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Mr William Turner

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di Valeria Viola

 

Il film di Mike Leigh ha recentemente portato sugli schermi delle nostre sale cinematografiche la complessa figura di Joseph Mallord William Turner (1775-1851), artista inglese che cento anni prima del nostro Francesco Lojacono era stato già soprannominato “pittore della luce”. Il film, che è stato salutato con abbondanti plausi dalla critica internazionale, svela la vita dell’artista nei suoi ultimi anni, quando, cioè, è già un uomo dal successo riconosciuto nell’Inghilterra del suo tempo.

In realtà, il suo genio fu scoperto già in giovane età. Lo stesso William Turner senior, umile barbiere a Covent Garden, riconobbe sin da subito il talento del figlio e lo sostenne fino a divenirne assistente tuttofare. La stessa alta società inglese lo accettò nonostante gli umili natali ed  a soli 24 anni divenne membro della Royal Academy, rivaleggiando con colleghi del calibro di Constable, Hogarth, Reynolds e Gainsborough.

In Italia il suo nome è circolato meno, ma solo perché tutta la pittura dell’Ottocento inglese per molto tempo non è stata negli interessi degli storici dell’arte nostrani. Tuttavia, è il caso di notare che Turner, fra gli artisti inglesi suoi contemporanei, è stato comunque quello la cui fama si è più diffusa aldiquà della Manica. Questa attenzione rivolta al paesaggista inglese può essere solo parzialmente spiegata con la vicinanza della sua pittura a quella francese: è vero che Turner fu un dichiarato estimatore di Claude Lorrain (1600-1682) nonché, per molti versi, un precursore del movimento impressionista, ma la considerazione per il pittore, che è aumentata a dismisura in tempi recenti, deriva soprattutto dalla potenza dei suoi paesaggi, dalla modernità nella resa delle atmosfere che, specie nelle opere più mature, sopravanza ogni tradizionale bisogno di riferimenti geografici e scivola verso l’astratto.

Personalmente, mi è stato difficile riconoscere nella figura curva e grugnante dell’attore Timothy Spall il giovane dall’aspetto romantico con cui Turner stesso si era identificato nell’autoritratto del 1799, ma, come ha scritto nel 2004 Ian Warrel, quel quadro giovanile ci “fornisce un’idea di come Turner si vedesse” più che un ritratto veritiero. D’altra parte, per i suoi tratti poco raffinati, Turner deluse anche il pittore francese Eugène Delacroix: quando questi andò a Londra per incontrare il collega di cui ammirava l’opera, si ritrovò davanti ad un uomo sgraziato, il cui aspetto era molto lontano dall’idea che si era fatta attraverso i dipinti.

In tempi recenti, il lato privato della vita di Turner è stato messo in secondo piano rispetto all’incomparabile bellezza dei suoi paesaggi. Fra l’altro, grazie al famoso lascito (circa 300 tele e 20.000 fogli) che l’artista ha devoluto a favore dello stato britannico, è stato possibile studiarne in modo approfondito lo stile e comprenderne la personalissima ricerca pittorica. Si pensi che questa copiosa mole di opere per la National Gallery fu così complicata da gestire, che il lascito fu inventariato e reso presentabile per intero solo negli anni Settanta del Novecento, per essere esposto (quasi interamente) in una sezione appositamente dedicata alla Tate Britain.

Il film di Leigh ha riportato alla luce l’altro aspetto della vita di Turner, quello privato, sicuramente connesso a quello pubblico in quanto sacrificato in nome dell’arte: l’artista anteponeva la propria professione all’affetto dei figli, all’amore coniugale ed a qualunque relazione civile (salvo forse quella con il padre e con l’ultima delle sue amanti), si assentava per periodi lunghissimi, viaggiando nella ricerca ossessiva dei propri colori, per fissarli nei suoi studi e poi sulla tela. D’indole competitiva, Turner si infilò in un mondo non suo in cerca di prestigio e riconoscimento, non fermandosi neanche al raggiungimento del successo e della ricchezza.

Se vogliamo, il pittore John Constable, che nel film fa solo una fugace apparizione nel salone d’esposizione, rappresenta il suo alter ego, colui che potrebbe oggi sicuramente risultare più simpatico a tutti noi: bell’uomo, di famiglia benestante ma incapace di gestire il denaro, dedito alla sua numerosa famiglia ed alla amata consorte, Constable non si allontanò mai dalla prediletta Valle di Dedham nonostante vendesse più quadri in Francia che in Inghilterra. Ciononostante, è il caso di ricordare che dalle numerose occasioni che li videro in competizione, era quasi sempre il genio di Turner a uscire vincitore.

D’altra parte, la fortuna critica del figlio del barbiere continua ancora oggi e non solo per l’uscita del film: recentemente una sua veduta romana del 1813 è stata battuta a poco più di 33 milioni di sterline da Sotheby’s.

 

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