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Je suis Charlie Hebdo et le Coran. Spunti per una ricostruzione

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di Andrea Cozzo

 

In punta di piedi e con voce  sommessa per il dolore, sento, come molti, il bisogno di riflettere sull’attentato di Parigi, per comprendere cos’è successo e per guardare alla costruzione e ricostruzione

Si piange per una strage, per un’altra strage, e basta. La morte inflitta da un essere umano ad un altro non può essere giustificata, non può che procurare sofferenza a chiunque si riconosca umano. La ferocia che pare si riconduca in queste ore al terrorismo islamico, non è a mio parere legittimabile. Molto possono fare, credo, gli imam e quelli di “loro” che considerano non coranico o anticoranico il terrorismo.

A nostra volta, però, occorre chiedersi con urgenza: “noi”  cosa possiamo  fare? 

Vi confesso che ho qualche esitazione a far mio così, seccamente, il “je suis Charlie Hebdo”che circola in questi giorni, perché leggere in Charlie Hebdo una vignetta come “le Coran c’est de la merde” (http://www.vanityfair.fr/actualites/france/diaporama/unes-charlie-hebdo/18399#unes-charlie-hebdo-8) a me, che pure non sono credente di nessuna religione, non ha fatto bene, o meglio non penso che abbia fatto bene al mondo. E sul fatto che vi si possa leggere anche “La véritable histoire du petit Jésus” (http://www.vanityfair.fr/actualites/france/diaporama/unes-charlie-hebdo/18399#unes-charlie-hebdo-9) credo, innanzitutto, che non possa suonare come ugualmente dissacratorio, in quanto  la “nostra” sensibilità non solo attuale ma anche di qualche tempo fa non è la stessa di quella degli islamisti e comunque, mi pare, la nostra non è diventata ‘abbastanza tollerante’ dietro sollecitazioni così forti come quella costituita dalla frase sul Corano sopra riportata (e penso in questo momento ai pur forti pungoli in spettacoli televisivi del grandissimo Dario Fo negli anni Settanta). In secondo luogo, in fatto di religione, come mi suggerisce Erodoto quando fa notare la forza delle credenze in questo ambito e considera “pazzo” il persiano Serse che scherniva l’adorazione del bue Api da parte degli Egizi, non è la par condicio (dissacratoria) la cosa più importante. La cosa più importante non è invece il rispetto? 

Certo non è proprio questo che si può chiedere ad un giornale satirico, né voglio eliminare la satira come non voglio eliminare anche solo il diritto di critica alle religioni. Ma la critica e la satira hanno il diritto di non tenere proprio in nessun conto la sensibilità – beninteso considerata come elemento flessibile e in evoluzione e non come dato assoluto e chiuso una volta per tutte – di decine e decine di migliaia di persone? Meglio ancora: se anche ne hanno il diritto, non possiamo “noi” invitarle ad un’autolimitazione, ad un’attenzione, ad una valutazione del momento in cui la sfida che sollecita al mutamento culturale diventa insulto e tra l’altro insulto generalizzato?

Certo, mi piacerebbe che i musulmani reagissero in modo conflittuale ma nonviolento come reagirono gli Ebrei (sic! gli Ebrei, il cui Stato odierno si comporta in ben diverso modo nei confronti dei Palestinesi) nel I sec. d.C. alle pretese di qualche imperatore romano: quando questi volle imporre l’installazione di sue statue nelle loro città  offendendo in tal modo la loro fede religiosa che non permetteva l’accettazione di raffigurazioni umane, essi chiesero di essere uccisi piuttosto che offesi (cfr. la Guerra giudaica di Filone di Alessandria; così, tra parentesi, si espresse anche Gandhi nei conflitti tra i musulmani e induisti, nel 1919, a proposito della vacca, adorata da questi ultimi e da loro difesa fino all’omicidio dei musulmani che ne facevano invece macellazione). Ma non possiamo persuaderli ad agire in questo modo facendolo innanzitutto “noi”, anziché limitarci a difendere soltanto il diritto di satira? non possiamo dire “je suis Charlie hebdo et le Coran“?

Non sarebbe il caso di interrogarci – e di provvedere diversamente- sugli enormi limiti del multiculturalismo? e non certo per volgerci alla chiusura verso le altre culture bensì per aprirci ad un vero dialogo, ad una vera accoglienza e dunque  per esempio non relegando “loro” in quartieri altri – magari periferici – dai “nostri” nelle nostre città ma favorendo l’incontro e l’intercultura?

Si potrebbe, per esempio, cominciare col chiedere ai “nostri” amministratori di impegnarsi per una politica di meticciato culturale e urbano che renda vicino (innanzitutto nello spazio) di ognuno di “noi” uno di “loro”.

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