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“Lavoriamo alla realizzazione di un obiettivo comune: il diritto a restare” – Intervista a Gaetano Gatì

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La fuga delle giovani generazioni rappresenta uno dei problemi più significativi del Sud Italia. Infatti, oltre alle ataviche mancanze infrastrutturali e alle inefficienze sociali, economiche e politiche il Mezzogiorno viene costantemente depauperato dal flusso in uscita di giovani studenti e lavoratori che, molto spesso, desiderano restare nella propria terra. Lo scorso 23 e 24 agosto si è svolto a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, il primo Festival per il diritto a restare intitolato Questa è la mia terra e io la difendo. Di questa iniziativa parliamo con Gaetano Gatì, fra i coordinatori delle attività del festival.

– Gaetano, il vostro tentativo si radica sia sulla “cultura del restare” sia sulla memoria di Giuseppe Gatì, giovane siciliano che aveva deciso di restare nella propria terra e che è scomparso prematuramente. Questi punti di riferimento cosa possono significare per i giovani del nostro tempo?

Giuseppe è stato per noi un esempio perché ha trascorso la sua intera vita rimarcando il diritto a difendere la propria Terra, quella Terra che lui stesso viveva quotidianamente nella sua attività di pastore. Giuseppe è stato ed è per noi un punto di riferimento perché ci dimostra come le idee e l’attivismo possono cambiare il mondo. Basti pensare che le cinque semplici parole di “Questa è la mia terra” sono riuscite a mobilitare più di 250 giovani e oltre 30 associazioni sparse sul territorio locale e nazionale.

L’esempio di Giuseppe ci porta oggi, ad oltre 10 anni dalla sua morte, a contare sulla speranza del cambiamento. Siamo convinti che questo non si esaurisce con un singolo evento o ad una manifestazione. Per noi, infatti, tutto ciò è solo un punto di partenza da cui trarre nuova linfa per la realizzazione di un obiettivo comune: quello del diritto a restare.

– Il vostro è un tentativo di dare voce alle giovani generazioni. Quale messaggio desiderate proporre?

Il nostro è un messaggio bivalente. Da una parte la nostra ambizione è quella di creare le condizioni affinché le nuove generazioni possano avere il diritto di restare dignitosamente nel proprio territorio. Questo non è un obbligo a rimanere. Anzi è un invito ad andare, formarsi e tornare oppure restare, accedere a centri formativi di eccellenza – come ad esempio gli istituti ITS – e creare valore all’interno del proprio territorio.

Parliamo anche alle generazioni non più giovani, alle istituzioni, alla società civile e a tutti coloro verso cui tendiamo la mano per siglare partnership e alleanze fondamentali per il raggiungimento di questo obiettivo.

– I lavori del Festival hanno visto confluire centinaia di giovani e di adulti da ogni parte della Sicilia. I lavori della due giorni produrranno un manifesto. Sarà il punto di partenza della vostra opera nei territori?

Si. Il manifesto per il diritto a restare vuole essere il primo punto per capire, con un approccio dal basso, cosa sentono le persone con cui noi ci interfacciamo. Abbiamo assoluta necessità di capire i sentimenti di chi è rimasto, di chi se n’è andato, di chi vuole tornare. L’idea dei tavoli tematici serve proprio a questo. A ricevere spunti, riflessioni e idee perché non crediamo nelle risposte precostituite. È emerso, infatti, come sia importante cambiare noi stessi all’interno del territorio, come sia di primaria importanza educare oltre che formare e come imprese, istituzioni e cittadini siano i protagonisti indiscussi del cambiamento.

Queste voci, che arricchiranno il manifesto del diritto a restare, saranno la legna che alimenterà il fuoco di queste nostre idee perché crediamo che nessuno di noi ha le risposte in mano ma solo dal confronto, dalla partecipazione e dall’impegno può nascere un movimento che sa di democratico nel vero senso della parola.

– La partecipazione di molti cittadini alle attività del festival si configura come un contributo ai processi di sviluppo democratico della nostra terra. Adesso cosa vi aspettate dalla politica?

Ci aspettiamo consapevolezza. Come è emerso noi non lavoriamo “per” ma lavoriamo “con”. Chiediamo l’ascolto prima che ogni altra cosa perché vogliamo provare a essere degli intermediatori tra quelli che in maniera semplicistica vengono definiti “noi” e “loro”. Non esistono queste due categorie. È un unico grande noi. L’associazionismo, la partecipazione dal basso, la comunità, gli esempi più disparati di partecipazione sono già di per sé politica perché cercano di entrare a contatto con la realtà che ci circonda.

Mi sento di dire che invece sono le istituzioni quelle che vanno sensibilizzate perché a loro, oltre che a noi stessi, che è rivolto questo messaggio. Viviamo il paradosso di essere istituzioni e cittadini in egual misura perché siamo noi che decidiamo quali persone devono rappresentarci ma spesso si crea un’enorme disparità tra le due facce della stessa medaglie, ed è lì che bisogna semplicemente risvegliare il ruolo delle istituzioni non perché esse siano necessariamente distratte o distanti ma semplicemente perché le istituzioni siamo noi sotto altre vesti.

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