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“R.A.P. della Legalità” è il progetto promosso dall’associazione “LIFE and LIFE” ETS di Palermo e finanziato dal Comune di Palermo che, dal 15 gennaio a venerdì 15 maggio 2026, ha trasformato la sospensione scolastica in un percorso educativo fondato su rispetto, ascolto e partecipazione.
Sono stati 19 i minori coinvolti, tra gli 11 e i 14 anni, appartenenti a quattro istituti scolastici della città: I.C. Montegrappa-R. Sanzio, I.C. Rita Atria, I.C. Perez Madre Teresa di Calcutta e Convitto Nazionale Giovanni Falcone. In totale sono stati realizzati 23 percorsi rivolti a studenti che avevano ricevuto una o più sospensioni disciplinari.
Il progetto nasce dall’esperienza maturata negli anni da “LIFE and LIFE” ETS all’interno delle scuole del territorio attraverso patti educativi costruiti insieme a famiglie, istituti scolastici e professionisti del terzo settore. L’idea alla base del R.A.P. della Legalità è quella di trasformare una sanzione in un’opportunità concreta di crescita personale e relazionale. I ragazzi hanno partecipato a laboratori psicoeducativi esperienziali e ad attività di volontariato come la distribuzione di cibo e vestiti alle famiglie vulnerabili. Un percorso che, secondo gli operatori coinvolti, ha permesso ai giovani di sentirsi ascoltati senza essere giudicati e di vivere la sospensione non come un marchio ma come uno spazio di crescita.
Il progetto e il valore della giustizia riparativa
Valentina Cicirello, vicepresidente di “LIFE and LIFE” ETS, sottolinea che negli ultimi tempi si registra un aumento dei comportamenti sanzionabili da parte dei minori e che oggi servono sempre di più progetti educativi mirati. L’associazione, spiega, lavora da anni con le scuole del territorio attraverso patti educativi di corresponsabilità tra scuola, famiglia e professionisti del terzo settore. Secondo Cicirello, il progetto R.A.P., acronimo di “Rispetto, Ascolto, Partecipazione”, ha consentito ai ragazzi di partecipare sia a laboratori esperienziali sia ad attività concrete di aiuto verso gli altri. Molti giovani hanno risposto con entusiasmo alle esperienze di volontariato, arrivando anche a proseguire il percorso all’interno dell’associazione dopo la fine della sospensione. Mariella D’Anna, psicologa di “LIFE and LIFE” ETS, racconta che molti ragazzi non hanno vissuto il progetto come una punizione, ma come un’opportunità per raccontarsi e crescere. Durante il percorso, spiega, è emerso con forza il bisogno dei giovani di sentirsi ascoltati individualmente e accolti in uno spazio libero da giudizi. Importante anche il confronto tra studenti provenienti da realtà scolastiche differenti. Dal mondo scolastico arriva anche il riscontro positivo del Convitto Nazionale Giovanni Falcone. Il rettore Cettina Giannino evidenzia l’importanza del dialogo costruito tra scuola, famiglia e professionisti dell’associazione per mettere in atto un vero percorso di giustizia riparativa. Uno degli studenti coinvolti, racconta, dopo il progetto ha deciso di continuare a fare volontariato all’interno dell’associazione.
L’esperienza del volontariato
Tra gli aspetti più significativi del progetto c’è stato il coinvolgimento diretto dei ragazzi nelle attività solidali. Distribuire alimenti, aiutare famiglie in difficoltà e collaborare all’interno dell’emporio solidale ha modificato profondamente il modo in cui molti di loro percepivano sé stessi. Secondo quanto emerso durante il percorso, diversi ragazzi sono passati da una percezione legata esclusivamente all’errore commesso a una nuova consapevolezza del proprio valore personale e sociale. Alcuni, inizialmente molto chiusi o diffidenti, hanno iniziato spontaneamente a collaborare, dialogare e rendersi utili durante le attività.
