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La vite ed i tralci – Gv 15, 1-8

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Introduzione alla lectio divina su Gv 15, 1-8

03 maggio 2015 – V domenica del tempo di Pasqua (Anno B)

1 “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

                       

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    Victor, La Vite, 1674, 52×42 cm, Venezia, Museo delle Icone

 

 

«Non sei tu che porti la radice,

ma è la radice che porta te»

(cfr Rm 11,18).

Inserito nel più ampio contesto dei discorsi di addio (cc 13-17), il capitolo 15 del vangelo di Giovanni attraverso l’immagine della vite e dei tralci concentra l’attenzione sul legame vitale che unisce i discepoli a Cristo e al Padre. I temi ricorrenti e pressanti lungo tutto il brano sono quelli del “rimanere in” e del “portare frutto”. Ma che significa rimanere in Cristo? Quale relazione lega i discepoli a Gesù e al Padre? E quali sono i frutti che il Padre attende?  La metafora della vigna serve a far comprendere la situazione particolare della comunità cristiana post-pasquale durante l’assenza di Gesù.

Il tema della vite, della vigna non è nuovo all’esperienza biblica. È un tema ricorrente e caro a Israele. La vigna, il bene più prezioso per il contadino israelita, è spesso menzionata nell’AT sia in senso proprio che figurativo. È un’immagine eloquente di benessere e prosperità. Sfuggito al diluvio, Noè inaugura l’inizio di una nuova era piantando una vigna (Gn 9,20). L’uso più diffuso che la tradizione biblica fa della vigna è soprattutto di considerarla una metafora del rapporto fra il popolo di Israele e il Dio dell’alleanza. La vigna e le piantagioni di viti sono immagini bibliche per rappresentare il popolo eletto. La vigna di Israele deve la sua esistenza al Dio dell’alleanza che l’ha salvata dall’Egitto e l’ha piantata in uno spazio nuovo là dove ha potuto prosperare “come vite rigogliosa che dava frutto abbondante” (Os 10,1). La vigna di Israele avrebbe dovuto manifestare la gloria di Dio, avrebbe dovuto fruttificare con i frutti della giustizia, derivanti dalla fedeltà a Dio e dalla pratica della legge, ma niente di tutto ciò si è realizzato e i profeti non hanno potuto far altro che costatare il fallimento della vigna (Is 5,1-7; Ger 12,10-11; Ez 19,12). Stridente è il contrasto fra l’amore di Dio per la sua vigna e l’incapacità di Israele di corrispondergli. Da una parte c’è la cura di Dio, assidua e paziente, e dall’altra un’ostinata sterilità.

Giovanni riprende l’immagine della vite, familiare agli ascoltatori, ma va al di là dello sfondo biblico facendo uno spostamento ardito: non è più Israele la vigna di Dio, ma il Figlio. Gesù stesso s’identifica e si auto-rivela come la vite di cui parlavano i profeti. Piantato da Dio, il vignaiolo, e oggetto del suo amore è Lui la vera vite del Padre, è Lui il nuovo Israele. Il Figlio realizza nella propria persona ciò che la figura voleva significare. È la vera vite, l’unica in grado di manifestare pienamente la gloria di Dio e di produrre finalmente i frutti sperati. In Gesù il dono di Dio e la risposta dell’uomo si congiungono e trovano il loro compimento.

Da qui l’invito e il richiamo pressante ai discepoli a rimanere in Lui. Come i tralci devono rimanere attaccati alla vite per nutrirsi e crescere, così i discepoli devono mantenere questo legame essenziale e vitale con Gesù. Al di fuori di questo legame non c’è possibilità di vita, il tralcio muore e si secca. Per sua struttura naturale la vite è un tutt’uno vivente le cui parti sono interdipendenti e inseparabili. Così è anche il legame dei credenti con il Figlio. Il fine è portare frutto per glorificare il Padre. Il portare frutto è condizionato alla reciproca inabitazione del Figlio e dei discepoli. I discepoli sono invitati a rimanere in Gesù, ma Gesù promette di rimanere nei discepoli se i discepoli faranno memoria e custodiranno la sua parola.

Il Padre, il vignaiolo, opera la potatura dei tralci e toglie via quelli che non portano frutto. Il vignaiolo taglia e pota e le sue attività condizionano la fecondità della pianta. Lo scopo della potatura è il frutto che deve essere sempre più abbondante. Gesù assicura ai discepoli che sono già stati potati, innestati nella vite e quindi pronti a portare frutto, grazie alla Parola che hanno ricevuto da Lui. La potatura, opera del Padre, avviene tramite la parola del Figlio, poiché il Padre è all’origine di ogni sua parola. È la Parola che pota e prepara il tralcio. Ma il portare frutto dipende anche dal tralcio. Rimanere in Cristo dipende dai discepoli. Nell’immagine dei tralci i discepoli non sono solo beneficiari passivi della linfa vitale che scorre dalla vite, ma diventano partecipi e co-autori nella produzione del frutto. Il discepolo è inserito in una relazione vitale e personale nella quale l’effettiva realizzazione del progetto di Dio richiede la sua collaborazione, il consenso personale, mai compiuto una volta per tutte, in un atteggiamento di conversione permanente. Si tratta per il discepolo di accogliere in sé l’attività di Gesù e di permettere lo scorrere di quell’amore trinitario il solo capace di suscitare vita. Il rischio, sempre possibile, è quello di interrompere questo legame vitale staccandosi dalla radice.

Portare frutto e diventare veri discepoli, cioè uomini capaci di manifestare pienamente al mondo l’amore di Dio, è l’unico modo per glorificare il Padre.

Giustina Tocco

(Comunità Kairos)

 

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