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L’Europa che non voglio

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di Giuseppe Savagnone

 

Non so se il premier greco Alexis Tsipras abbia ragione, ma sono abbastanza sicuro che  la cosiddetta “troika”, costituita da Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, abbia torto.

Non si può chiedere a un Paese in ginocchio, con il 27% (che arriva al 60% tra i giovani) di disoccupati, di continuare la politica economica già imposta (sempre dalla “troika”) nel 2011 al predecessore di Tsipras, una politica che ha comportato unpiano di licenziamento di 150mila dipendenti pubblici, il blocco dei contratti collettivi, la riduzione del 20% a stipendi, indennità e pensioni, l’aumento dell’Iva al 23%. Non si possono chiedere  altri licenziamenti in massa, una normativa che renda più celere il pignoramento della prima casa da parte degli istituti bancari, un ulteriore aumento dell’Iva!

Tanto meno lo si può fare in un contesto in cui appare evidente che queste misure sarebbero  il frutto di un’imposizione  che viene dall’esterno, mortificando la legittima sovranità della Grecia e costringendola a subire la linea dettata in questi anni dalla Germania (da cui peraltro anche altri partner europei, primo fra tutti l’Italia, si sono sentiti spesso soffocati).

 

Si potrà dire che le leggi dell’economia sono oggettive e che, anche se si volesse, non si può far nulla per derogare. Non sono un economista, ma mi sono dovuto convincere, guardando i fatti, che questo è falso. Lo è sempre stato, fin da quando, al tempo della prima rivoluzione industriale,  la “legge bronzea dei salari” veniva utilizzata per dimostrare che il livello dei salari non poteva superare il minimo per la sopravvivenza degli operai (perché, si argomentava, se lo superasse essi metterebbero al mondo più figli, facendo aumentare l’offerta di mano d’opera e riportando così i salari al livello precedente). L’economia è governata dalle scelte degli uomini. La politica si nasconde dietro la maschera di un preteso meccanismo inesorabile, ma rimane la vera protagonista.  

Un esempio? Dopo la seconda guerra mondiale, i debiti della Germania (proprio della Germania!) furono calcolati a 23 miliardi di dollari. Una cifra enorme, che, se richiesta, avrebbe finito di distruggere quello che restava dell’economia tedesca. Ma gli Alleati, e soprattutto gli Stati Uniti, si resero conto che le conseguenze sarebbero state politicamente disastrose, come lo erano state quelle dell’intransigenza verso la stessa Germania dopo la prima guerra mondiale, quando la crisi economica aveva favorito l’ascesa vertiginosa del nazismo al potere. Perciò si arrivò agli accordi di Londra del 1953, nei quali il debito venne tagliato del 50% e al Tesoro tedesco fu consentito di rimborsare la somma restante nell’arco di trent’anni, permettendo così quello che poi fu chiamato “il miracolo economico” della Germania. Invece, nel 2010, l’Europa, messa davanti alla crisi della Grecia, respinse, con la regia del governo tedesco (immemore, a quanto pare, del passato),  l’ipotesi di una ristrutturazione del suo debito, salvo a doverla accettare due anni dopo, quando però l’economia greca aveva ormai subìto dei danni gravissimi. Scelte politiche l’una e l’altra.

Se davvero è così, la domanda dev’essere posta in termini politici: si vuole davvero che si realizzi la cinica previsione del partito greco estremista di destra, «Alba dorata», che ha già fatto sapere di aspettare solo il fallimento di Tsipras per proporsi alla guida del Paese?

Ma, al di là delle conseguenze, se davvero la sola unità che l’Europa riesce a raggiungere dovesse essere – come è stato e continua ad essere fino ad oggi –  quella della linea economica, assolutizzandola, bisognerebbe chiedersi se è quella in cui tanto speravamo. Tanto più che questa linea è, a quanto pare, intransigente solo nei confronti dei poveri. Perché nessuna delle misure imposte dalla “troika” al governo greco precedente, e riproposte adesso, includeva  misure che colpissero i grandi patrimoni e gli evasori fiscali! Col risultato che la Grecia, secondo l’Europa, è stata fino ad oggi ai patti perché  ha gettato sul lastrico migliaia di famiglie (che fa un impiegato pubblico licenziato?), mentre nessuno le ha rimproverato – perché questo non era previsto dagli accordi – che il numero dei milionari nel Paese sia  aumentato, secondo una recente indagine statistica, fino a 565 unità, con unpatrimonio complessivo di 70 miliardi di dollari (più 16,7% rispetto al 2013). Si può chiedere a Tsipras – quali che sino i suoi limiti e i suoi eventuali errori – di pagare l’appartenenza all’Europa continuando su questa strada schizofrenica?

Ma la domanda è più di fondo: si può considerare Europa quella dei banchieri e della finanza (perché in realtà è la finanza, prima dell’economia, a dettare l’ordine del giorno), quella dove i milionari possono impunemente evadere le tasse, salvo ad essere scoperti per caso attraverso “colpi” giornalistici (vedi il recentissimo scandalo Swissleaks, con 180,6 miliardi di euro sottratti al fisco, di cui una buona percentuale di provenienza europea), quella indifferente alle sempre più accentuate disuguaglianze sociali, non solo tra nazione e nazione, ma all’interno dello stesso Paese? Si può considerare Europa quella che sta imponendo anche all’interno dei singoli Paesi criteri economicisti, come quello che ormai ha imposto anche in Italia la piena equiparazione giuridica delle professioni alle imprese, misconoscendone lo spessore umano specifico?

Sono domande che molti oggi non si pongono affatto e prevedo già che questo articolo sarà meno “gettonato” di tanti altri. Ma la storia non si cura delle nostre cecità e ci porta inesorabilmente, se noi non ci svegliamo e non interveniamo, dove non volevamo.

 

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