“Servono professionisti e risorse economiche”
Per “LIFE and LIFE” ETS, però, il futuro del progetto dipende dalla possibilità di avere fondi adeguati e professionisti retribuiti. Valentina Cicirello sottolinea che percorsi educativi complessi, rivolti anche a minori sospesi per lunghi periodi, non possono reggersi esclusivamente sul volontariato. Le scuole, spiega, chiedono spesso che le attività sostitutive della sospensione vengano svolte anche durante le ore mattutine e negli stessi giorni della sospensione scolastica, ma senza professionisti retribuiti diventa difficile garantire continuità educativa e qualità degli interventi. Secondo l’associazione, educatori, psicologi e formatori esperti sono figure fondamentali per costruire relazioni educative solide e gestire situazioni delicate. Per questo “LIFE and LIFE” ETS ritiene necessario un sostegno economico stabile che permetta di trasformare esperienze come il R.A.P. della Legalità in modelli permanenti sul territorio.
Noi di “Tuttavia” abbiamo approfondito il percorso portato avanti insieme ai 19 ragazzi che hanno vissuto l’esperienza della sospensione scolastica.
Intervista a Valentina Cicirello, vicepresidente di “LIFE and LIFE” ETS
Valentina, partiamo da lei. Quando si lavora con ragazzi così giovani che hanno già vissuto l’esperienza di una sospensione, serve una grande dose di empatia. C’è stato un momento, in questi mesi, in cui guardando negli occhi uno di questi 19 ragazzi ha pensato: “Ecco, abbiamo fatto la scelta giusta”?
«Sì, c’è stato un momento molto forte che porto dentro. Un ragazzo, inizialmente molto chiuso e arrabbiato, durante uno degli incontri ci ha detto: ‘Qui almeno qualcuno mi ascolta davvero’. In quel momento ho capito che stavamo facendo la scelta giusta. Spesso dietro una sospensione non c’è soltanto un comportamento scorretto, ma un disagio, una difficoltà emotiva, un bisogno di essere visti e riconosciuti. Noi non abbiamo voluto etichettare questi ragazzi come ‘problematici’, ma offrire loro uno spazio educativo dove sentirsi accolti, responsabilizzati e accompagnati. L’empatia è stata fondamentale, ma insieme all’empatia abbiamo lavorato molto anche sul senso di responsabilità. Il progetto R.A.P. della Legalità – Rispetto, Ascolto, Partecipazione – nasce proprio da questa idea: trasformare una sanzione in un’opportunità concreta di crescita personale e relazionale. Vedere alcuni ragazzi partecipare con entusiasmo alle attività di volontariato, aiutare altre famiglie vulnerabili o riflettere sui propri comportamenti senza sentirsi giudicati, ci ha confermato che la giustizia riparativa può davvero generare cambiamento. E credo che il risultato più bello sia stato proprio questo: far sentire questi giovani non esclusi, ma parte di una comunità che continua a credere in loro».
Spesso la sospensione viene vista dai ragazzi come un “marchio” o una semplice punizione. Voi avete proposto qualcosa di completamente diverso. Qual è stata la sfida più grande nel superare la loro diffidenza iniziale e farli sentire, forse per la prima volta, ascoltati e non giudicati?
«La sfida più grande è stata proprio abbattere il muro della sfiducia iniziale. Molti ragazzi arrivavano al progetto convinti di dover subire un’ulteriore punizione o di essere già stati etichettati come ‘quelli che sbagliano’. Alcuni erano chiusi, diffidenti, altri invece reagivano con rabbia o ironia per difendersi. Per questo il primo obiettivo non è stato correggere il comportamento, ma creare una relazione educativa autentica. Abbiamo cercato di costruire uno spazio sicuro, dove i ragazzi potessero parlare senza paura di essere giudicati. L’ascolto vero, oggi, è qualcosa che spesso manca ai giovani: molti di loro ci hanno detto che era la prima volta che qualcuno chiedeva davvero come stavano e cosa provavano. Attraverso i laboratori esperienziali, il dialogo, le attività di gruppo e le esperienze di volontariato, i ragazzi hanno iniziato gradualmente a sentirsi protagonisti e non semplicemente destinatari di una sanzione. Hanno capito che non eravamo lì per puntare il dito, ma per aiutarli a riconoscere le proprie emozioni, assumersi responsabilità e scoprire risorse positive dentro di sé. Credo che il cambiamento sia nato proprio da questo: quando un ragazzo si sente accolto e rispettato, abbassa le difese e inizia finalmente ad aprirsi. Ed è in quel momento che un percorso educativo può davvero diventare trasformativo.»
