio di prima. Fino, ovviamente, al prossimo scandalo verso cui i formali e fastidiosi chiacchiericci di condanna, per qualche giorno, non si possono nemmeno contare.

 

 

Risultato? Il primato italiano di Paese ad alto tasso di corruzione resta immutato, con tutto ciò che ne consegue in termini etici, sociali, economici, di tenuta democratica, di affidabilità e d’immagine sul piano internazionale. Più volte, in sedi diverse, ci siamo soffermati sul venticinquennale impianto normativo ( le leggi!) ideato e realizzato ( quasi esclusivamente sul piano teorico e nella gazzetta ufficiale ) per modernizzare l’apparato pubblico e per rendere trasparente ed efficiente l’azione amministrativa degli uffici e di tutte le strutture dove si gestiscono risorse finanziarie, appalti, investimenti c.d. produttivi e così via enucleando. I risultati conseguiti sono abbastanza modesti perché la politica (quella che si legittima con gli affari, i favori e le clientele) e la burocrazia ( quella “servile” e parassitaria che si fa amorevolmente “condizionare” dal potere politico ed economico), pur di continuare a fare “ il bello e cattivo tempo”, hanno sterilizzato la portata innovativa delle leggi di riforma , cristallizzando uno “status quo” che impedisce di fatto di soddisfare l’interesse pubblico e di attuare l’art.97 della Costituzione che impone a tutti di operare per assicurare il buon andamento, l’ imparzialità, l’economicità e l’ efficienza.

 

 

Non si salva nemmeno la quasi recente normativa anticorruzione (legge 190 del 2012 e decreto legislativo 33 del 2013) che tante speranze ha suscitato e della quale, tuttavia, molte parti risultano ancora inapplicate o eluse. Un esempio? L’accesso civico (ovvero il diritto di ottenere, scaricandoli, atti e informazioni, gratuitamente, senza dover dimostrare nulla) è diventato una sorta di “araba fenice”. Provate ad esercitare tale civilissimo diritto e vedrete le difficoltà che vi frapporranno “gli azzeccagarbugli” in servizio permanente effettivo. Che dire dei siti web istituzionali? Gli atti e le informazioni che si debbono obbligatoriamente pubblicare, sezione per sezione (organi politici, organi gestionali, bilancio, appalti, stipendi, indennità, consulenze, concorsi, premi ai dirigenti, urbanistica, licenze, autorizzazioni, permessi, ecc.) non rispettano, nella maggior parte dei casi, i requisiti di trasparenza fissati dalla legge. Emergono gravi lacune come si evince dalla relazione annuale della competente autorità preposta alla vigilanza e al controllo. Se si rispettassero, rigorosamente, le disposizioni delle specifiche leggi e decreti attuativi, si faciliterebbe non poco l’azione di prevenzione e di contrasto alla corruzione.

 

 

Il nocciolo della questione è questo: più trasparenza e più pubblicità dell’azione amministrativa (informatizzata ed organizzata nel rispetto pieno dei ruoli della politica e dell’autonomia vera della burocrazia senza alcuna commistione e/o ammiccamenti), con un serio controllo democratico dei cittadini, aiuterebbero in qualche modo a stroncare sul nascere “patologie” degenerative che avvelenano i rapporti sociali, ledendo, al tempo stesso, i diritti della gente e il prestigio delle istituzioni. Quando potrà accadere tutto ciò? Francamente è difficile prevederlo. Tutto dipende dal formarsi di una nuova coscienza civica e dell’affacciarsi sulla “scena” di nuovi ceti dirigenti e di un rinnovato (in profondità) corpo burocratico che si distinguano per onestà, competenza e attivismo.

 

 

Intanto , per l’immediato, cosa si può fare? Meno parole e più fatti, come minimo, da parte di governanti e amministratori. Più prevenzione, controlli e verifiche, evitando di occuparsi di questioni marginali, per non perdere di vista quelle “vere”. Più attenzione ai risultati , sanzionando severamente, senza tolleranza alcuna, i “ritardatari” o coloro che si mettono cinicamente “di traverso”. Infine l’invito a non “ripetere”, anno per anno, le solite litanie con proclami pomposi che non impressionano più nessuno. La gente, profondamente delusa e disorientata, si attende una concreta inversione di tendenza . I segnali in questa direzione, purtroppo, sono molto flebili. Tuttavia non bisogna rassegnarsi e , laddove possibile, attivarsi per fare emergere criticità , omissioni e contraddizioni.

 

 

A conclusione di questo articolo, non può sembrare peregrino, formulare una piccola proposta dal forte significato simbolico : è diventato urgente, viste le non floride condizioni delle pubbliche finanze , “tagliare” (ecco un primo atteso segnale!) i “privilegiati” incarichi dirigenziali affidati a soggetti esterni e le numerose inutili costose consulenze, diventate, lo strumento “legale”, di cui si servono i parassiti di tutti i colori politici, per dilapidare soldi dello Stato (ivi compresi regioni, comuni , aziende, società ed enti pubblici) al fine di favorire sfacciatamente parenti, clienti, gruppi di pressione ed amici . Non occorre nemmeno una legge, basterebbe azzerare i relativi “capitoli” di bilancio e sollecitare pubblicamente la sottoscrizione di un solenne impegno, da parte dei vertici politici e burocratici, di non procedere ad affidamenti d’incarichi, come necessario atto di “buon governo” e di oculata amministrazione. Sarà pure una pia illusione, ma non disperiamo. Malgrado tutto. 

 


 

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