Essere sale, essere luce: dalla militanza alla testimonianza

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella V domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 58,7-10; Sal 111/112; 1 Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

La pagina evangelica, riportando il prosieguo del discorso della montagna, suona come un incalzante appello alla responsabilità. I discepoli sono provocati da Gesù a prendere sul serio la loro identità credente e a mantenervisi coerenti. Essi sono invitati a trarre le debite conseguenze dal fatto che condividono ormai la sua missione messianica. Se davvero sono beati, secondo la logica del Maestro di Nazareth e non secondo gli stereotipi eudemonistici di quell’epoca tardo-ellenistica (e della nostra epoca), devono pure tradurre in vissuto concreto la loro vocazione. L’annuncio delle beatitudini non proclama begli ideali ma esigenze vitali.

I discepoli sono tali per grazia, non per loro merito: erano pescatori sulle spiagge di Cafarnao, impiegati al soldo dell’erario imperiale, partigiani di questa o di quell’altra frangia rivoluzionaria, sodali di qualche setta rigorista o di qualche devota confraternita, ma ora – interpellati da Gesù – lo seguono. Ogni giorno egli ribadisce la sua chiamata, che attende da loro una permanente risposta. Più precisamente, la chiamata li abilita a dare l’unica risposta possibile e corretta: lasciare tutto e mettersi a camminare assieme con lui. La chiamata li rende responsabili.

È la grazia della vocazione a far sì che essi siano proprio ciò che devono essere: sale della terra e luce del mondo. E questa gratuità detta loro un compito peculiare: gratuitamente hanno ricevuto, gratuitamente dovranno dare. Anzi, gratuitamente dovranno darsi: offrirsi e spendersi, affinché gli altri possano essere contagiati della medesima grazia. Come, appunto, il sale e la luce.

Il sale e la luce non sono elementi inerti, a dispetto delle apparenze contrarie (specialmente nel caso del sale). Sono, piuttosto, elementi reattivi. Estroversi, potremmo aggiungere. Sono quel che sono in sé stessi, ma non per sé stessi. Sono votati alla buona riuscita di qualcos’altro. Servono a far emergere la sovreccedenza di senso che quel qualcos’altro custodisce in sé e che rimarrebbe inespressa senza il loro ausilio.

Il sale infonde sapore alle pietanze, le rende appetibili, fa sì che risultino qualcosa di più che semplice cibo da consumare. Conferisce agli alimenti la qualità necessaria per farsi gustare e non soltanto ingurgitare. E, così, il sale trasfigura una tavola imbandita da mera mangiatoia a esperienza conviviale. Trasforma, cioè, non solo gli elementi naturali, ma anche gli individui umani, che si ritrovano a essere insieme persone che intrattengono una vera e propria relazione, senza limitarsi a fare – isolatamente o contestualmente poco importa – la stessa azione del cucinare e del mangiare. Il sale è metafora della sapienza che il discepolo deve coltivare e dimostrare.

La luce, da parte sua, non semplicemente dirada il buio, ma fa anche comparire le forme e fa pure trasparire i colori delle cose. E, soprattutto, fa sì che dal volto rischiarato di un essere umano si irradi l’altra luce – una luce-altra – custodita nei suoi occhi. La luce è destinata a sottrarre il mondo al grigiore. E, così, permette che la realtà possa esser vista per com’è: ne rileva le varie sfumature e ne rivela i diversi profili. La luce è metafora dell’intelligenza con cui il discepolo deve discernere, dal di dentro, le situazioni – talvolta caotiche, confuse, oscure – in cui di volta in volta si trova coinvolto.

Ma se il sale non è più se stesso, se non mantiene la propria sapidità, esso diventa inutile: un elemento superfluo, non idoneo a far sì che cucinare si esprima nel suo di più, cioè come arte culinaria, o mangiare sia anche e soprattutto gustare i sapori degli alimenti. Lo stesso vale per la luce, se si lascia relegare in una posizione in cui rimanga sola con se stessa, incapace d’illuminare l’ambiente tutt’intorno: come una lampada ricoperta da un secchio o una torcia elettrica avvolta con un panno, che non riescono a cambiare le ombre in nitide figure e in colori brillanti.

Come il sale e la luce, anche i discepoli devono restare sapienti e intelligenti. Non come gli adepti di una setta d’illuminati. Nemmeno come i membri di un’accademia illuminista, che si distinguono per «l’eccellenza della parola», come avverte – nella seconda lettura – Paolo scrivendo ai Corinzi. I discepoli di Gesù non sono né illuminati né illuministi. Sono, semmai, chiamati a restare sapidi, vale a dire coerenti con le esigenze del vangelo. E luminosi, per illuminare di senso – sub evangelii luce, alla luce del vangelo stesso, come insegna il concilio Vaticano II in Gaudium et spes n. 46 – il mondo e la storia. Per questo motivo il Cristo chiede loro non la militanza, bensì la testimonianza.

La testimonianza radicale fa di chi accetta d’esser discepolo una persona giusta. La liturgia della Parola ce lo fa pregare, insieme al salmista: «Il giusto risplende come luce. Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti: misericordioso, pietoso e giusto». Qualcosa di analogo diceva Isaia, come leggiamo nella prima lettura: non basta digiunare per dichiarare la propria identità credente, o la propria indole religiosa, giacché digiunare sul serio significa condividere il pane con chi non ne ha. Ciò vuol dire vivere non solamente per sé ma innanzitutto per gli altri. La santità dei discepoli non è la nostra personale perfezione, ma il salutare contagio agli altri della grazia che abbiamo ricevuto.

1 reply on “Essere sale, essere luce: dalla militanza alla testimonianza”

  • Don Massimo Naro: non solo un prete teologo trinitario ma, in Cristo Gesù Maestro di Nazareth, un “ Sacerdote del Dio Altissimo”

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