Rispetto, Ascolto, Partecipazione. Il progetto si chiama R.A.P., tre parole bellissime ma impegnative. Se dovesse scegliere una storia o un momento concreto di questi mesi che riassume meglio il significato di queste tre parole, quale ci racconterebbe?
«C’è un episodio che per me racchiude perfettamente il significato di Rispetto, Ascolto e Partecipazione. Durante una delle attività di volontariato presso l’emporio solidale, un ragazzo che inizialmente era arrivato al progetto con molta chiusura e oppositività si è trovato ad aiutare una famiglia in difficoltà nella distribuzione di generi di prima necessità. All’inizio osservava tutto con distacco, quasi per obbligo. Poi, però, ha iniziato spontaneamente a parlare con alcune persone, ad aiutare i bambini a sistemare le buste, a rendersi utile. Alla fine dell’attività ci ha detto una frase molto semplice ma profondissima: ‘Non pensavo di poter fare qualcosa di buono per qualcuno’. In quel momento ho visto concretamente il senso del progetto. Il rispetto nasce quando un ragazzo si sente riconosciuto nella sua dignità e impara a riconoscere quella degli altri. L’ascolto è dare spazio alle emozioni e alle fragilità senza giudicare. La partecipazione, invece, è sentirsi parte di una comunità e capire che anche le proprie azioni possono avere un impatto positivo. Quel ragazzo non stava più vivendo la sospensione come un marchio, ma come un’occasione per riscoprirsi utile, capace e responsabile. Ed è proprio questo il cuore del R.A.P. della Legalità: trasformare un errore in una possibilità concreta di crescita».
I ragazzi hanno fatto attività concrete, come distribuire cibo e vestiti a chi ha bisogno. Come hanno reagito nel passare da una situazione in cui erano loro a “aver sbagliato” a una in cui erano loro ad “aiutare gli altri”?
«All’inizio molti ragazzi vivevano queste attività con un po’ di diffidenza. Alcuni pensavano fosse semplicemente un modo per ‘ripagare’ l’errore commesso, quasi un obbligo. Ma nel momento in cui hanno iniziato a entrare in contatto con le persone, con le famiglie vulnerabili, qualcosa è cambiato profondamente. Hanno scoperto che aiutare gli altri non significa sentirsi migliori, ma sentirsi utili. Per molti di loro è stata un’esperienza molto forte perché, per la prima volta, qualcuno affidava loro una responsabilità positiva. Non erano più definiti dall’errore fatto a scuola, ma dalla capacità di dare un contributo concreto agli altri. Abbiamo visto ragazzi inizialmente molto chiusi diventare più disponibili, più attenti, persino più empatici. Alcuni hanno iniziato spontaneamente a collaborare, a dialogare con le persone, a mettersi in gioco senza che venisse richiesto. E questo passaggio è stato fondamentale: da una percezione di sé legata alla colpa, a una percezione di sé legata al valore personale e sociale. Credo che le attività solidali abbiano avuto un impatto educativo enorme, perché insegnano qualcosa che nessuna lezione teorica può trasmettere davvero: capire che ogni persona, anche quando sbaglia, può comunque essere una risorsa per gli altri e per la comunità».
Il Rettore del Convitto Falcone ha parlato di un “dialogo a tre” tra scuola, famiglia e la vostra associazione. Sappiamo che spesso le famiglie si sentono isolate o in colpa quando un figlio viene sospeso. Come hanno reagito i genitori di fronte a questo percorso di giustizia riparativa?
«All’inizio molti genitori arrivavano con sentimenti molto forti: senso di colpa, rabbia, vergogna, ma anche con tanta diffidenza. Spesso la sospensione viene vissuta come qualcosa di ingiusto e molti genitori ci dicevano: ‘La colpa non è di mio figlio’, oppure attribuivano tutto alla scuola, ai compagni o al contesto. In alcuni casi vedevano anche il percorso in associazione come inutile o come un’ulteriore punizione. Ricordo in particolare un genitore che, inizialmente, era molto diffidente nei nostri confronti. Ha voluto leggere nel dettaglio tutto il programma dei laboratori, chiedeva continuamente spiegazioni sulle attività e veniva ogni volta a prendere il figlio anche mezz’ora prima della fine degli incontri. Era evidente la fatica nel fidarsi e nel credere davvero nel percorso. Poi, però, qualcosa è cambiato. Ha iniziato a vedere il figlio tornare a casa sereno, motivato, desideroso di ritornare agli incontri. Un giorno ci ha mandato un bellissimo messaggio di ringraziamento, raccontandoci quanto vedesse il ragazzo cambiato e coinvolto positivamente. Oggi quel ragazzo continua a frequentare il nostro centro anche se la sospensione è terminata. Questo per noi è uno degli esempi più belli di ciò che significa giustizia riparativa: non limitarsi a gestire un errore, ma creare relazioni educative capaci di generare fiducia, appartenenza e crescita sia nei ragazzi che nelle famiglie. Il ‘dialogo a tre’ tra scuola, famiglia e associazione è stato fondamentale proprio per questo: aiutare le famiglie a non sentirsi sole o giudicate, ma accompagnate dentro un percorso condiviso di responsabilità e cambiamento».
Il progetto si è concluso venerdì 15 maggio, e avete registrato un entusiasmo straordinario, con ragazzi che vogliono continuare a fare volontariato. Adesso che i riflettori su questa prima fase si spengono, qual è il suo augurio e, soprattutto, di cosa avete bisogno per far sì che il “R.A.P. della Legalità” non rimanga un caso isolato ma diventi un modello permanente a Palermo?
«Il mio augurio è che nessun ragazzo venga identificato solo con il proprio errore. In questi mesi abbiamo visto giovani che, dopo una sospensione, hanno scelto spontaneamente di continuare a fare volontariato e a frequentare il nostro centro anche dopo la fine del percorso. Questo ci ha fatto capire che non si sono sentiti puniti, ma accolti e responsabilizzati. Perché il R.A.P. della Legalità non resti un episodio isolato, però, serve un cambio di passo concreto. La vera questione è che progetti come questo funzionano solo se vengono sostenuti economicamente. Non si può pensare che percorsi complessi, che coinvolgono minori anche per venti giorni di sospensione, possano reggersi esclusivamente sulle spalle dei volontari. Molte scuole, inoltre, chiedevano giustamente che le attività sostitutive della sospensione si svolgessero anche durante la mattina, negli stessi giorni della sospensione scolastica. Ma come si può rispondere seriamente a queste esigenze senza professionisti retribuiti? È impossibile garantire continuità educativa, presenza costante e qualità degli interventi se tutto viene affidato solo alla buona volontà delle associazioni. I volontari e gli operatori che lavorano in questi contesti devono essere professionisti esperti: educatori, psicologi, formatori, persone capaci di gestire situazioni delicate e di costruire relazioni educative vere. La riforma Valditara potrà funzionare davvero solo se agli enti del terzo settore verranno garantite risorse economiche adeguate per assumere professionisti. Magari professionisti che, invece di percepire 60 o 70 euro l’ora, scelgano di lavorare nel sociale anche per compensi più contenuti, ma che abbiano comunque un riconoscimento economico stabile e dignitoso. Senza investimenti concreti, il rischio è che tutto diventi insostenibile e quindi fallimentare. Palermo ha energie positive straordinarie, ma servono continuità, reti educative solide e fondi economici stabili. Solo così questi percorsi potranno diventare un modello permanente capace di offrire ai ragazzi non solo una sanzione, ma una vera possibilità di crescita e riscatto».
“A Palermo il R.A.P. della Legalità ha mostrato che, dietro una sospensione, spesso c’è soprattutto un ragazzo che chiede di essere ascoltato”.
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